Il rischio di incrinare la politica estera
di Stefano FolliSembra che la politica estera non sia più l’elemento in grado di tenere unita la nazione. Lo è stata nei momenti migliori della Prima Repubblica e anche della Seconda, se vogliamo usare queste definizioni, ma adesso potrebbe cominciare un percorso inverso. Il pasticcio, poi rientrato, nella maggioranza a proposito delle spese militari non va sopravvalutato, ma nemmeno considerato un incidente minore. Il problema è che non riguarda solo il centrodestra, bensì anche il centrosinistra, deciso a conservare il suo primato nell’ostilità verso i programmi di riarmo.
Allo stesso tempo, corrono voci secondo cui la Nato, in quanto alleanza occidentale, si starebbe preparando a offrire il suo contributo per pacificare lo stretto di Hormuz e quindi rimuovere le mine iraniane anti-nave. S’intende, prima va raggiunta una tregua convincente, invece di questa «drôle de guerre», guerra bizzarra, sospesa in modo permanente tra l’accordo e la «tempesta d’acciaio».
Tuttavia la contraddizione è palese. D…
Sembra che la politica estera non sia più l’elemento in grado di tenere unita la nazione. Lo è stata nei momenti migliori della Prima Repubblica e anche della Seconda, se vogliamo usare queste definizioni, ma adesso potrebbe cominciare un percorso inverso. Il pasticcio, poi rientrato, nella maggioranza a proposito delle spese militari non va sopravvalutato, ma nemmeno considerato un incidente minore. Il problema è che non riguarda solo il centrodestra, bensì anche il centrosinistra, deciso a conservare il suo primato nell’ostilità verso i programmi di riarmo.
Allo stesso tempo, corrono voci secondo cui la Nato, in quanto alleanza occidentale, si starebbe preparando a offrire il suo contributo per pacificare lo stretto di Hormuz e quindi rimuovere le mine iraniane anti-nave. S’intende, prima va raggiunta una tregua convincente, invece di questa «drôle de guerre», guerra bizzarra, sospesa in modo permanente tra l’accordo e la «tempesta d’acciaio».
Tuttavia la contraddizione è palese. Da un lato, lo strumento militare funziona ancora e si è tentati di usarlo fuori dal tradizionale scenario geografico, l’Europa e l’Atlantico del nord: nel probabile intento di rabbonire Trump. Dall’altro, il programma concordato, volto a consolidare l’apporto europeo all’alleanza, attraverso un aumento tendenziale della spesa militare fino al 5 per cento, viene contestato e nella sostanza rinnegato.
Questo è quello che può accadere. Per adesso il tentativo di esercitare una pressione in Parlamento contro l’ipotesi di riarmo non è riuscito. Ma è chiaro che l’Italia si muove lungo un sentiero stretto. Più si avvicinano le elezioni, alle quali manca almeno un anno, più cresceranno i distinguo. Il principale dei quali si realizza sulla politica estera.
La volontà di prendere le distanze da Trump e dalle sue eccentricità è reale. Ma sembra un controsenso accentuare la propria debolezza strategica nel momento in cui l’America mostra disinteresse verso l’antica partnership con l’Europa. Chi vuole allo stesso tempo il distacco dall’America e la riduzione delle spese militari, si prepara in realtà a una migliore convivenza con la Russia di Putin, soprattutto oggi che tende a saldarsi il rapporto tra Mosca e Pechino.
È un tema che a destra riguarda Salvini e il suo concorrente Vannacci: entrambi pronti a sorridere a Trump, ma solo quando accentua il rapporto privilegiato con l’autocrate russo. A sinistra il campo è anche più variegato: dai 5S di Conte all’estrema sinistra di Avs, fino a una parte del Pd.
Non a caso anche Elly Schlein si è detta favorevole a dare la precedenza alle spese sociali rispetto agli armamenti. Il che è comprensibile per una forza di sinistra, ma non tiene conto della drammatica fase internazionale che il mondo sta vivendo. Indebolire l’Europa, priva della protezione americana, può diventare un atto di autolesionismo.
Del resto, il Medio Oriente non è solo lo stretto di Hormuz. Il caso della Flotilla abbordata in alto mare, con gli attivisti arrestati e trasferiti in Israele, dimostra che la situazione sta sfuggendo di mano. Gli equipaggi pro-Pal hanno ottenuto il clamore mediatico che cercavano e quindi hanno vinto la loro battaglia. Il ministro estremista Ben-Gvir si è comportato in modo indecente irridendo i prigionieri e obbligando Italia e Francia a una dura protesta diplomatica. Oltre che alle parole di condanna di Mattarella. Anche Netanyahu, come è noto, ha rimproverato il suo ministro: ma il danno per Gerusalemme è grande.
E il risultato è che la politica mediorientale dell’Italia dipende da questi colpi di mano. Come sono lontani i tempi in cui la classe dirigente israeliana, e si parla della seconda generazione, era composta da un Rabin, un Peres, anche un Ariel Sharon e molti altri.