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Le due bandiere di Putin

Vladimir Putin sulla piazza Rossa (agf)

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In uno scenario imperiale, anche se a scartamento ridotto per il peso dei quattro anni di guerra in Ucraina, Vladimir Putin ha riconfermato che la forza del comando è il nucleo vitale della Russia, ma per la prima volta ha aperto alla possibilità di negoziare una soluzione al conflitto coinvolgendo direttamente l’Europa al tavolo delle trattative, riconoscendo così che la Ue è oggi il vero soggetto di sostegno a Kiev, e deve avere un ruolo nel processo negoziale che non le è mai stato riconosciuto. “Credo che il conflitto stia volgendo al termine”, ha detto il presidente della Russia, dichiarandosi anche pronto a incontrare Zelensky in un paese terzo, “una volta che ci sarà l’accordo di pace”.

Tutto questo è avvenuto nella cornice eroica del 9 maggio, una data fondativa per il potere del Cremlino.

Non c’è luogo più adatto per correggere la storia e riscriverla della Piazza Rossa di Mosca, protetta dalle mura del Cremlino, benedetta dalla cattedrale di San Basilio, sorvegliata dalla mu…

In uno scenario imperiale, anche se a scartamento ridotto per il peso dei quattro anni di guerra in Ucraina, Vladimir Putin ha riconfermato che la forza del comando è il nucleo vitale della Russia, ma per la prima volta ha aperto alla possibilità di negoziare una soluzione al conflitto coinvolgendo direttamente l’Europa al tavolo delle trattative, riconoscendo così che la Ue è oggi il vero soggetto di sostegno a Kiev, e deve avere un ruolo nel processo negoziale che non le è mai stato riconosciuto. “Credo che il conflitto stia volgendo al termine”, ha detto il presidente della Russia, dichiarandosi anche pronto a incontrare Zelensky in un paese terzo, “una volta che ci sarà l’accordo di pace”.

Tutto questo è avvenuto nella cornice eroica del 9 maggio, una data fondativa per il potere del Cremlino.

Non c’è luogo più adatto per correggere la storia e riscriverla della Piazza Rossa di Mosca, protetta dalle mura del Cremlino, benedetta dalla cattedrale di San Basilio, sorvegliata dalla mummia di Vladimir Lenin che vigila sul Paese da cent’anni e per sempre, nel punto in cui la Russia “confina soltanto con il cielo”. La parata che Putin considera “sacra”, perché celebra la vittoria sovietica sul nazismo, abbatte il tempo e attraversa le epoche, per fondere insieme la potenza dell’Urss e l’eternità della Russia. È la rivendicazione dell’eroismo militare dell’Armata rossa che ha saputo sconfiggere Hitler, l’attribuzione di un credito politico inestinguibile al Cremlino che con gli alleati ha salvato l’Europa, e infine e soprattutto è la conferma della perennità della missione salvifica dello spirito russo, che si è auto-assegnato il compito di risolvere la storia, in una logica sacrificale, mistica e universale.

Putin sa bene che la memoria della resistenza sovietica al nazismo, e l’immagine dell’ingresso dell’Armata in Berlino liberata, con la bandiera rossa che sventola sul tetto del Reichstag tra il fumo degli incendi e la rovina delle case tutt’intorno, sono conficcate nell’anima russa e nelle memorie intime, familiari, della popolazione: ancora qualche anno fa le giovani spose che uscivano dal municipio dopo la celebrazione del matrimonio fermavano il corteo nuziale davanti alla tomba del milite ignoto, per posare il loro mazzo di fiori della festa in omaggio ai caduti, in un passaggio generazionale che non si è mai spezzato nelle vicissitudini della Russia e nel succedersi delle ere politiche. Ieri, plasticamente, la bandiera rossa con la falce e il martello è rispuntata dalla storia ed è scesa nella Piazza Rossa, sventolata appena due passi dietro il vessillo ufficiale della Russia: non era il simbolo del bolscevismo, ma “la bandiera della vittoria”, icona perenne in un accumulo sapiente di identità: imperiale, sovietica, nazionale. Così il 9 maggio diventa la scena di un cortocircuito emotivo, storico, sentimentale e politico. Condensa in un simbolo l’esperienza sovietica di settant’anni, la dittatura teorizzata da Lenin, le purghe di Stalin nel partito, la gerontocrazia al potere e la rottura di Gorbaciov, quindi la stagione di Eltsin fino al volto attuale del potere, immobile nella sua fissità. Tutto si confonde e si conferma cercando un significato generale e univoco nella potenza russa, cioè nell’esercizio senza limiti del potere, sottratto a ogni controllo e a qualsiasi giudizio: è la storia trasformata in genealogia.

È questo che Putin celebra, la mistica del comando, ed è questo che rimpiange. Quando dice che il dissolvimento dell’Unione Sovietica è la più grande tragedia geopolitica del secolo, il presidente della Russia non insegue l’esperienza politica del comunismo che giudica negativa, soprattutto ai fini dello sviluppo economico del Paese: ciò che cerca è la grandeur perduta, il nocciolo duro del potere, la pratica del dominio che i sette decenni di comunismo hanno selezionato e affinato, il meccanismo imperiale con la soggezione di popoli e Paesi. “Supereremo ogni sfida, — ha detto ieri Putin dal palco d’onore — la chiave del successo sta nella nostra forza morale, nel coraggio e nel valore. Siamo uniti: la vittoria è sempre stata e sarà nostra”. Per il capo del Cremlino il bolscevismo, la rivoluzione, lo stalinismo sono semplici contenitori della forza che si traduce in politica e dà forma all’impero. La forza come vera natura del comando, essenza del potere, intatta dallo Zar a Putin attraverso il millennio, capace di garantire rispetto per la Russia, ma anche di risolvere l’ossessione territoriale di Mosca. Con la cintura prigioniera dei Paesi satelliti che proteggevano la madre Russia contro le potenze occidentali, viste come talassocrazie in viaggio per mare, mentre il trasloco della capitale da San Pietroburgo a Mosca, deciso da Lenin, aveva rinchiuso definitivamente il potere sovietico nel cuore terrestre dell’impero, munendolo nelle mura del Cremlino.

Naturalmente la ‘guerra patriottica’ nella propaganda putiniana diventa la grande madre della guerra d’aggressione di Mosca a Kiev. “L’impresa della generazione dei vittoriosi ispira i soldati che oggi sono impegnati nell’operazione militare speciale, ed è per loro di esempio”, ha detto ieri Putin. “Nonostante stiano combattendo contro una forza aggressiva sostenuta dall’intero blocco Nato, i nostri eroi continuano ad avanzare”. Il credito che l’Urss si è guadagnato entrando a Berlino, cerca di riscuoterlo oggi il leader del Cremlino con valuta ucraina, provando con insistenza a definire ‘nazista’ il governo di Kiev, e ‘naziste’ tutte le pratiche politiche seguite da Zelensky. Se il nemico è lo stesso del ‘45, anche la mistica di allora può essere resuscitata e spesa sul mercato politico contemporaneo di fronte all’opinione pubblica russa e internazionale. Si confondono arbitrariamente le identità e le storie e si omogeneizza la storia, con Mosca che si presenta come custode del nucleo originario della sacra Rus’, da cui si è allontanata colpevolmente Kiev, soggiogata dalle sirene dell’Europa e della Nato. E con Putin unico erede e garante della potestà imperiale di Mosca, ineluttabile come un destino. È a questo punto che, domata la storia e confermata la forza come anima della Russia, Putin può aprire a una trattativa sulla guerra, anche soltanto perché sente l’urgenza di offrire la prospettiva di una soluzione all’opinione pubblica affaticata e scontenta.

In realtà i conti russi con la storia sono molto più complicati. Perché nel celebrare il “Giorno della Vittoria” Putin dimentica il giorno della sconfitta, e cioè cancella un fatto storico: la Russia ha perso la guerra fredda. Ovviamente la sconfitta non comporta una celebrazione, ma richiede una riflessione. C’è invece un salto storico che riscrive direttamente il passato, ignorando la caduta del Muro, il dissolvimento dell’Urss, quella stessa bandiera rossa con la falce e il martello che scende dalla cupola più alta del Cremlino. La vera ragione della scelta di Putin di uscire dal concerto dei leader mondiali per attaccare la democrazia liberale, sta esattamente in questo rifiuto di misurarsi con l’eredità della guerra fredda, e trarne le conseguenze politiche. La storia dice che alla fine di quel conflitto le democrazie hanno prevalso sulle dittature, dando una forma politica alla libertà nel segno del diritto e dei diritti. Ma il vero capolavoro di Putin è quello di non aver consentito all’Occidente di capitalizzare quella vittoria e di farla entrare nel senso comune, accettando lo schema di gioco putiniano che ignora la lezione della guerra fredda e la soffoca nel mito patriottico intatto e perennemente rinnovato.

È l’epopea politica, militare e religiosa dell’Est che torna a catturare il Cremlino, l’Est come soggetto politico che riemerge, dopo che con la scomparsa dell’Urss sembrava ridotto a semplice punto cardinale senza più una valenza politica, costruito com’era con il filo spinato e il cemento del Muro, andato definitivamente in frantumi. Tutto questo spostamento negli spazi e nei concetti mutila Putin della sua dimensione europea, a cui non aveva mai rinunciato, profilandolo oggi come ‘Vladimir l’asiatico’: con il rischio per Mosca che alla fine sia la Cina a incassare i dividendi di questo piano inclinato, perché c’è sempre un punto in cui l’Est trascolora e diventa Oriente.

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