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True crime, perché siamo tutti attratti dal Male

Milano, 5 maggio: in attesa delle gemelle Cappa davanti alla caserma dei Carabinieri (agf)

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Come difendersi? Potremmo immaginare un insieme di regole comuni che preservino questo tipo di comunicazione dagli aspetti più tossici
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Il 5 maggio del 1963, a tre giorni dal rinvenimento in uno stabile del centro di Roma del corpo senza vita della giovane modella tedesca Christa Wanninger, il quotidiano Il Tempo lanciò un “referendum” tra i suoi lettori. Al giornale era allegata una scheda divisa in tre colonnine: «movente», «ora, luogo e nazionalità» e «osservazioni». I lettori erano invitati a suggerire la loro ricostruzione della dinamica omicida, «nell’intento», si spiegava, «di offrire la loro collaborazione alla Polizia attraverso un veicolo di grande penetrazione qual è un diffuso quotidiano».

Che declinazione in salsa televisiva potrebbe avere, oggi, una trovata del genere? Un talent sul miglior serial killer? Cinquecentomila euro al concorrente che azzecca il verdetto? A quel tempo, nessuno lamentava l’overdose di racconti criminali. Era la buona vecchia “nera”. Dopo un po’, si passava ad altro.

E oggi? Spunti di notevole interesse vengono dai recenti interventi su questo giornale di Concita De Gregorio e …

Il 5 maggio del 1963, a tre giorni dal rinvenimento in uno stabile del centro di Roma del corpo senza vita della giovane modella tedesca Christa Wanninger, il quotidiano Il Tempo lanciò un “referendum” tra i suoi lettori. Al giornale era allegata una scheda divisa in tre colonnine: «movente», «ora, luogo e nazionalità» e «osservazioni». I lettori erano invitati a suggerire la loro ricostruzione della dinamica omicida, «nell’intento», si spiegava, «di offrire la loro collaborazione alla Polizia attraverso un veicolo di grande penetrazione qual è un diffuso quotidiano».

Che declinazione in salsa televisiva potrebbe avere, oggi, una trovata del genere? Un talent sul miglior serial killer? Cinquecentomila euro al concorrente che azzecca il verdetto? A quel tempo, nessuno lamentava l’overdose di racconti criminali. Era la buona vecchia “nera”. Dopo un po’, si passava ad altro.

E oggi? Spunti di notevole interesse vengono dai recenti interventi su questo giornale di Concita De Gregorio e Roberto Saviano. Da un lato, sull’uso della cronaca nera come arma di distrazione da più gravi accadimenti criminali legati a tragedie epocali (Cutro) o all’immanenza delle varie mafie. Dall’altro, sulla disintermediazione, con annessa diffusa ignoranza che ci trasforma, di volta in volta, in epidemiologi, ornitologi, arbitri di calcio, giudici.

Facciamo un passo indietro. Torniamo all’origine. C’è un delitto. E noi ci appassioniamo. Sappiamo che il Male esercita su di noi un’attrazione ineludibile. Chiamarla “morbosità” è un’ipocrisia. Il Male è ossessivamente presente nelle nostre vite, nei nostri sogni. Tra i miti fondanti della nostra cultura occidentale c’è il fratricidio di Caino. Del quale siamo tutti discendenti, ci piaccia o meno: figli non della vittima che giace nell’eterno, ma del carnefice che gira il mondo mettendo al mondo la sua progenie. Cioè noialtri. Nel Male, in altri termini, ci specchiamo. E l’immagine riflessa ci colpisce dolorosamente. E questo è l’aspetto nobile del nostro rapporto con il Male.

Poi ci sono quelli che il Male lo raccontano. Gli scrittori, i giornalisti. La cronaca, da un lato, la fiction dall’altro. Il “giallo” moderno e la “nera” nascono insieme, a metà dell’Ottocento. E hanno subito successo, l’uno e l’altra. Esplode anche, in quella stagione, la propaganda, cioè lo sfruttamento a fini politici del Male e delle sue narrazioni. Attrazione, narrazione, sfruttamento. Questi tre aspetti sono così intrinsecamente legati da rendere impossibile una lettura a una dimensione del fascino del Male. Come difendersi, allora, dall’overdose di true crime?

Potremmo immaginare un insieme di regole comuni che preservino questo tipo di comunicazione dagli aspetti più tossici. C’è un precedente a cui guardare. Nel maggio del 2009, su impulso del presidente Napolitano, venne varato da Rai, Mediaset, Telecom Italia Media (all’epoca proprietaria de LA7), dalla Federazione della stampa, da Frt e da Aeranti-Corallo un codice di autoregolamentazione, con un Comitato di controllo composto dai rappresentanti dei firmatari e da tre rappresentanti dell’Agcom.

Il Codice (il cui testo poi sarebbe confluito nel Testo unico dei doveri del giornalista) elenca una serie di prescrizioni a cui attenersi in caso di rappresentazione di vicende giudiziarie in corso. Vi si richiamano «il dovere di rispettare obiettività, completezza, imparzialità e i diritti alla dignità, all’onore, alla reputazione e alla riservatezza delle persone coinvolte», l’invito a chiarire i ruoli, a operare nel contraddittorio.

Niente di devastante, solo un breviario del rispetto della dignità umana che, ad esempio, renderebbe difficile sbattere in prima pagina il mostro di turno. Specie ora che, in tempi dominati dalla paura, la figura del capro espiatorio ci appare così rassicurante. Nella realtà questo Comitato, essendo privo di potere sanzionatorio, intervenne ripetutamente su vari delitti mediatici — Perugia, Avetrana — attraverso nobili raccomandazioni e moniti eticamente condivisibili. Tanta nobiltà elargita senza esito alcuno comportò, nel giro di tre anni, la sua eclissi.

Qualche tempo fa il consigliere d’amministrazione Rai Roberto Natale ha proposto di riconvocare il Comitato (mai ufficialmente sciolto). Potrebbe essere una strada proficua? Perché non tentare? Si risolverebbe in questo modo il problema dell’uso politico della “nera”? C’è da dubitarne. Anche se sarebbe un passo nella giusta direzione. Un linguaggio più rispettoso aiuterebbe la comprensione, ma una vera consapevolezza — e dunque la capacità di affrontare le manipolazioni e difendersene — non può che scaturire da studio, conoscenza, applicazione. Tutte pratiche — e virtù — quanto mai invise a una certa lettura dello “spirito dei tempi”.

Infine, la fiction. Solo un ostinato pregiudizio ideologico può indurci a ritenere che si diventi criminali guardando storie di banditi: comodo alibi per nascondere sotto il tappeto le magagne di società in crisi. Chi rappresenta una tigre, scrisse Schiller, deve mostrarne sì la pericolosità, ma anche la bellezza e magnificenza. Chi rappresenta il Male «deve entrare nei labirinti della notte, non deve esitare a percorrerli, deve imporre a se stesso di penetrare fino in fondo nel cuore dei sentimenti che suscitano nel suo spirito una cupa avversione».

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