Putin da Xi, Cina a un bivio
di Maurizio MolinariIl cambio della guardia tra Trump e Putin nella Grande sala del popolo di piazza Tienanmen segna il rafforzamento diplomatico di Xi Jinping che porta però con sé il bivio della Cina sul ruolo da recitare nell’attuale fase di transizione dell’ordine internazionale: alla guida di un blocco anti-Usa o nelle vesti di grande mediatore.
La settimana che va dal 14 al 20 maggio entra di diritto nelle cronache del XXI secolo perché Xi è il primo leader della Repubblica popolare cinese ad accogliere uno dopo l’altro i leader di Washington e Mosca. È un evento che descrive la centralità di Pechino nella sfida globale per la definizione dei nuovi equilibri tra potenze ed è frutto del fatto che tanto Trump che Putin hanno, per ragioni assai differenti, bisogno di Pechino.
Se il presidente Usa ha cercato un’intesa sull’Iran, affrontato lo scenario di Taiwan e, soprattutto, dimostrato di aver bisogno di Xi tanto per affrontare la formidabile sfida dell’Intelligenza artificiale che per disegnare una…
Il cambio della guardia tra Trump e Putin nella Grande sala del popolo di piazza Tienanmen segna il rafforzamento diplomatico di Xi Jinping che porta però con sé il bivio della Cina sul ruolo da recitare nell’attuale fase di transizione dell’ordine internazionale: alla guida di un blocco anti-Usa o nelle vesti di grande mediatore.
La settimana che va dal 14 al 20 maggio entra di diritto nelle cronache del XXI secolo perché Xi è il primo leader della Repubblica popolare cinese ad accogliere uno dopo l’altro i leader di Washington e Mosca. È un evento che descrive la centralità di Pechino nella sfida globale per la definizione dei nuovi equilibri tra potenze ed è frutto del fatto che tanto Trump che Putin hanno, per ragioni assai differenti, bisogno di Pechino.
Se il presidente Usa ha cercato un’intesa sull’Iran, affrontato lo scenario di Taiwan e, soprattutto, dimostrato di aver bisogno di Xi tanto per affrontare la formidabile sfida dell’Intelligenza artificiale che per disegnare una nuova architettura del commercio, il leader del Cremlino arriva in condizioni ben peggiori.
Nelle ultime 72 ore Mosca ha subito il più massiccio attacco di droni ucraini, sul fronte del Donbass le sue truppe non avanzano più, dei 15mila soldati nordcoreani forniti da Kim Jong-un ne sono rimasti vivi meno di 4mila e quanto sta avvenendo attorno ai confini della Federazione russa disegna un indebolimento crescente: il regime alleato di Bashar Assad in Siria è caduto, l’accordo Azerbaijan-Armenia è stato negoziato dagli Stati Uniti e il Cremlino si è trovato a dover assistere passivamente alla demolizione militare dell’alleato di Teheran da parte dell’offensiva aerea di Washington e Gerusalemme che ha portato anche a umiliare le difese anti-aeree che lui aveva fornito agli ayatollah.
Se a questo aggiungiamo che nel Sahel i mercenari russi appaiono in difficoltà davanti a rivolte tribali nelle quali sembra esserci lo zampino di Parigi, non è difficile arrivare alla conclusione che, a 12 anni dall’annessione della Crimea, la Russia si trova a gestire una situazione strategica rovesciata.
Insomma, grazie a errori e tentennamenti di Barack Obama la Russia era tornata protagonista in Africa e Medio Oriente mentre ora deve difendersi da un indebolimento determinato prima dalla scelta di Joe Biden di difendere l’Ucraina e poi dalla volontà di Trump di espellerlo da Venezuela, Medio Oriente e, forse, anche dalla roccaforte di Cuba.
Ecco perché ciò che di più importante resta a Putin è l’alleanza con Xi, dovuta al fatto di essere il maggior fornitore di greggio a Pechino nonché di aver sviluppato una collaborazione di sicurezza segreta che — secondo il Wall Street Journal — ha portato la Cina ad addestrare ufficiali russi per le operazioni in Ucraina. Per non parlare della cooperazione nella guerra ibrida che vede Pechino guidare quello che Mike Pompeo, ex capo della Cia, chiama un «blocco cinese» — che include anche Iran, Nord Corea e Bielorussia — accomunato dalla volontà di sfidare le democrazie.
L’attenzione di Washington, Londra e Bruxelles è dunque sul testo della “Dichiarazione sulla formazione di un mondo multipolare e un nuovo tipo di relazioni internazionali” che Xi e Putin firmeranno: un documento politico di 47 pagine che sommato ad almeno 40 accordi, dall’industria al nucleare, dai trasporti al cinema, spiega perché il leader russo parli di «un’alleanza senza precedenti» protagonista della sua nona visita a Pechino dall’inizio della guerra in Ucraina e della 25esima in assoluto.
Uno scenario avvalorato dall’accelerazione geoeconomica perché oramai quasi tutto il commercio tra Russia e Cina si svolge in rubli e yuan — creando un sistema parallelo al dollaro che serve a Mosca per evadere le sanzioni e a Pechino come laboratorio del tramonto del biglietto verde — mentre dietro l’angolo c’è il Power of Siberia 2, il mega-oleodotto trans mongolo per integrare ancor più l’Eurasia.
Ma non è tutto perché la confidenza di Xi a Trump su «Putin che potrebbe pentirsi della guerra in Ucraina» — rivelata dal Financial Times — lascia intendere che Pechino ha davanti a sé un bivio: può continuare ad aiutare Mosca a protrarre una guerra che non può vincere o può accompagnarla verso un compromesso destinato ad avvicinarla a Washington. Ovvero, Xi può accelerare il rafforzamento del «blocco cinese», grazie a Brics e Organizzazione di cooperazione di Shanghai, per guidare una sfida aggressiva a Washington oppure scegliere l’opposto: vestire i panni del mediatore tra debolezze russe e americane per diventare il partner-rivale degli Stati Uniti suggellando la nascita del G2.
La decisione che prenderà Xi avrà un impatto di rilievo sull’andamento della transizione in cui ci troviamo ma, per comprendere quanto tutto ciò rifletta l’attuale fase di incertezza, bisogna leggere lo studio del Centro di studi strategici e internazionali di Washington secondo cui «Pechino è assai meno sicura di sé di quanto si creda» come spiega la riduzione della crescita del pil e la decisione di Xi di decapitare i vertici militari perché non si fidava di loro, sebbene fosse stato proprio lui a nominarli. Dunque, il leader del Dragone sembra avere una importante mano a favore ma è anch’esso assai vulnerabile.