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Ma Draghi parla anche all’Italia

Former President of the European Central Bank and former Prime Minister of Italy, Mario Draghi, receives the International Charlemagne Prize (Karlspreis) 2026 from Mayor of Aachen, Michael Ziemons, during a ceremony in Aachen, Germany, May 14, 2026. REUTERS/Thilo Schmuelgen (reuters)

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Il punto del 15 maggio 2026
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Come è avvenuto altre volte in passato, Mario Draghi ha preso la parola dopo un periodo abbastanza lungo di silenzio e ha stimolato l’Europa ad affrontare le proprie responsabilità in un mondo tormentato. L’Europa e anche l’Italia, ovviamente. Esiste infatti una chiave domestica per interpretare l’intervento dell’ex presidente del Consiglio: destinatari sono i politici di entrambi gli schieramenti, chiamati in modo implicito, ma abbastanza chiaro a misurarsi con una visione di politica estera su cui potrebbe e magari dovrebbe realizzarsi una forma di convergenza tra maggioranza e opposizione.

Nel ricevere il premio Carlo Magno ad Aquisgrana, senza dubbio Draghi pensava solo a incoraggiare il lavoro comune di un’Europa in cerca d’identità, dopo che il “trumpismo” ha reciso molti dei fili storici che collegavano le due sponde dell’Atlantico. Ma il senso del suo discorso potrebbe tornare in mente a qualcuno dei parlamentari che alla fine del 2028 dovranno riunirsi per dare un successore …

Come è avvenuto altre volte in passato, Mario Draghi ha preso la parola dopo un periodo abbastanza lungo di silenzio e ha stimolato l’Europa ad affrontare le proprie responsabilità in un mondo tormentato. L’Europa e anche l’Italia, ovviamente. Esiste infatti una chiave domestica per interpretare l’intervento dell’ex presidente del Consiglio: destinatari sono i politici di entrambi gli schieramenti, chiamati in modo implicito, ma abbastanza chiaro a misurarsi con una visione di politica estera su cui potrebbe e magari dovrebbe realizzarsi una forma di convergenza tra maggioranza e opposizione.

Nel ricevere il premio Carlo Magno ad Aquisgrana, senza dubbio Draghi pensava solo a incoraggiare il lavoro comune di un’Europa in cerca d’identità, dopo che il “trumpismo” ha reciso molti dei fili storici che collegavano le due sponde dell’Atlantico. Ma il senso del suo discorso potrebbe tornare in mente a qualcuno dei parlamentari che alla fine del 2028 dovranno riunirsi per dare un successore al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Di qui ad allora non sappiamo se e fino a che punto i governanti europei, da Ursula von der Leyen a Merz e agli altri, faranno tesoro del monito dell’autorevole italiano che essi hanno premiato. Tuttavia è evidente che la seduta di fine ’28 delle Camere riunite sarà un passaggio rilevante per completare gli assetti interni della Repubblica che l’anno prima, nel ’27, avrà rinnovato la legislatura.

Ne deriva che quella di Draghi non è una candidatura, forse nemmeno adombrata, al Quirinale. Del resto, il ricordo del 2022 consiglia la prudenza. Tuttavia è una carta ulteriore messa sul tavolo, in attesa che si definiscano i rapporti di forza tra destra e sinistra nelle Camere che saranno elette attraverso una legge elettorale ancora da mettere a punto. Ecco perché il richiamo all’Europa è anche un messaggio all’Italia, bisognosa di darsi una politica internazionale adeguata ai tempi. Se davvero siamo in un momento storico, dato che “per la prima volta dal 1949 (fondazione della Nato, <CF2002>ndr</CF>) gli europei devono far fronte alla possibilità che gli Stati Uniti non garantiscano più la nostra sicurezza nei termini che davamo per scontati”, occorre porsi gli interrogativi che le forze politiche tendono a eludere. Tutte le forze, ma soprattutto quelle di opposizione, che sulla politica estera non hanno una linea comune.

La destra di governo, bene o male, le sue scelte sul piano internazionale le ha fatte. Giorgia Meloni ha tenuto a bada il Salvini russofilo e si è sforzata, senza riuscirci, di riportare l’eccentrico Trump dentro la cornice di un atlantismo tradizionale. Semmai la destra, con l’eccezione di Forza Italia, ha faticato a nascondere il suo euro-scetticismo. Ed è la ragione per cui oggi le posizioni di Draghi, ispirate a un classico europeismo, non piacciono ai leghisti e non entusiasmano Fratelli d’Italia. Viceversa il “campo largo” non ha ancora maturato una proposta in grado di unire. I 5S e l’estrema sinistra di Avs sono contrari al riarmo in funzione anti-Putin, ma devono spiegare come potrà l’Europa ovviare alla propria solitudine se non avrà i mezzi per difendersi.

A sua volta, il Pd di Elly Schlein sa di dover far convivere diverse anime al suo interno; e non basterà appellarsi a Obama, personaggio che rappresenta il passato e non il domani di un’America in cerca di una via per andare oltre Trump. Al momento la politica internazionale è un palcoscenico dove si proietta la rivalità Schlein-Conte, nel segno dell’alternativa fra primarie sì e primarie no. Eppure le questioni sono altre e più serie. Non solo Draghi, ma la stessa realtà impone una riflessione sui passi da compiere.

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