“Una scena da film di Fellini”: il post della scrittrice Joyce Carol Oates su X illumina alla perfezione la notte di Washington, l’attentatore nudo per terra, l’agente ferito, il presidente Trump messo in salvo dal Secret Service, che chiede, con sangue freddo, di continuare la tradizionale cena con i giornalisti. La paura mista al grottesco, il ministro Kennedy che scappa lasciandosi dietro la moglie nel panico, il capo dell’Fbi Patel, accusato dalla rivista Atlantic di essere un beone, immobile al tavolo, come se il caos intorno non lo riguardasse.
Spari alla cena con Trump: l'uomo che ha aperto il fuoco a terra dopo la cattura
Cosa avranno pensato gli ayatollah assediati a Teheran, il leader russo Putin insabbiato nel Donbass, il presidente cinese Xi Jinping alla vigilia del summit Cina-Usa, quando gli apparati di sicurezza hanno allineato, pixel dopo pixel, come il k…
“Una scena da film di Fellini”: il post della scrittrice Joyce Carol Oates su X illumina alla perfezione la notte di Washington, l’attentatore nudo per terra, l’agente ferito, il presidente Trump messo in salvo dal Secret Service, che chiede, con sangue freddo, di continuare la tradizionale cena con i giornalisti. La paura mista al grottesco, il ministro Kennedy che scappa lasciandosi dietro la moglie nel panico, il capo dell’Fbi Patel, accusato dalla rivista Atlantic di essere un beone, immobile al tavolo, come se il caos intorno non lo riguardasse.
Spari alla cena con Trump: l'uomo che ha aperto il fuoco a terra dopo la cattura
Cosa avranno pensato gli ayatollah assediati a Teheran, il leader russo Putin insabbiato nel Donbass, il presidente cinese Xi Jinping alla vigilia del summit Cina-Usa, quando gli apparati di sicurezza hanno allineato, pixel dopo pixel, come il killer mancato Cole Allen sia arrivato a un passo da Trump e dai suoi ministri, innescando fra gli spari il fuggi fuggi, fra cravatte a farfalla, tacchi 12, abiti lunghi lamé, flûte di champagne infranti, un solo ospite stoico al suo posto, con i reporter a inondare la diretta social della débâcle?
Che giudizio daranno della superpotenza Usa, alle corde in una guerra con l’Iran che soffoca commercio del greggio ed economia globale, invischiata in una trattativa, mediata dai dittatori del Pakistan, che si accende e si spegne come l’amore di John e Carolyn nella serie tv “Love Story”? Che l’America sia spaccata a metà, che Trump abbia con sé la falange di destra e contro democratici e moderati, che nessuno, neppure Papa Leone o la premier Meloni, sia ormai off limits per le geremiadi della Casa Bianca è, purtroppo, risaputo, fra nemici e alleati. Ma il caos dell’hotel Hilton, che richiama alla Oates le sequenze rocambolesche del “Roma” di Fellini sarà, per i libri di storia, cammeo della difficile stagione americana, a 250 anni dall’indipendenza del 1776.
Già l’avvio della serata era stato controverso, centinaia di giornalisti avevano chiesto che la cena dei corrispondenti, evento dove satira, humor e politica si intrecciano in un gala il cui invito è ambitissimo, non si svolgesse nell’atmosfera snob di sempre. La guerra in Iran, il sacrificio dei dimostranti Good e Pretty nell’inverno di Minneapolis, celebrata nella ballata di Bruce Springsteen, la deportazione degli immigranti, i processi contro gli avversari politici, la durezza del presidente verso le opposizioni, davano a sconosciuti cronisti e celebrate grandi firme ragioni per non festeggiare, fra brindisi e risate ammiccanti. Stephen Colbert, showman che da sempre osteggia Trump, aveva chiesto il boicottaggio della serata, tra gli applausi di mezzo paese. Sabato notte, non s’erano ancora raccolti piatti e vassoi rovesciati, l’eco della vita di Allen in California s’era appena diffuso, insegnamento, informatica, armi, odio contro i cristiani secondo Trump, e subito le due Americhe del XXI secolo, fratricide, partivano con la crociata senza prigionieri. Il presidente impugnava la sparatoria per promuovere la sua sala da ballo blindata, in costruzione alla Casa Bianca, vetri antiproiettili, radar anti-droni, gli influencer Maga denunciavano il manifesto confuso di Allen per guadagnare consenso in vista delle elezioni parlamentari di Midterm a novembre. La sinistra online alla Hasan Piker, leader progressista deciso “a votare Hamas in un ballottaggio con Israele”, monta invece un pastiche dove il ministro della Difesa Hegseth e i suoi colleghi preparano lo show di un finto attentato, per nascondere i guai del presidente e l’impasse sullo stretto di Hormuz, sfoggiando dopo il blitz sorrisi che il web ingrandisce impietoso, bis dell’attacco 2024 a Butler, Pennsylvania, un altro falso secondo migliaia di fonti della disinformazione.
Ieri il Wall Street Journal applaudiva Trump, “A testa alta sotto il fuoco”, e perfino il rivale New York Times riconosceva “l’atteggiamento zen” del presidente a Washington. Il deputato democratico Ro Khanna propone una “commissione bipartisan per combattere la violenza politica”, il presidente preferisce ricordare che “i grandi leader attraggono i killer”, da Lincoln in avanti. Difficile che, da qui al voto d’autunno, il clima migliori, con la guerra nel Golfo Persico e l’inflazione a trasformare in trappole supermercati e pompe di benzina. Forse, oltre Fellini, il fracasso dell’Hilton evoca un altro grande regista europeo, Pedro Almodovar: gli Usa, nazione egemone dal 1945 sul pianeta Terra, “Sull’orlo della crisi di nervi”.