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La lezione di Pannella dieci anni dopo

Marco Pannella (1930 - 2016) 

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Forse è questa la sua principale eredità. Ravvivare ogni giorno la democrazia con le battaglie civili, il garantismo, la difesa non retorica dello Stato di diritto
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L’Italia è un paese moderato, si dice spesso e con ragione. Moderato non per via del buonsenso, ma perché affetto da moderatismo. Che è qualcosa d’altro, è la “zona grigia” di chi non s’impegna e non sceglie. Sono pochi i personaggi che nella storia recente hanno saputo essere diversi. Non imprigionati nella gabbia dell’ideologia e nemmeno sovversivi come seppe esserlo la piccola borghesia quando innervò il fascismo degli anni Venti.

Qui si parla di personaggi che hanno vissuto una passione politica sincera e trascinante, fidando solo sulle proprie forze. Marco Pannella è stato uno di quei pochi: un liberale radicale o, se si preferisce, un radicale liberale. Certo, non un moderato. Il 19 maggio, martedì prossimo, saranno dieci anni dalla sua morte. E l’interrogativo che ci si pone è abbastanza ovvio: cosa resta di lui, qual è la sua eredità politica?

L’Italia è un paese moderato, si dice spesso e con ragione. Moderato non per via del buonsenso, ma perché affetto da moderatismo. Che è qualcosa d’altro, è la “zona grigia” di chi non s’impegna e non sceglie. Sono pochi i personaggi che nella storia recente hanno saputo essere diversi. Non imprigionati nella gabbia dell’ideologia e nemmeno sovversivi come seppe esserlo la piccola borghesia quando innervò il fascismo degli anni Venti.

Qui si parla di personaggi che hanno vissuto una passione politica sincera e trascinante, fidando solo sulle proprie forze. Marco Pannella è stato uno di quei pochi: un liberale radicale o, se si preferisce, un radicale liberale. Certo, non un moderato. Il 19 maggio, martedì prossimo, saranno dieci anni dalla sua morte. E l’interrogativo che ci si pone è abbastanza ovvio: cosa resta di lui, qual è la sua eredità politica?

È quasi d’obbligo a questo punto citare il celebre articolo di Mario Ferrara sul Mondo di Pannunzio all’inizio degli anni Cinquanta. Quello in cui auspicava un «matto» per i liberali. Tutti ricordano questa storia del «matto» inteso non in senso clinico, ovviamente, bensì come figura imprevedibile, al di fuori degli schemi, dotato d’immaginazione e di capacità di sorprendere. Serviva una figura del genere per scuotere l’apatico, benché nobile, mondo del liberalismo, ingessato nei suoi principi, lontano dai fremiti della società di massa.

Pensava a Pannella, l’autore dell’articolo, Ferrara? Senza dubbio, no. All’epoca Giacinto detto Marco aveva vent’anni e stava ancora cercando la sua strada. Eppure sarà lui l’uomo destinato a irrompere in modo travolgente nell’universo liberal-democratico e a irrobustirlo con idee nuove, molto spesso urticanti.

Tuttavia è bene non confondersi. Pannella non somigliava ai movimenti qualunquisti che lo hanno preceduto (Guglielmo Giannini) e lo hanno seguito: i Cinque Stelle di Grillo, ma non solo. Non c’era in lui alcuna tendenza a scivolare verso il populismo dozzinale, che vive di exploit banali, volti a colpire la fantasia dell’elettorato per poi passare ad altro. Pannella sapeva usare la piazza contro il palazzo, diciamo così, ma il suo rispetto per la politica — e per i partiti come strumento della politica — era assoluto. Era contro la partitocrazia, nel solco di Giuseppe Maranini, ma certo non era contro i partiti, senza i quali la democrazia si sarebbe inceppata.

Forse è questa la sua principale eredità. Ravvivare ogni giorno la democrazia con le battaglie civili, il garantismo, la difesa non retorica dello Stato di diritto. Senza fossilizzarsi negli ideologismi che diventano incrostazioni burocratiche, non fare del sistema dei partiti un blocco corporativo. Senza dimenticare che dietro le idee ci sono gli uomini che le rappresentano.

Ecco perché Pannella riuscì a essere amico, o almeno cortese interlocutore, di personalità delle più diverse aree politiche. Si sforzò anche di difendere il famoso “Parlamento degli inquisiti” nel 1993, allo scopo di ritardare lo scioglimento delle Camere. Non si preoccupava di contraddirsi e questo forse fu uno dei suoi limiti. Ma anche quando sbagliava, sapeva farlo in modo epico.

Come quando litigava con i suoi amici veri, i suoi compagni di partito. Accadde, tra gli altri, con Massimo Bordin, l’animatore di Radio Radicale e autore della famosa rassegna stampa, interprete anche lui di una storia politica degna di nota: incappò negli strali di Marco che sapeva essere despota. Eppure, se un certo liberalismo non assopito esiste in Italia, sia pure in forma del tutto minoritaria, lo si deve soprattutto a lui. E dieci anni dopo la sua morte, in un’Italia incattivita, tanti ne sono consapevoli.

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