Quante probabilità ci sono che prima del termine della legislatura sia approvata la nuova legge elettorale? Uno schema, per dirla in poche parole, capace di premiare uno schieramento rispetto all’altro, così da offrire stabilità e garanzie di durata al governo prossimo venturo. Sulla carta, sarebbe la soluzione ideale, sebbene raggiunta attraverso una via tortuosa: la legge avrebbe un impianto proporzionale, ma godrebbe di un ampio “premio” in seggi offerto alla coalizione uscita vincente dalle urne. Si è parlato — e si è scritto — di accordi sotterranei per cui la proposta di legge dell’attuale maggioranza, ma in pratica di Fratelli d’Italia, il partito della presidente del Consiglio, non dispiacerebbe al Pd di Elly Schlein e persino ai 5S di Giuseppe Conte. In concreto, la ostacolerebbero in pubblico, ma con la riserva mentale di appoggiarla almeno in parte al momento opportuno e dopo qualche correzione in aula.
Non c’è che attendere e vedere. Per adesso siamo alle audizioni prepara…
Quante probabilità ci sono che prima del termine della legislatura sia approvata la nuova legge elettorale? Uno schema, per dirla in poche parole, capace di premiare uno schieramento rispetto all’altro, così da offrire stabilità e garanzie di durata al governo prossimo venturo. Sulla carta, sarebbe la soluzione ideale, sebbene raggiunta attraverso una via tortuosa: la legge avrebbe un impianto proporzionale, ma godrebbe di un ampio “premio” in seggi offerto alla coalizione uscita vincente dalle urne. Si è parlato — e si è scritto — di accordi sotterranei per cui la proposta di legge dell’attuale maggioranza, ma in pratica di Fratelli d’Italia, il partito della presidente del Consiglio, non dispiacerebbe al Pd di Elly Schlein e persino ai 5S di Giuseppe Conte. In concreto, la ostacolerebbero in pubblico, ma con la riserva mentale di appoggiarla almeno in parte al momento opportuno e dopo qualche correzione in aula.
Non c’è che attendere e vedere. Per adesso siamo alle audizioni preparatorie, la sostanza sarà affrontata verso l’autunno. Tempi lunghi e soprattutto diffuso scetticismo. E si capisce. Toccare una materia delicata come il modello elettorale presuppone due punti fermi: una forte volontà iniziale che può essere incarnata da una singola personalità o da un’alleanza di partiti; e la capacità di allargare il consenso a un ventaglio di forze parlamentari. Ora, dopo la sconfitta nel referendum di marzo, la spinta propulsiva di Giorgia Meloni sembra essersi molto attenuata. Lo si deduce dai vari profili dell’attività di governo, non solo dalla questione elettorale. Eppure senza il temperamento della premier, senza la sua tenacia, è assai improbabile che la legge possa ottenere i consensi trasversali che le occorrono. Oltre alla logica dei numeri, esiste il clima psicologico, quell’inafferrabile atmosfera in Parlamento e dintorni per cui si capisce se qualcosa si può fare, come e quando.
Oggi non si respira un’aria d’alta montagna, bensì quella tipica di una legislatura che si avvia alla fine mentre incombe una crisi internazionale senza troppi precedenti. E tutto diventa difficile, anche all’interno del centrodestra: dove Forza Italia e anche la Lega hanno poca voglia di farsi imporre le regole da Palazzo Chigi. Ecco allora che acquista credibilità l’ipotesi di elezioni politiche nel 2027 — salvo un anticipo dovuto a uno shock imprevedibile — destinate a svolgersi con l’attuale modello elettorale. In quel caso, prende corpo la prospettiva di un pareggio, ossia nessuno schieramento in grado di prendere il sopravvento sull’altro in modo decisivo. Ci sarà chi trae vantaggio dai collegi del nord e chi s’impone al sud: ma nel complesso nessuno sarebbe in grado di governare da solo. L’altro giorno ne ha parlato in modo esplicito Carlo Calenda, dando voce al pensiero di tanti.
Inutile dire che in quel caso il Quirinale tornerebbe al centro della situazione. Il presidente della Repubblica sarebbe obbligato a trascorrere gli ultimi due anni, o un anno e mezzo, del suo secondo mandato intento a sbrogliare la più intricata delle matasse. Altro che “premierato”, soluzione che a Mattarella non è mai piaciuta. Sarebbe un ritorno all’antico: politica debole e divisa come non mai, con il Colle chiamato a scegliere i personaggi meno improbabili per incarnare le figure-chiave del governo. Un esecutivo che potrebbe essere di solidarietà nazionale o qualcosa del genere. Sarà il momento della creatività istituzionale, e non per la prima volta. E attenzione: il pareggio non sarebbe una disfatta per il centrodestra, ma senza dubbio potremmo parlare di sconfitta politica. Mentre per l’opposizione di centrosinistra il pareggio sarebbe quasi una vittoria. La avvicinerebbe alle stanze del governo e in particolare le offrirebbe ottime carte per gestire la successione a Mattarella, a cavallo tra 2028-29.