Esiste una tentazione ricorrente di una parte della sinistra italiana: quella di credere che il diritto alla memoria e alla libertà appartenga a chi si riconosce sotto una sola bandiera. Dovremmo rileggere oggi, dopo i fatti accaduti nella piazza di Milano in occasione della celebrazione del 25 aprile, la lezione profetica di Marco Pannella quando evocava l’esistenza di un “fascismo di sinistra”. Non è forse quello che inevitabilmente accade quando si pretende di essere i soli interpreti della verità? Di farsi giudici di chi ha o meno il diritto di partecipare a una grande festa nazionale? Di determinare con la forza la soppressione di un diritto di manifestazione sancito da quella Costituzione sorta proprio dal sacrificio di coloro che hanno combattuto in prima persona il nazi-fascismo?
Il 25 aprile, giorno della Liberazione, dovrebbe essere un grande rito laico dell’Italia repubblicana, la festa che fonda la nostra identità democratica e civile. Quello che è accaduto a Milano ha co…
Esiste una tentazione ricorrente di una parte della sinistra italiana: quella di credere che il diritto alla memoria e alla libertà appartenga a chi si riconosce sotto una sola bandiera. Dovremmo rileggere oggi, dopo i fatti accaduti nella piazza di Milano in occasione della celebrazione del 25 aprile, la lezione profetica di Marco Pannella quando evocava l’esistenza di un “fascismo di sinistra”. Non è forse quello che inevitabilmente accade quando si pretende di essere i soli interpreti della verità? Di farsi giudici di chi ha o meno il diritto di partecipare a una grande festa nazionale? Di determinare con la forza la soppressione di un diritto di manifestazione sancito da quella Costituzione sorta proprio dal sacrificio di coloro che hanno combattuto in prima persona il nazi-fascismo?
Il 25 aprile, giorno della Liberazione, dovrebbe essere un grande rito laico dell’Italia repubblicana, la festa che fonda la nostra identità democratica e civile. Quello che è accaduto a Milano ha contraddetto sintomaticamente questa ritualità simbolica: l’umiliazione, la contestazione della Brigata Ebraica dal corteo del 25 aprile, la confusione delle gravissime responsabilità del governo Netanyahu con l’identità storica e morale del popolo israeliano. Si tratta di un vero e proprio corto circuito ideologico che tende a ripetersi inesorabilmente in occasioni diverse. E non a caso, ma la parentesi qui meriterebbe un approfondimento più ampio, questa intolleranza assume le forme evidenti di un antisemitismo osceno e regressivo.
La festa della liberazione non sembra riguardare il popolo italiano, ma solo una sua parte che si arroga il diritto di difendere in modo esclusivo i suoi valori invitando gli altri a disertarlo o più semplicemente a tacere. Vecchio vizio dei cattivi maestri rappresentanti di ideologie autoritarie: porsi come giudici fanatici della vera verità, condannare gli eretici, negare il diritto di parola, fustigare il pensiero divergente nel nome di un bestiario orwelliano che rivendica per se stesso il fatto di essere più democratico di ogni democratico. E tutto questo senza accorgersi della spudorata violazione della democrazia che in questo modo si sta compiendo.
È il germe autoritario che pervade storicamente ogni ideologia totalitaria. Una lezione autenticamente laica come quella di Marco Pannella ci invitava invece a riconoscere che ogni ideologia, anche quella che si proclama progressista, contiene in sé una tendenza illiberale, una pulsione di dominio, una vocazione religiosa alla purezza che finisce per produrre discriminazione.
La storia di una certa sinistra autoritaria – non solo italiana – è attraversata da questa inclinazione purista: convinta di possedere la verità morale assoluta, essa finisce per giustificare ogni genere di violenza. Espellere la Brigata Ebraica dal corteo dei manifestanti evocando i misfatti dell’Olocausto come un lavoro purtroppo lasciato incompiuto significa manifestare una mentalità alternativa a quella democratica, significa credere in una versione dogmatica della verità che anziché aprire al pluralismo lo annienta. In questo senso, i fatti di Milano sono ai miei occhi rivelatori di un deficit di cultura democratica. Solo un confronto serrato con la propria ombra potrebbe emancipare la sinistra autoritaria da questa ambivalenza rendendola profondamente democratica.
Il 25 aprile festeggiamo l’Italia nata dalla lotta e dal rifiuto di ogni totalitarismo. La libertà non appartiene solo a una parte del Paese ma è un dono che i nostri partigiani ci hanno lasciato in eredità. Pannella ci invitava a rimanere radicalmente liberi, soprattutto dalla tentazione della purezza. Se il fascismo storico si è caratterizzato per l’annientamento sistematico e brutale del dissenso, nella rivendicazione del 25 aprile come festa di una parte del popolo italiano e delle sue rappresentanze politiche tornano a diffondersi quegli stessi germi che avremmo voluto estinguere.
Non c’è niente di più paradossale nel vedere che movimenti sorti nel nome della liberazione provochino fenomeni di negazione della libertà. Il “fascismo di sinistra” non è ovviamente un ritorno al fascismo di segno rovesciato, ma un fenomeno orizzontale, rizomatico, pervasivo, che si caratterizza per l’esercizio di una profonda intolleranza verso l’alterità, per la riduzione della complessità dei conflitti a uno schema ideologico, per l’incapacità di sopportare il lutto per il pensiero unico imposto dal pluralismo democratico. È il complesso di superiorità che affligge coloro che si sentono dalla parte giusta e, proprio per questo, ritengono di essere stati autorizzati dalla storia a espellere, censurare e ridurre al silenzio.
Pannella ha sempre insistito su un punto che oggi appare di grande attualità: la democrazia non è mai garantita una volta per tutte. Essa vive solo nella misura in cui accetta il rischio della parola, della differenza, persino dell’errore. Quando invece si pretende di proteggerla attraverso dispositivi di controllo morale, il confine con l’ideologia totalitaria sfuma pericolosamente.