Ci vorrebbe un campo largo all’italiana per salvare il paziente inglese. Il successore di Keir Starmer alla guida del Labour e del governo, o lui stesso, se mantenesse il posto nella sfida vagheggiata dal ministro della Sanità Wes Streeting, a cui probabilmente parteciperebbero altri aspiranti premier, avrà una priorità da qui al luglio 2029, data entro la quale sono previste le prossime elezioni: comporre una larga alleanza di centrosinistra per impedire il catastrofico arrivo a Downing Street del populista filo trumpiano Nigel Farage, vincitore delle recenti amministrative e in testa nei sondaggi. Ma non sarà un’impresa facile, per almeno tre ragioni.
La prima è una instabilità politica “italian style”, anzi, stile Italia della Prima repubblica: quattro premier negli ultimi quattro anni (senza contare l’eventuale prossimo), sei negli ultimi dieci, il portone di Downing Street come una porta girevole. Il Paese simbolo di pragmatismo e stabilità è diventato il malato d’Europa, perenne…
Ci vorrebbe un campo largo all’italiana per salvare il paziente inglese. Il successore di Keir Starmer alla guida del Labour e del governo, o lui stesso, se mantenesse il posto nella sfida vagheggiata dal ministro della Sanità Wes Streeting, a cui probabilmente parteciperebbero altri aspiranti premier, avrà una priorità da qui al luglio 2029, data entro la quale sono previste le prossime elezioni: comporre una larga alleanza di centrosinistra per impedire il catastrofico arrivo a Downing Street del populista filo trumpiano Nigel Farage, vincitore delle recenti amministrative e in testa nei sondaggi. Ma non sarà un’impresa facile, per almeno tre ragioni.
La prima è una instabilità politica “italian style”, anzi, stile Italia della Prima repubblica: quattro premier negli ultimi quattro anni (senza contare l’eventuale prossimo), sei negli ultimi dieci, il portone di Downing Street come una porta girevole. Il Paese simbolo di pragmatismo e stabilità è diventato il malato d’Europa, perennemente sull’orlo di una crisi di nervi, risorse e leadership. Se Starmer non convince, zero carisma, scelte timide, troppi errori, pure i pretendenti alla sua poltrona appaiono imperfetti: il blairiano Streeting troppo moderato per le esigenze odierne, l’ex-vicepremier Angela “la Rossa” Rayner con un’ombra irrisolta di evasione fiscale, il sindaco di Manchester Andy Burnham fuori dal parlamento (bisogna esserne membri per diventare primo ministro), l’ex-leader laburista Ed Miliband già sconfitto in un’elezione nel 2015. In più, c’è l’incognita di tre partiti separatisti per la prima volta al potere nelle regioni autonome di Galles, Scozia e Irlanda del Nord: un Regno Dis-Unito, ulteriore elemento di fragilità.
Il secondo problema è che il disagio economico provocato da globalizzazione, deindustrializzazione e rivoluzione digitale continua a generare, in Gran Bretagna come altrove, un massiccio voto di protesta da parte dei ceti deboli. I populisti, qui come in gran parte d’Europa e in America, indicano l’immigrazione quale capro espiatorio e i progressisti (con l’eccezione di Pedro Sánchez in Spagna) appaiono in difficoltà a rispondere. Nel Labour c’è chi, come il sindaco di Londra Sadiq Khan, esorta a fare qualcosa di sinistra, di più e più in fretta, cominciando con il rientro nell’Unione Europea. Con il pil che arranca e la strada verso la Ue comunque lunga e complessa, anche qualunque successore di Starmer avrebbe opzioni limitate.
Il terzo motivo di allarme è la difficoltà a creare un campo largo in un sistema, l’uninominale secco con cui si vota da queste parti, che premia chi vince di un solo voto nella maggioranza dei seggi, danneggiando chi arriva secondo o terzo ovunque. Poteva funzionare quando i due maggiori partiti, Labour e Tory, si alternavano al potere ottenendo il 35-40 per cento di consensi ciascuno: ma alle ultime elezioni hanno preso il 35 per cento insieme, livello più basso dal 1922. Le proiezioni nazionali sul voto amministrativo di questi giorni danno Reform, il partito populista di Farage, al 26 per cento, i Verdi al 19, Laburisti e Conservatori al 17 ciascuno, Liberaldemocratici al 16: in uno scenario simile, afferma Martin Wolf, più autorevole commentatore del Financial Times, il maggioritario rischia di produrre “una tirannia delle minoranze”, ovvero di penalizzare la democrazia. Si levano voci per passare al proporzionale, ma a Londra la legge elettorale non cambia con la stessa rapidità che in Italia. Resta la possibilità di alleanze fra i partiti: come è successo alle elezioni del 2010, quando i Libdem, ideologicamente più vicini al Labour, formarono un governo di coalizione con i Tories, che presero la maggioranza relativa. In modo analogo, alle elezioni del 2029 potrebbe nascere una coalizione di centrosinistra tra Labour, Verdi e Libdem. O una di centrodestra, tra Reform e Tories. A volte ritornano: dieci anni dopo avere vinto il referendum sulla Brexit, Nigel Farage rappresenta una nuova minaccia destabilizzante per il proprio Paese e per l’Europa. L’America non ha saputo evitare un Trump 2. Sta ai progressisti del Regno Unito scongiurare un secondo exploit del Trump inglese.