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La ginnastica della libertà

Luciana Castellina con Concita De Gregorio 

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I luoghi, che si ricordano di noi, e la gentilezza degli sconosciuti. Torno dai giorni di festa e memoria per la Liberazione con questi due regali nuovi, fonte di bellezza, li voglio condividere con voi. Buon 27 aprile, intanto, prima di tutto. Che non dura mica solo un giorno, il 25. È un esercizio quotidiano, è una ginnastica mattutina — come lavarsi i denti, passarsi l’acqua sul viso — è un gesto indispensabile, la manutenzione della libertà: si fa ogni giorno dell’anno, ciascuno come può. E pazienza se qualcuno non la celebra, la libertà, pazienza se non si lava. Peggio per lui, per loro: mi dispiace, mi piacerebbe molto potergli spiegare che si fanno un danno, così, ma non importa se non ci riesco. È un problema loro, alla fine. La libertà è patrimonio di tutti, anche di chi non lo sa e la deride, la disprezza. Ci hanno provato anche questa volta, avete visto, a sporcare la gioia degli altri, ma non ci sono riusciti. Essere liberi significa lasciare liberi. Pazienza, per i guasta…

I luoghi, che si ricordano di noi, e la gentilezza degli sconosciuti. Torno dai giorni di festa e memoria per la Liberazione con questi due regali nuovi, fonte di bellezza, li voglio condividere con voi. Buon 27 aprile, intanto, prima di tutto. Che non dura mica solo un giorno, il 25. È un esercizio quotidiano, è una ginnastica mattutina — come lavarsi i denti, passarsi l’acqua sul viso — è un gesto indispensabile, la manutenzione della libertà: si fa ogni giorno dell’anno, ciascuno come può. E pazienza se qualcuno non la celebra, la libertà, pazienza se non si lava. Peggio per lui, per loro: mi dispiace, mi piacerebbe molto potergli spiegare che si fanno un danno, così, ma non importa se non ci riesco. È un problema loro, alla fine. La libertà è patrimonio di tutti, anche di chi non lo sa e la deride, la disprezza. Ci hanno provato anche questa volta, avete visto, a sporcare la gioia degli altri, ma non ci sono riusciti. Essere liberi significa lasciare liberi. Pazienza, per i guastatori. Ignoriamoli, restiamo moltitudine. Viviamo come se il mondo fosse già quello che vorremmo e lo diventerà. È come l’immunità di gregge, ricordate?, l’abbiamo imparata bene. Tuteliamo noi la libertà di tutti, come hanno fatto le generazioni che ce l’hanno lasciata in dote a prezzo della vita. Onoriamoli con lo stesso gesto.

Me lo hanno ricordato sabato i genitori di Mario Paciolla, Anna e Pino. Li ho incontrati a Monte Sole, sull’Appennino sopra Marzabotto, nei luoghi della strage nazista. Erano lì, con gli occhi spalancati e chiari, a parlare con l’accento dolce di Napoli insieme ai partigiani emiliani della brigata Lupo e a migliaia e migliaia di ragazzi, perché “noi siamo dove nostro figlio sarebbe”, hanno detto. Noi siamo dove sarebbe lui, dunque siamo qui. Lui, che è stato ucciso — certo che non si è suicidato, lo dice l’autopsia: non è stato un suicidio. Lui che è stato ucciso mentre, cooperante per l’Onu, era in Colombia e ha visto qualcosa che non avrebbe dovuto vedere. Bambini, innocenti, civili uccisi sotto lo scudo Onu, la ragion di Stato: forse, è una concreta ipotesi. Caso archiviato. Ma invece no, sono passati sei anni e i suoi genitori vanno dove lui andrebbe a dire quel che lui direbbe: non c’è pace senza giustizia. Ci torno, su Mario Paciolla. Prima voglio dirvi dei due doni, quelli di cui parlavo all’inizio. I luoghi, la gentilezza che muove il mondo e lo sostiene.

I luoghi si ricordano di quello che hanno visto, si ricordano di noi: di dove siamo stati felici, dove abbiamo pianto. I luoghi hanno memoria, la conservano. È impressionante la forza della terra, degli alberi che c’erano prima e ci saranno dopo, delle rovine di quelle che furono case, chiese. Ci guardano, ci ascoltano. A Monte Sole non si riesce a parlare, la memoria della montagna è una forza che sovrasta. C’era Luciana Castellina, 97 anni tra poco, arrivata da sola in treno, indomita. C’era Michele De Palma, sindacalista Fiom, abituato a parlare a chiunque in ogni luogo. C’era la sindaca di Marzabotto, Valentina Cuppi, formidabile. Tutti, non importa l’età e l’esperienza, tutti avevamo la voce rotta dall’emozione lì sulle rovine della chiesa dove in quasi ottocento furono fucilati, erano vecchi donne e bambini, aveva 27 giorni il più piccolo. I luoghi sanno. Sa bene cosa ha visto il quartiere del Quarticciolo, a Roma, dove migliaia di persone si sono riunite a parlare di Resistenza, quella di allora e quella di oggi, a parlare di Gaza. “Quarticciolo ribelle — mi ha detto Luciana Castellina nel nostro viaggio di ritorno, in treno — è uno dei luoghi da cui bisogna ricominciare a tessere una rete di politica di base, nuove forme di associazione, io lavoro con l’Arci. Bisogna andare lì, fare progetti lì. Andiamo insieme, dai, immaginiamo cose”. 97 anni, lo ricordo a me stessa quando penso: sono un po’ stanca. Ecco, no. Non si può essere stanchi di pensare il futuro. Luciana è in grado di dire cose difficili persino da pensare, ancora come sempre: è in grado di citare Lenin, “Stato e rivoluzione”, di dire non è stato sbagliato farla, quella rivoluzione, è stato sbagliato quello che è successo dopo. L’Occidente ha molta responsabilità: fa nomi e cognomi, dice chi, quando. Poi dice “nessuna rivoluzione si fa senza sangue e i femminicidi sono il sangue della sola rivoluzione che ho visto vincere, in questo secolo. Il potere patriarcale, per estinguersi, chiede questo terribile prezzo” e la platea sobbalza, nessuno parla di femminicidi come di un prezzo da pagare per vincere una guerra culturale ma lei sì: lei, che ha vissuto un secolo e ne serba memoria, lo fa e non le importa delle critiche. Figuriamoci se le importa.

Al Mattatoio, a Roma, alla Festa della Resistenza organizzata dal Comune, in due giorni sono arrivate migliaia e migliaia di persone. Moltissime più di sempre. Una folla immensa, c’ero. E pazienza se intanto, altrove, succedono cose che non capisci bene, qualcuno voleva sparare al Presidente: veramente? Di nuovo? E com’è andata, l’hanno fatto entrare armato? Intanto Anna e Pino, i genitori di Mario Paciolla, salgono sul palco di fronte a una folla di giovanissimi, ecco dove sono i ragazzi: sono qui. Avevate paura dei rave party e invece riempiono le piazze, le urne, le montagne. Dove vogliono essere ci sono. Arrivano, i genitori di Mario, e dicono che peccato che non ci sia più il giornalismo investigativo quello che non ha paura di nessun potere, che trova le carte e i testimoni e la verità delle cose. Sarebbe così utile. Invece vengono da noi, i cronisti, a chiederci cosa sappiamo. Cosa volete che sappiamo, a parte che ci stanno mentendo? Ma c’è una ragione se si uccidono i giornalisti, in Libano a Gaza, se si corrompono e si riducono al silenzio, altrove. Si denigrano. È sempre quello, il tema: la libertà. Raccontare la verità, provarci, è il sentiero della libertà sempre più impervio: in salita come questi, sull’Appennino. Non è eliminando la fatica (di sapere, di trovare, di provare) che si arriva alla libertà. È attraverso la fatica, che ci si arriva. Studia, raccomanda alla figlia la condannata a morte Paola Garelli, partigiana Mirka: una sola cosa ti chiedo, studia. Ecco. Studiamo, facciamo fatica. Andiamo controvento. Le ricorrenze non sono solo date segnate di rosso sul calendario. Sono un lavoro da fare ogni giorno. La ginnastica della libertà. La sua manutenzione.

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