Elezioni comunali, un bagno di realtà
di Annalisa CuzzocreaLa bellezza di Venezia può accecare, ed è quel che è successo al centrosinistra. Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni, Angelo Bonelli, Matteo Renzi, avevano puntato tutto sulla vittoria simbolica in laguna, per queste amministrative, senza capire quanto — a dispetto dei numeri — fosse difficile. A Venezia i No avevano prevalso al referendum sulla giustizia, il Pd era stato il primo partito tanto alle Regionali che alle ultime Europee. Sulla carta, quindi, la riconquista era più che fattibile. Ma qualcosa è mancato ed è facile adesso per la presidente del Consiglio Giorgia Meloni dire che «anche oggi, il tanto annunciato crollo del centrodestra lo rimandiamo a domani».
La leader di Fratelli d’Italia non ha mai messo piede alla Biennale da quando è a palazzo Chigi. Sulla polemica che ha visto contrapposti Alessandro Giuli e Pietrangelo Buttafuoco, ha detto di aver perso il filo. Sulla cacciata della direttrice d’orchestra Beatrice Venezi dalla Fenice, ancor prima del suo…
La bellezza di Venezia può accecare, ed è quel che è successo al centrosinistra. Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni, Angelo Bonelli, Matteo Renzi, avevano puntato tutto sulla vittoria simbolica in laguna, per queste amministrative, senza capire quanto — a dispetto dei numeri — fosse difficile. A Venezia i No avevano prevalso al referendum sulla giustizia, il Pd era stato il primo partito tanto alle Regionali che alle ultime Europee. Sulla carta, quindi, la riconquista era più che fattibile. Ma qualcosa è mancato ed è facile adesso per la presidente del Consiglio Giorgia Meloni dire che «anche oggi, il tanto annunciato crollo del centrodestra lo rimandiamo a domani».
La leader di Fratelli d’Italia non ha mai messo piede alla Biennale da quando è a palazzo Chigi. Sulla polemica che ha visto contrapposti Alessandro Giuli e Pietrangelo Buttafuoco, ha detto di aver perso il filo. Sulla cacciata della direttrice d’orchestra Beatrice Venezi dalla Fenice, ancor prima del suo insediamento, non ha fiatato. Non è andata a sostenere Simone Venturini, ha mandato un video e — a fine campagna — il ministro Crosetto. Sia lei che Salvini avevano perfino tentato fino all’ultimo di far correre al suo posto l’ex presidente della Regione Luca Zaia, pensando che avesse più chance. Ma l’opposizione che si presentava con un campo molto largo, Azione esclusa, è stata per settimane così convinta della vittoria da rendere il risultato un successo inaspettato per governo e maggioranza.
Venturini non ha ancora quarant’anni, ha cominciato a fare il consigliere comunale a 22, viene dagli scout e dalla Dc, ha poco a che spartire con Lega e FdI, ma è stato assessore di Luigi Brugnaro per undici anni ed era il loro candidato. La sua civica ha drenato molti voti, lasciando i partiti di Meloni e Salvini boccheggianti sotto il Pd. «È la vittoria di un ragazzo di Marghera», ha detto, anche se ha sposato una veneziana e vive sull’acqua da anni.
Non a caso, però, evoca un luogo di sofferenza sociale ed è questo che ancora una volta ha pesato nelle urne. I problemi della terraferma, la polemica della Lega contro una moschea che lo stesso Brugnaro aveva promesso. Una campagna fatta di odio e islamofobia. Insieme alla vicinanza del candidato di centrodestra a una città che amministra da anni con deleghe pesanti, Coesione sociale, Politiche della residenza, Sviluppo economico, e di cui conosce — parole sue — «ogni tombino».
Il centrosinistra pensava che schierare il senatore Andrea Martella sarebbe stato un investimento sufficiente, aveva costruito un programma credibile basato sull’ascolto, aveva aperto le liste a italiani di origine bengalese puntando sulla buona integrazione, ma non è bastato. Così come non è bastato il vento del No al referendum che l’opposizione credeva di poter cavalcare di qui alle politiche dell’anno prossimo e che invece si è rivelato una spinta a dir poco insufficiente.
Al campo largo è mancata la gamba di Azione, che a Venezia e Reggio Calabria è stata con i vincitori (nella città dello Stretto il forzista Francesco Cannizzaro vola verso il 70%) e ad Arezzo ha un candidato, Marco Donati, che con il suo 20% ha di certo tolto voti al candidato di centrosinistra Vincenzo Ceccarelli. Ma a mancarle più di tutto è forse, ancora, una visione alternativa del Paese netta e riconoscibile.
Dalle elezioni amministrative non si possono trarre conclusioni politiche, ha ragione il dem Igor Taruffi a dire che per il 2027 nulla è perduto a sinistra, ma si possono di certo apprendere lezioni che servono alla costruzione di un campo ancora confuso. Partendo non da quel che funziona: la conferma di Prato con il riformista Biffoni, che l’ha già guidata due volte, o la riconquista di Pistoia con la sinistra dem di Giovanni Capecchi, entrambi già al primo turno. O ancora i successi ad Agrigento e Marsala. Ma da quello che non ha funzionato.
La scelta suicida di una candidatura politicista e troppo legata all’ex sindaco Giuseppe Falcomatà a Reggio Calabria. La debolezza del “figlio d’arte” Domenico Battaglia — il padre fu sindaco — ha ingrossato le vele di Ciccio Cannizzaro, che aveva tante liste e tanto consenso anche grazie all’appoggio del presidente della Regione Occhiuto, ma che non ha avuto sfidanti credibili. E sì che nella società civile, a dispetto delle macchiette finite in tv, se ne potevano trovare.
A Messina, Cateno De Luca fa e disfa come fosse un padrone. Ha fatto dimettere il sindaco Basile per poi farlo ricandidare, con quindici liste a supporto, e si è ripreso la città sancendo il fallimento del centrosinistra nello Stretto. A Salerno ed Enna vincono due viceré, il settantasettenne Vincenzo De Luca e il settantacinquenne Vladimiro Crisafulli, cui il Pd in cerca di un sacrosanto rinnovamento non ha concesso il simbolo, e ora non può rivendicare la vittoria.
Danno un’idea di immobilismo e di paura, queste elezioni. Il cambiamento che il referendum sembrava promettere ha ancora bisogno di molto lavoro. Ma questo non significa — come dicono i comunicati trionfali delle ultime ore — che la destra goda di buona salute. Tutt’altro. I dissidi tra gli alleati sono ormai manifesti e quotidiani.
L’ombra di Vannacci spinge il partito di Meloni verso una coperta di Linus identitaria: cos’altro è, l’eclatante celebrazione del segretario di redazione della Difesa della razza Giorgio Almirante? Sembrava volesse scegliere l’Europa, la presidente del Consiglio, e invece si ritrova avvolta dalla nostalgia missina. Che non impedisce a Vannacci di ottenere il 14 per cento con il suo candidato a Vigevano. E di tirar fuori il motto fascista «me ne frego», per rispondere ai dubbi di Fratelli d’Italia sui suoi legami con la Russia.
Qualunque sarà la legge elettorale da qui all’anno prossimo, non sarà semplice tenerlo fuori e sarà pericoloso tenerlo dentro. Per la destra, e per il Paese.