Prima di ritornare alla Casa Bianca aveva promesso che avrebbe fatto finire la guerra in Ucraina in ventiquattro ore. Ieri la Russia ha lanciato uno dei più massicci attacchi a Kiev, usando anche il supermissile Oreshnik. Due mesi fa aveva detto che con l’Iran non c’era alternativa a una “resa incondizionata”, minacciando di riportarlo “all’età della pietra”. Ma ora va verso un accordo, che lascia in sospeso più punti di quanti ne risolve, a partire dal nucleare, dove Barack Obama aveva trovato un’intesa nel 2015 senza fare una guerra. Si è vantato, con una contabilità tutta sua, di aver posto fine a otto guerre reclamando il Nobel per la pace. Ma in realtà è un presidente guerrafondaio (oltre a Iran, Venezuela e forse Cuba) e protervo (le minacce sulla Groenlandia), che tratta gli amici come nemici (vedasi gli attacchi alla Nato) e i tradizionali nemici come nuovi amici (la Cina di Xi e la Russia di Putin). E soprattutto sta minando l’immagine e la credibilità dell’America nel mondo.…
Prima di ritornare alla Casa Bianca aveva promesso che avrebbe fatto finire la guerra in Ucraina in ventiquattro ore. Ieri la Russia ha lanciato uno dei più massicci attacchi a Kiev, usando anche il supermissile Oreshnik. Due mesi fa aveva detto che con l’Iran non c’era alternativa a una “resa incondizionata”, minacciando di riportarlo “all’età della pietra”. Ma ora va verso un accordo, che lascia in sospeso più punti di quanti ne risolve, a partire dal nucleare, dove Barack Obama aveva trovato un’intesa nel 2015 senza fare una guerra. Si è vantato, con una contabilità tutta sua, di aver posto fine a otto guerre reclamando il Nobel per la pace. Ma in realtà è un presidente guerrafondaio (oltre a Iran, Venezuela e forse Cuba) e protervo (le minacce sulla Groenlandia), che tratta gli amici come nemici (vedasi gli attacchi alla Nato) e i tradizionali nemici come nuovi amici (la Cina di Xi e la Russia di Putin). E soprattutto sta minando l’immagine e la credibilità dell’America nel mondo.
Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmail Baghaei ha postato l’immagine di un bassorilievo che ritrae un imperatore romano inchinato in segno di sottomissione a un re dell’impero Sasanide, l’ultimo impero persiano in epoca preislamica. E lo ha accompagnato con questo commento: “Nella mente dei romani, Roma era l’indiscusso centro del mondo. Gli iraniani hanno distrutto quell’illusione”. La preponderante forza militare dell’impero americano, come era successo a quello romano, non è riuscita a piegare l’Iran.
Come ha notato Edward Luce sul Financial Times, c’è una certa abitudine da parte dell’America “a confondere la superiorità militare con la capacità di imporre la sua volontà in terre lontane”. In fondo c’è una similitudine tra l’“Epic Fury” di Donald Trump contro l’Iran e l’operazione “Rolling Thunder” ordinata da Lyndon Johnson in Vietnam nel 1965. L’offensiva del Tet, tre anni dopo, dimostrò che i bombardamenti a tappeto non avevano piegato i Vietcong (così come ora non hanno piegato l’Iran) e alla fine Nixon e Kissinger dovettero accettare quella che definirono “una pace onorevole”. Ci sono altri esempi di fallimenti di questa “abitudine” da parte dei presidenti Usa (George W Bush in Iraq per citarne uno) che i Talebani, riferendosi ai due decenni di intervento americano finito come tutti sappiamo, hanno così sintetizzato: “Gli americani hanno gli orologi, noi abbiamo il tempo”.
Ma nessuno dei predecessori di Trump è riuscito, con le sue avventure nel mondo, a erodere il prestigio degli Stati Uniti come ci sta riuscendo lui. Per una ragione molto semplice: nessuno, prima di lui, ha messo in discussione la “leadership” americana dell’Occidente, dei suoi valori democratici, delle sue alleanze politiche e militari, perfino del suo stile di vita. L’inaffidabilità, le intemperanze, le volgarità di Trump hanno finito per intaccare il primato del “soft power” (la capacità di attrazione) americano, che è stato dominante anche negli anni più duri della guerra fredda.
Francis Fukuyama, lo storico di Stanford diventato famoso per il suo libro su “La fine della Storia”, ha detto: “Non c’è mai stato un tempo — come questo — in cui gli Stati Uniti sono stati considerati inaffidabili sia dagli amici tradizionali che dagli avversari”. Il New York Times si è chiesto se gli Stati Uniti non stiano vivendo il loro “momento Suez”. Come la crisi di Suez nel 1956 segnò la fine della Gran Bretagna come potenza globale, così la guerra all’Iran potrebbe essere l’inizio del declino della potenza americana e della sua credibilità nel mondo.
È stato Xi Jinping, in occasione della recente visita di Trump a Pechino, a certificare questo declino, mostrando che la Cina si sente sullo stesso piano degli Stati Uniti e perfino un po’ sopra. La questione di Taiwan è stata la cartina di tornasole: non solo Trump ha fatto scena muta di fronte alla provocazione di Xi, ma gli ha consentito di porre di fatto un veto sulle forniture militari americane a Taipei. E qualche giorno dopo il leader cinese ha ricevuto a Pechino Vladimir Putin. Come dire che sul podio delle potenze mondiali l’America non occupa più da sola il gradino più alto.