✕

Energia e clima, che paradossi

Ascolta l'audio

La transizione viene ancora raccontata come sacrificio per salvare il pianeta: meno consumi, più costi, rinunce. E’ una lettura fuorviante. Il motore della trasformazione è sempre più la convenienza
3 minuti di lettura

Sul clima e sull’energia non ci mancano informazioni, ci manca una percezione adeguata. I dati vanno in una direzione, la nostra intuizione in un’altra. Così riduciamo problemi complessi a schemi semplici: li leggiamo in bianco o nero, alimentando la polarizzazione e perdendo di vista le opportunità. In questo scarto nascono molti dei paradossi del dibattito pubblico.

Il primo paradosso è che più le evidenze si accumulano, meno ci colpiscono. Veniamo dai tre anni più caldi mai registrati, eppure il cambiamento climatico sembra fuori moda. È il cosiddetto backlash climatico: dopo una fase di saturazione mediatica e politica, arriva il rigetto. Non negazione esplicita, ma stanchezza, spostamento dell'attenzione altrove.

Il problema resta, ma esce dal campo visivo. I dati ci sono. Manca la nostra predisposizione a leggerli: ci siamo evoluti per reagire a minacce immediate e visibili, non a processi lenti, diffusi e probabilistici. A questo si aggiunge ciò che gli psicologi chiamano psych…

Sul clima e sull’energia non ci mancano informazioni, ci manca una percezione adeguata. I dati vanno in una direzione, la nostra intuizione in un’altra. Così riduciamo problemi complessi a schemi semplici: li leggiamo in bianco o nero, alimentando la polarizzazione e perdendo di vista le opportunità. In questo scarto nascono molti dei paradossi del dibattito pubblico.

Il primo paradosso è che più le evidenze si accumulano, meno ci colpiscono. Veniamo dai tre anni più caldi mai registrati, eppure il cambiamento climatico sembra fuori moda. È il cosiddetto backlash climatico: dopo una fase di saturazione mediatica e politica, arriva il rigetto. Non negazione esplicita, ma stanchezza, spostamento dell'attenzione altrove.

Il problema resta, ma esce dal campo visivo. I dati ci sono. Manca la nostra predisposizione a leggerli: ci siamo evoluti per reagire a minacce immediate e visibili, non a processi lenti, diffusi e probabilistici. A questo si aggiunge ciò che gli psicologi chiamano psychic numbing: quando i numeri diventano troppo grandi e ripetuti, perdono impatto emotivo. Un caso singolo mobilita; milioni anestetizzano. Eppure i numeri sono lì, difficili da ignorare.

Il cambiamento climatico

La temperatura globale è già salita di quasi 1,5°C rispetto all'epoca pre-industriale. Sembra poco, ma non lo è. Per capirlo basta un esempio: la temperatura media di Milano è, oggi, quella che Roma aveva cinquant'anni fa. Il clima si è già spostato di centinaia di chilometri verso nord. Non è il futuro. È il presente. Qui emerge lo scarto tra ciò che sappiamo e ciò che sentiamo.

Sappiamo che il clima cambia, ma non lo avvertiamo come urgente. È lo stesso meccanismo per cui si continua a fumare pur conoscendone i rischi. C’è poi un altro paradosso: sapere che il cambiamento climatico dipende da noi genera ansia e senso di colpa, e spesso porta a rimuovere il problema.

Eppure è una buona notizia: siamo al volante. Possiamo ancora sterzare. Un simile scarto tra percezione e realtà si riflette nella transizione energetica. La si immagina lontana, ma è già in corso e la sottovalutiamo. Basta una domanda: se chiediamo quale sia la quota di auto elettriche vendute in Italia nel 2025, molti rispondono correttamente: circa il 10%. Ma se chiediamo lo stesso dato su scala mondiale, la risposta tipica crolla all'1%. In realtà, siamo oltre il 20%. Oggi più di un'auto su cinque venduta nel mondo è elettrica.

La neutralità tecnologica

Non è una nicchia, né solo Cina: è una transizione globale in atto. Lo stesso vale per l'elettricità. Nell'immaginario comune resta dominata dai fossili. In Europa, invece, oltre il 70% proviene già da fonti pulite: rinnovabili (quasi il 50%) e nucleare (oltre il 20%). Una questione più sottile riguarda la ‘neutralità tecnologica’. In teoria, la politica fissa gli obiettivi senza imporre le tecnologie. Principio sensato, ma incompleto. Per funzionare, richiede criteri di scelta trasparenti.

È legittimo voler scegliere come fare la transizione — elettrico, biocarburanti, idrogeno — ma prima occorre analizzare le evidenze su costi e impatti reali. Neutralità tecnologica non significa che tutte le soluzioni siano equivalenti per tutti gli usi. Le evidenze oggi indicano una direzione chiara: la transizione passa soprattutto da una combinazione di elettrificazione dei consumi, rinnovabili, batterie, reti ed efficienza energetica.

L’era dell’elettricità

Secondo l'Agenzia Internazionale dell'Energia, siamo entrati nell'era dell'elettricità. I combustibili fossili restano centrali oggi, ma non nel futuro che stiamo costruendo: per ogni euro investito nei fossili, circa due vanno in energia pulita. Nel 2025, per la prima volta, le fonti pulite hanno coperto tutta la crescita della domanda globale di elettricità. La ragione è semplice: le rinnovabili sono spesso già l'opzione più conveniente, anche considerando i costi di accumulo dell’energia.Il problema maggiore, però, non è nei numeri: è nella narrativa.

La transizione viene ancora raccontata come sacrificio per salvare il pianeta: meno consumi, più costi, rinunce. E’ una lettura fuorviante. Il motore della trasformazione è sempre più la convenienza: tecnologie più efficienti, spesso più economiche, che si diffondono perché funzionano meglio. Sia chiaro: ai combustibili fossili dobbiamo molto. Hanno sostenuto due secoli di sviluppo senza precedenti. Ma le grandi transizioni tecnologiche non avvengono per esaurimento delle risorse. L'età della pietra non è finita per mancanza di pietre. Non dobbiamo aspettare l'ultima goccia di petrolio per riconoscere che tecnologie migliori sono già qui.

Il sovranismo energetico

Riconoscere queste distorsioni ha implicazioni politiche concrete. L'energia può diventare un punto di incontro tra visioni oggi contrapposte — e i fatti recenti lo rendono evidente. Le tensioni nello Stretto di Hormuz — da cui passa circa un quinto del petrolio mondiale — mostrano la fragilità strutturale di un sistema basato su risorse importate. Per l'Italia, che importa oltre il 90% dei combustibili fossili, questo si traduce in bollette esposte a shock esterni.

Questa dipendenza dai fossili è più critica di quella dalle tecnologie verdi: un’interruzione del gas ha effetti immediati, mentre impianti e infrastrutture rinnovabili, una volta installati, producono per decenni. È nello snodo tra sicurezza energetica, convenienza economica e rischio climatico che emerge il punto centrale: chi costruisce la propria indipendenza energetica su fonti locali e inesauribili riduce la propria vulnerabilità e, al tempo stesso, contribuisce a stabilizzare il clima. Il sovranismo energetico non chiede di scegliere tra interesse nazionale e responsabilità ambientale globale. Semplicemente, li allinea.

Giacomo Grassi lavora su cambiamento climatico, inventari di gas serra e foreste, nell’interfaccia tra scienza e politica. È membro del Task Force Bureau dell’Ipcc (Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici).

Matteo Motterlini è professore ordinario di Filosofia della scienza presso l’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, dove dirige il Centro di ricerca in epistemologia sperimentale e applicata.

Leggi i commenti