Iran, commercio e Intelligenza artificiale: il summit di Pechino tra Xi Jinping e Donald Trump riflette le priorità dei due grandi rivali, accomunati da una accesa competizione su ogni fronte ma anche dal bisogno di affrontare assieme l’incertezza globale. L’Iran è in cima all’agenda di entrambi perché Trump ha bisogno di chiudere la guerra con un successo e il negoziato per ottenerlo è affidato al Pakistan, braccio di Pechino, così come a Xi serve il petrolio di Teheran per sostenere il proprio pil e dunque ha interesse a far cessare le ostilità, liberando la circolazione a Hormuz. L’ostacolo maggiore, per entrambi, sono i Guardiani della rivoluzione che ora comandano a Teheran, fino al punto da aver trasformato la Repubblica islamica in una dittatura militare, e dunque non possiamo escludere che Xi e Trump tentino di concordare una transizione capace di far coincidere gli interessi energetici cinesi con quelli strategici americani. Anche perché Pechino sulla necessità di impedire a Teheran di diventare una potenza nucleare ha sempre avuto, sin dai tempi di Barack Obama,una posizione assai simile a Washington. E sul tavolo delle crisi regionali non c’è solo l’Iran perché la Cina si offre di mediare anche in Ucraina — aver fatto arrivare a Vladimir Putin oltre 15000 soldati nordcoreani significa essere entrata in partita — mentre la sua priorità resta la riunificazione con Taiwan: Xi è determinato “a dirlo con chiarezza a Trump” secondo fonti diplomatiche a Pechino.
Il secondo tavolo dei leader che si incontrano per la prima volta dal 2017 è il commercio: la contesa sui dazi si sovrappone all’ipotesi di commesse da capogiro perché Trump ha bisogno di riequilibrare il deficit bilaterale così come per Xi è impellente continuare a vendere in America per sostenere una crescita che stenta, creandogli seri rischi in un sistema di governo che non tollera scosse.
Ad accomunare crisi regionali e commercio è l’approccio opposto dei leader rivali perché il presidente americano ha fretta di ottenere risultati capaci di essere visibili, percepiti negli Usa in tempo utile per le elezioni di Midterm, a novembre, per il rinnovo parziale del Congresso mentre il leader cinese ha un orizzonte assai più lungo perché punta a raggiungere il primato della ricchezza entro metà secolo. Sullo sfondo di una competizione serrata perché Xi ha l’ambizione di costruire un nuovo ordine multipolare capace di trasformare l’Occidente in una reliquia della Storia mentre Trump è convinto di poterlo fronteggiare eridimensionare con un contenimento globale, dall’Indo-Pacifico al Mediterraneo.
C’è però il terzo, e più decisivo, tavolo del summit attorno al quale Trump e Xi siedono con evidente grinta ma anche con la consapevolezza di avere bisogno l’uno dell’altro e, soprattutto, di non avere entrambi troppo tempo a disposizione. Si tratta dell’Intelligenza artificiale perché quando, pochi giorni fa, il vicepresidente JD Vance ha chiamato alla Casa Bianca i ceo dei giganti della Silicon Valley per discutere di “Mythos” si è trovato davanti ad una sorpresa che allarma Washington quanto Pechino. “Mythos”, infatti, è il più recente modello di IA, annunciato da Anthropic il 7 aprile, con la capacità straordinaria di correggere le vulnerabilità di ogni software ad un ritmo mai visto. Ciò significa che l’IA per la prima volta è in grado di migliorarsi da sola, schiudendo le porte a un’accelerazione della rivoluzione digitale di tale portata da indurre Anthropic a non renderla pubblica, temendone le conseguenze. Washington e Pechino, protagoniste della sfida per la leadership nell’IA, si rendono così conto che una pericolosa linea rossa è stata superata e dunque si impone l’urgenza di una sorta di pax digitale.
Anche perché, se guardiamo da vicino tale competizione sulla mappa delle nuove tecnologie, ci accorgiamo che nessuno dei due Grandi può fare a meno dell’altro: se Pechino controlla gran parte dell’estrazione delle terre rare, dall’Estremo Oriente all’Africa, Washington è in netto vantaggio sulle manifatture dei microchip grazie a California e Taiwan; se nella creazione di data center Usa e Cina sono testa a testa, gli i-cloud più potenti sono a stelle e strisce mentre la tecnologia cinese, come insegna TikTok, ha dei luoghi impenetrabili per gli occidentali così come le università cinesi hanno un vantaggio schiacciante nel numero annuale di laureati nelle materie scientifiche. Insomma, è il terreno dell’IA che dimostra in maniera lampante come Cina e Usa abbiano bisogno di quella capacità di “cooperare nella competizione” che si era già affacciata durante la prima amministrazione Trump e viene ora ribadita da crisi regionali che rischiano di trasformarsi in guerre permanenti a bassa intensità e dalla necessità di un riequilibrio del commercio globale. Ecco perché Elizabeth Economy, la sinologa più apprezzata nei centri studi di Washington, osserva che “il risultato più importante per Trump e Xi è che il summit si svolga” consentendo a entrambi di avere l’interlocutore indispensabile — anche se forse non troppo gradito — per affrontare la transizione globale.