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Quando la guerra era contro Ebola

Una donna congolese vende frutta (reuters)

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L’epidemia di Ebola scoppiata nella Repubblica Democratica del Congo ha già superato i cinquecento casi sospetti e i centotrenta morti. Il virus responsabile appartiene alla specie Bundibugyo, contro la quale non esistono né vaccini né terapie specifiche. Il focolaio si è esteso oltre la provincia dell’Ituri ed è arrivato in Uganda e in Sud Sudan. L’Organizzazione mondiale della sanità ha dichiarato l’emergenza sanitaria internazionale. L’aspetto più inquietante di questa crisi, tuttavia, non riguarda le caratteristiche del virus o l’instabilità della regione colpita. Riguarda il contesto geopolitico in cui l’epidemia si presenta. Per oltre un decennio la risposta internazionale ai focolai di Ebola si è retta in modo decisivo sul contributo degli Stati Uniti. Quel contributo, oggi, non c’è più.

Nel 2014 l’epidemia che ha colpito Guinea, Liberia e Sierra Leone ha causato quasi trentamila contagi e oltre undicimila morti. Per alcuni mesi si è temuto seriamente che potesse trasformarsi i…

L’epidemia di Ebola scoppiata nella Repubblica Democratica del Congo ha già superato i cinquecento casi sospetti e i centotrenta morti. Il virus responsabile appartiene alla specie Bundibugyo, contro la quale non esistono né vaccini né terapie specifiche. Il focolaio si è esteso oltre la provincia dell’Ituri ed è arrivato in Uganda e in Sud Sudan. L’Organizzazione mondiale della sanità ha dichiarato l’emergenza sanitaria internazionale. L’aspetto più inquietante di questa crisi, tuttavia, non riguarda le caratteristiche del virus o l’instabilità della regione colpita. Riguarda il contesto geopolitico in cui l’epidemia si presenta. Per oltre un decennio la risposta internazionale ai focolai di Ebola si è retta in modo decisivo sul contributo degli Stati Uniti. Quel contributo, oggi, non c’è più.

Nel 2014 l’epidemia che ha colpito Guinea, Liberia e Sierra Leone ha causato quasi trentamila contagi e oltre undicimila morti. Per alcuni mesi si è temuto seriamente che potesse trasformarsi in una crisi globale. Non è accaduto, soprattutto grazie alla mobilitazione americana. Allora il Presidente Obama ha disposto l’invio di tremila militari in Liberia per la costruzione di centri di trattamento e la formazione di personale sanitario. L’Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale, Usaid, ha coordinato la risposta civile; il Cdc di Atlanta ha mobilitato circa duemila operatori in dispiegamenti ripetuti, per oltre centomila giornate di lavoro sul campo: la più grande operazione mai condotta dall’agenzia nella propria storia. Parallelamente i National Institutes of Health hanno accelerato lo sviluppo clinico del vaccino contro la specie Zaire di Ebola, oggi disponibile e impiegato nei focolai successivi. Pochi anni dopo, sempre il Nih ha condotto in Congo lo studio che ha dimostrato l’efficacia di due trattamenti con anticorpi monoclonali, divenuti standard di cura. In poco più di un decennio un intenso impegno, soprattutto statunitense, ha consegnato alla comunità internazionale strumenti che prima non esistevano: un vaccino, una terapia, una rete di sorveglianza, una capacità di risposta rapida.

Adesso le cose sono molto cambiate. A gennaio dell’anno scorso, nei primi giorni del secondo mandato di Donald Trump, un ordine esecutivo ha congelato tutta l’assistenza estera americana e nelle settimane successive Usaid è stata smantellata. Tra i programmi cancellati figura STOP Spillover, un’iniziativa quinquennale da circa cento milioni di dollari dedicata al rilevamento precoce dei salti di specie virali dai pipistrelli all’uomo. I Paesi più coinvolti erano Liberia, Uganda e la zona di confine tra Uganda e Congo: esattamente la regione in cui oggi sta esplodendo l’epidemia di Bundibugyo. La chiusura del programma ha disperso le squadre sul campo e annullato la sorveglianza transfrontaliera.

Sempre a gennaio l’amministrazione ha avviato il ritiro degli Stati Uniti dall’Organizzazione mondiale della sanità, imponendo al Cdc l’interruzione di ogni comunicazione con l’agenzia ginevrina. Quando, nelle settimane successive, sono emersi i primi sospetti del focolaio congolese, gli epidemiologi americani non hanno avuto canali ufficiali per dialogare con chi coordinava la risposta. Ad aprile è stata sospesa l’attività del laboratorio degli Nih dedicato allo studio dei virus emergenti della “famiglia” di Ebola, con il licenziamento del direttore e l’interruzione delle sperimentazioni in corso. Ad agosto è arrivato il taglio di circa cinquecento milioni di dollari ai finanziamenti per i vaccini a Rna messaggero, la piattaforma su cui si stavano sviluppando i vaccini di nuova generazione contro le specie di Ebola diverse dallo Zaire.

Sarebbe scientificamente scorretto sostenere che senza i tagli americani l’epidemia attuale di Ebola non si sarebbe verificata. Ma è certo che la rete di sorveglianza che avrebbe potuto intercettarla, la capacità di risposta rapida che avrebbe potuto contenerla e gli strumenti farmaceutici che si stavano sviluppando sono stati indeboliti simultaneamente, in modo deliberato, dall’amministrazione Trump.

Per oltre un decennio il muro che ha separato il resto del mondo dall’Ebola è stato costruito, in misura preponderante, con risorse e personale statunitensi. Una parte sostanziale di quel muro oggi non esiste più. Il prezzo di queste scelte non lo pagheranno gli amministratori che le hanno adottate. Lo pagheranno i congolesi, gli ugandesi e i sudanesi .E se malauguratamente l’epidemia dovesse sfuggire al contenimento (cosa improbabile, ma che non possiamo escludere a priori), lo pagheranno anche gli europei, gli americani, tutti noi.

È quello che succede quando la scienza viene sostituita da un’ideologia antiscientifica.

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