Sesso, sangue, a volte soldi. Che siano molti o pochissimi, miseria o posticcia nobiltà, soldi che mancano, soldi in eccesso: ci sono sempre, i soldi, a far da quinta a queste storie. Villette di periferia o villoni al mare, garage di campagna o terrazze paradiso, politici o manovali, droga dello stupro o un parente che bussa permesso, o un amico di un amico. Ma anche, certo, i soldi di mezzo: la piccola borghesia di provincia, il decoro apparente e poi guarda, invece. Chi l’avrebbe mai detto. Povera ragazza, chi poteva immaginare. Tutta Italia ne parla. Non si parla d’altro: in tv, sui giornali, sui social, a metà conversazione durante la pensosa presentazione di un film d’essai e a bordo campo della partita dei ragazzini, la domenica. Ma secondo te, Garlasco?
L’altro ieri Avetrana, Novi Ligure, prima ancora Cogne. La geografia del crimine domestico, i sindaci che intentano azioni legali perché il nome del paese non sia nel titolo, mica siamo tutti assassini, qui, cosa credete, siamo…
Sesso, sangue, a volte soldi. Che siano molti o pochissimi, miseria o posticcia nobiltà, soldi che mancano, soldi in eccesso: ci sono sempre, i soldi, a far da quinta a queste storie. Villette di periferia o villoni al mare, garage di campagna o terrazze paradiso, politici o manovali, droga dello stupro o un parente che bussa permesso, o un amico di un amico. Ma anche, certo, i soldi di mezzo: la piccola borghesia di provincia, il decoro apparente e poi guarda, invece. Chi l’avrebbe mai detto. Povera ragazza, chi poteva immaginare. Tutta Italia ne parla. Non si parla d’altro: in tv, sui giornali, sui social, a metà conversazione durante la pensosa presentazione di un film d’essai e a bordo campo della partita dei ragazzini, la domenica. Ma secondo te, Garlasco?
L’altro ieri Avetrana, Novi Ligure, prima ancora Cogne. La geografia del crimine domestico, i sindaci che intentano azioni legali perché il nome del paese non sia nel titolo, mica siamo tutti assassini, qui, cosa credete, siamo brava gente. La reputazione è il bene più opaco e menzognero, il più prezioso sul mercato.
Roberto Saviano ha scritto un articolo esemplare. Mentre mette a fuoco la popolare passione, per i molti che ascoltano, e la redditizia attività, per i molti meno che la svolgono, per il ‘truecrime’ — nella neolingua il genere di intrattenimento che consiste nell’ascoltare mentre guidi o cucini qualcuno che racconta un delitto di molti o pochi anni fa — parla, intanto, del tessuto sociale, delle passioni civili. Di giustizia, di consapevolezza, di noi. Dice, Saviano, soprattutto una cosa: la maniacale ossessione per le storie individuali, storie nere, distoglie l’attenzione dalla storia collettiva, la storia grigia di tutti. Non è un caso, è un progetto. È l’orchestrato declino dei saperi che ha questa esatta missione: distrarre dal disastro collettivo, dai danni e dalle omissioni di chi governa le cose, dai problemi reali, dalla mala educazione e dalla corruzione dando in pasto alle moltitudini qualcosa che sazi e che insieme affami. Anzi. Che affami dando la sensazione di sazietà, e che nel frattempo dia a ciascuno la possibilità di sentirsi giudice, come i famosi a Ballando in tv. Chiunque autorizzato a dire la sua, esortato a farlo purché più clicchi, più commenti, più i padroni della macchina si arricchiscono. Direte. Da che mondo e mondo esistono (esistevano) i radiodrammi, i rotocalchi, le saghe delle famiglie reali, i delitti irrisolti e quelli risolti, il Circeo, il biondino della Spider Rossa. Chissà se sull’omicidio di Milena Sutter, 1971, c’è un nuovo podcast che cinquantacinque anni dopo racconta che fine ha fatto l’assassino, ah sì, eccolo: è morto solo cinque anni fa all’Elba mentre faceva il bagno, aveva 76 anni. Ora vi raccontiamo la storia. Dunque.
Chi sarebbe il colpevole se le moltitudini vogliono sapere della contessa Agusta, di Elisa Claps, del cancro di Kate e dei tradimenti e dei safari di Juan Carlos di Spagna e non di Cutro, del processo a finanzieri e ufficiali per omicidio colposo plurimo, 94 morti, 35 bambini? Perché nessuno dice di quelli e tutti, ma proprio tutti parlano di Sempio? Vent’anni fa, sarà stato lui? Plastico, dibattito. Infinite ore di esperti moltissimi dei quali cresciuti su Internet, popolari su Internet, è questo il requisito. Allora di chi è la colpa, se ribellarsi all’incompetenza democratica è diventato un sintomo evidente di posizione elitaria. Come se essere radicali nelle proprie convinzioni e insieme non sostenerle urlando, ruttando e insultando fosse disprezzabile. Del resto, governa Trump: eletto, nella più vasta democrazia d’Occidente.
Non è solo il governo delle destre che ha in odio la cultura, l’istruzione e il sapere, preferisce che la gente aspetti il messia. Non è solo Internet, né l’intelligenza artificiale che evita ogni fatica a partire da quella di mettersi in pericolosa relazione con un altro essere umano che potrebbe dirti quel che non ti piace sentire. È un po’ più complicato di così se l’odierno misuratore del successo è — scrive Guia Soncini — di un podcast il numero di campanelline: cioè il disegno su cui si appoggia il dito per dire “avvisatemi quando esce una nuova puntata: mi appassiona abbastanza da voler ricevere una notifica ma non abbastanza da ricordarmi il giorno in cui la pubblicate”. La soglia dell’attenzione è bassissima, le competenze un copia-incolla, la popolarità proporzionale al sex appeal, una voce profonda può bastare. Chi apre il dibattito non ha letto il libro ma ha sentito che, non ha visto il film ma gliene hanno parlato, ha scorso sui social una card che gli hanno inviato ma ora non ricorda chi. Vige il principio della mosca e l’elefante: più grande è il bersaglio maggiore è la possibilità che, reagendo al fastidio, segnali l’esistenza della mosca. Difatti la consegna è non reagire mai, su Internet, ma non basta. Il sistema si autoalimenta in una corsa cieca.
Sempre, da sempre, spostare il conflitto sul piano individuale è funzionale a distogliere dal malessere collettivo. Dire che è il paziente a lottare contro la malattia, l’epica dell’individuale guerriero, sposta l’attenzione: contro le malattie non si fa guerra, non combatti contro te stesso, non è colpa tua se muori, le malattie si curano e l’unica battaglia da fare è quella dell’investimento in ricerca scientifica e in mezzi per la sanità pubblica. Dire che chi uccide la donna che non vuole stare con lui è un pazzo, vittima di un raptus (lui, vittima) sposta l’attenzione dalla cultura del possesso che si combatte con l’educazione, a scuola, a partire dall’infanzia. Ogni società si fonda su due pilastri: la sanità e l’educazione. Disinvestire qui, come accade, è il danno supremo, consapevole e sistematico. Ogni altro male ne discende. L’unica notizia positiva, di fronte alla peggiore classe dirigente del dopoguerra e all’analfabetismo imperante, è che non sarà difficile fare di meglio. Ragazzi, avete davanti una prateria. Studiate, come diceva quella madre mandata al patibolo dai fascisti. Studiate e non vi fate intimidire dal potere, tentare dalle lusinghe. L’intelligenza artificiale, i copia incolla di momentaneo successo, possono solo mettere insieme pezzi di quel che è già stato già. Processano il passato, quello che qualcuno di umano ha fatto già. Le macchine non hanno desideri, passioni, intenzioni: non hanno idea di dove andare, voi sì.