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Legge elettorale, le trappole della fretta

Giorgia Meloni con Antonio Tajani e Matteo Salvini (ansa)

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Lo scenario peggiore per Meloni: una riforma approvata senza dialogo e con il voto di fiducia
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Con il senno di poi, qualcuno nel governo Meloni è giunto alla conclusione che nella campagna per il referendum sulla separazione delle carriere il fronte del Sì ha commesso qualche errore di troppo. A parte lo sbaglio maggiore, ossia il tono punitivo nei confronti della magistratura, l’altro infortunio riguarda il rifiuto preventivo di aprire un dialogo con l’opposizione in Parlamento. Se si fosse accettato qualche emendamento della minoranza, forse non sarebbe cambiato granché, ma il No si sarebbe trovato con le armi in parte spuntate. Il tema dell’assalto alla democrazia avrebbe perso di efficacia.

La questione si ripropone adesso in un contesto diverso. L’esecutivo vuole ottenere la riforma della legge elettorale e la vuole in tempi rapidi. Il rischio è quello di muoversi lungo un sentiero sconnesso, quando mancano pochi mesi alla fine della legislatura. Non solo: trasmettere un senso di arroganza e di non-ascolto delle ragioni degli altri è proprio ciò di cui non ha bisogno il ce…

Con il senno di poi, qualcuno nel governo Meloni è giunto alla conclusione che nella campagna per il referendum sulla separazione delle carriere il fronte del Sì ha commesso qualche errore di troppo. A parte lo sbaglio maggiore, ossia il tono punitivo nei confronti della magistratura, l’altro infortunio riguarda il rifiuto preventivo di aprire un dialogo con l’opposizione in Parlamento. Se si fosse accettato qualche emendamento della minoranza, forse non sarebbe cambiato granché, ma il No si sarebbe trovato con le armi in parte spuntate. Il tema dell’assalto alla democrazia avrebbe perso di efficacia.

La questione si ripropone adesso in un contesto diverso. L’esecutivo vuole ottenere la riforma della legge elettorale e la vuole in tempi rapidi. Il rischio è quello di muoversi lungo un sentiero sconnesso, quando mancano pochi mesi alla fine della legislatura. Non solo: trasmettere un senso di arroganza e di non-ascolto delle ragioni degli altri è proprio ciò di cui non ha bisogno il centrodestra.

Il punto è che il referendum sui magistrati ha segnato una linea nella sabbia. C’è un prima e un dopo. Prima il governo aveva il vento in poppa e poteva permettersi qualche mossa azzardata: anche se in realtà ha commesso gli errori di cui si è detto.

Dopo il risultato delle urne tutto è cambiato. Giorgia Meloni avrebbe necessità, da un lato, di uno slancio formidabile sulle cose da fare; e, dall’altro, di muoversi con prudenza nei rapporti politici e istituzionali. La riforma elettorale richiede, come è facile intuire, il massimo di cautela.

Si può fare, certo, ma occorre essere consapevoli delle difficoltà e delle trappole. Soprattutto, una maggioranza che non è più sulla cresta dell’onda non può non sapere che l’opposizione è pronta a usare l’argomento in campagna elettorale. È il tema ben noto del governo autoritario che non esita a piegare le regole a proprio uso e consumo.

Come è noto, si è pure diffusa la convinzione secondo cui Elly Schlein e persino Giuseppe Conte sarebbero d’accordo in modo tacito per cambiare la legge, così da evitare il fatidico “pareggio” post elettorale. Ma la domanda è: sarebbero disposti, gli esponenti dell’opposizione, a esprimersi un giorno a favore del nuovo modello, purché emendato? E quando? Perché in caso contrario, se rimane il rifiuto pubblico, vuol dire che la destra dovrà farsi carico da sola di tutta l’impopolarità della manovra. Magari per ritrovarsi, il giorno dopo le elezioni, con un centrosinistra che si proclama vincitore avendo tratto vantaggio dal premio di maggioranza.

Ma c’è dell’altro. Prima di affrontare il rapporto con l’opposizione, la coalizione di governo deve fare chiarezza al suo interno. E sappiamo che questo è oggi il passaggio più arduo. Per costringere a un’intesa rapida sia Salvini sia i centristi di Tajani — con la famiglia Berlusconi sullo sfondo — occorre una guida politica molto determinata e vigorosa.

Ci si domanda se Giorgia Meloni sia ancora capace di gestire una prova di leadership: forse sì, ma deve offrirne la dimostrazione. Lo capiremo presto di fronte alle riserve che provengono dall’interno del centrodestra. Poi si aprirà il capitolo delle riserve e delle resistenze nel campo dell’opposizione. Qui occorrerà il surplus di mediazione di cui si diceva.

A proposito di errori, s’intende che il più disastroso sarebbe quello di fare ricorso al voto di fiducia, alla Camera o al Senato. È un’ipotesi che è stata affacciata, ma renderebbe evidente la spaccatura nella maggioranza e non basterebbe un cerotto per occultarla. Una riforma elettorale approvata con la fiducia sul finire della legislatura: difficile immaginare uno scenario peggiore.

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