La ritirata della Nato
di Ezio MauroLa Nato a geografia variabile è l’ultima minaccia di Trump. Il presidente americano, irritato per non aver ricevuto il sostegno militare dai Paesi europei nello stretto di Hormuz, si è dichiarato pronto a ritirare per vendetta i suoi soldati dalla Germania, dalla Spagna e dall’Italia. «Perché non dovrei? L’Italia non è stata di nessun aiuto e la Spagna è stata orribile, assolutamente orribile. Hanno fatto un pasticcio totale con l’Ucraina, li abbiamo aiutati anche se con l’Ucraina ci separa un oceano, è un problema loro. Ma quando abbiamo avuto bisogno di loro non c’erano: dobbiamo ricordarcene».
In questa minaccia sospesa — che degrada l’aggressione russa all’Ucraina da violazione universale a problema locale, e lo restituisce integralmente agli europei — è concentrata tutta la filosofia di Trump sul nuovo ordine internazionale, la sua concezione imperiale, il nuovo sentimento americano di lontananza dall’Europa, e più ancora di estraneità al suo destino, davanti all’ammainabandiera…
La Nato a geografia variabile è l’ultima minaccia di Trump. Il presidente americano, irritato per non aver ricevuto il sostegno militare dai Paesi europei nello stretto di Hormuz, si è dichiarato pronto a ritirare per vendetta i suoi soldati dalla Germania, dalla Spagna e dall’Italia. «Perché non dovrei? L’Italia non è stata di nessun aiuto e la Spagna è stata orribile, assolutamente orribile. Hanno fatto un pasticcio totale con l’Ucraina, li abbiamo aiutati anche se con l’Ucraina ci separa un oceano, è un problema loro. Ma quando abbiamo avuto bisogno di loro non c’erano: dobbiamo ricordarcene».
In questa minaccia sospesa — che degrada l’aggressione russa all’Ucraina da violazione universale a problema locale, e lo restituisce integralmente agli europei — è concentrata tutta la filosofia di Trump sul nuovo ordine internazionale, la sua concezione imperiale, il nuovo sentimento americano di lontananza dall’Europa, e più ancora di estraneità al suo destino, davanti all’ammainabandiera della libertà.
La Nato per Trump è semplicemente un dispositivo militare che deve scattare agli ordini degli Usa, ignorando i vincoli delle Costituzioni europee, la storia, la cultura dell’alleanza. Se non ubbidisce al comando americano, per diventare forza di complemento nell’avventura delle truppe statunitensi, allora la Nato è inutile per gli Usa e si riduce a semplice ombrello difensivo dell’Europa, che il leader della Casa Bianca può sovranamente decidere di chiudere in qualsiasi momento, dopo averlo derubricato da alleanza a onere, da solidarietà a spesa. Nessuna ragione ideale sopravvive nella stagione del trumpismo: ci sono soltanto interessi, anzi un solo interesse, egemone.
Questa concezione cozza contro la realtà degli ultimi ottant’anni, e falsifica la storia. Le spese per la difesa dell’area Nato sono state sicuramente sproporzionate a carico degli Stati Uniti che hanno pagato per tutti, e soltanto oggi i Paesi europei hanno avviato un piano di riequilibrio finanziario che si accompagna a un ridisegno continentale della strategia di difesa, pieno di incognite ma indispensabile.
Ma non si può ignorare che con il sostegno economico alla Nato l’America si è comprata una proiezione imperiale, un presidio globale, una dimensione universale. Non solo: è la Nato che ha consentito a Washington di estendere la sua sovranità concorrente e alleata fuori dal continente americano senza l’occupazione territoriale, con una sorta di sovranità cultural-militare che è la natura stessa del profilo imperiale americano, costruito su una rete di nodi integrati militari e soprattutto strategici in una geografia inedita del potere, che ha permesso agli Stati Uniti di contare nel Mediterraneo, nel Medio Oriente, nel Nord Africa.
Dunque l’impegno americano nella Nato non è stato a fondo perduto, e anche il sostegno nella guerra fredda a Paesi minori ma dislocati sulla frontiera est-ovest, come l’Italia, non è stato senza tornaconto: com’è giusto che accada in un’alleanza.
Il fatto è che per un capriccio della storia l’intesa atlantica non si è fermata al trattato, e neppure soltanto al patto militare, ma ha generato qualcosa addirittura di metafisico, sicuramente metapolitico: è l’identità occidentale, la consapevolezza di far parte del mondo dei diritti e del diritto, della democrazia delle Costituzioni e delle istituzioni. È quella cornice ideale che ha ispirato la lotta per la riconquista della libertà nell’ultima guerra mondiale, con la sconfitta del nazifascismo, e che ha dettato la linea durante la stagione della guerra fredda, fino alla vittoria nell’89 con la caduta del Muro e la disfatta del comunismo fatto Stato.
Potremmo chiamarlo un impero asimmetrico consensuale, dove i rapporti di forza erano assolutamente sproporzionati ma la forza non era l’unica misura del tutto, perché l’impianto valoriale del patto atlantico attribuiva la piena dignità di alleati a ognuno dei partner.
C’era cioè la coscienza avvertita di far parte della stessa storia di ripulsa delle dittature e della stessa ambizione per una civiltà della libertà: è l’idea di Occidente, che nella pratica quotidiana abbiamo tradito mille volte con pulsioni imperialiste e colonialiste, con miserie governative e infedeltà evidenti, ma a cui non abbiamo mai rinunciato, perché è la vera dimensione cultural-politica di questa parte del mondo, ciò che noi siamo, o almeno ciò che vorremmo essere.
Qui confluiscono l’idea greca della città, il diritto romano, la misericordia cristiana, l’idea di libertà delle due rivoluzioni francese e americana, il concetto di Ovest, l’incompiuta europea che continua a interpellarci come una colpa.
È questo che Trump non ha capito. Il concetto di Occidente gli è estraneo, la parola democrazia è bandita dal suo vocabolario, le Costituzioni sono per lui un inutile impaccio e non una guida. È come se vedesse soltanto l’aspetto strutturale dei fenomeni, e non la sovrastruttura che li determina, li spiega, li proietta nel tempo.
Non si rende conto che la sua minaccia di ritirare i soldati americani dall’Italia, dalla Germania e dalla Spagna non è soltanto un atto di ritorsione inaccettabile tra alleati che hanno messo in comune basi, territorio, stabilità politica, affidabilità internazionale, ma è un gesto che contraddice fino a negarlo un fondamento culturale dell’Occidente organizzato: e cioè l’idea che la sicurezza sia indivisibile, e che la difesa comune sia qualcosa di più, molto di più della semplice addizione dei sistemi difensivi nazionali.
Oggi tutti si domandano — sottovoce, per non svegliare il can che dorme — se è ancora in vigore l’articolo 5 del trattato atlantico, nel quale «le parti convengono che un attacco armato contro una o più di esse sarà considerato come un attacco diretto contro tutte». Ma la vera domanda che nessuno si pone è se è ancora valido il preambolo, che raccoglie i principi-guida del mondo occidentale, con i firmatari che si dichiarano «determinati a salvaguardare la libertà, il patrimonio comune e la civiltà dei loro popoli, fondati sui principi della democrazia, della libertà individuale e dello Stato di diritto».
Questo impegno dà forma a una civiltà, che si riconosce in un destino: perché l’Occidente non è un mercato indistinto della sicurezza, ma una comunità politica, e non si cancella con un colpo di mano del più forte, svuotando le caserme.