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Un quasi pareggio che evoca instabilità

Giuseppe Conte con Elly Schlein 

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Il punto di Folli del 26 maggio 2026
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Un passaggio importante, ma certo non decisivo, nel lungo duello destinato a durare fino alle elezioni politiche del 2027: elezioni probabili in primavera, con lieve anticipo rispetto alla scadenza della legislatura a fine settembre. I sei milioni e mezzo di italiani chiamati a votare domenica e ieri rappresentano, come si dice in questi casi, un “test” significativo, soprattutto perché ha fotografato la mappa del paese al nord al centro e al sud. Da non sottovalutare, quindi, ma nemmeno sopravvalutare oltre il dovuto. Diciamo che i dati indicano che siamo lontani dal trionfo che le liste del “campo largo” si aspettavano, anche quando tacevano per scaramanzia. Il caso di Venezia è emblematico, visto che tutti erano convinti della facile vittoria del candidato di sinistra. Del resto, si trattava di elezioni sulla carta congeniali all’opposizione progressista, sempre ben attrezzata quando si tratta di un voto locale. E quello per eleggere il sindaco è il voto locale per eccellenza.

Come…

Un passaggio importante, ma certo non decisivo, nel lungo duello destinato a durare fino alle elezioni politiche del 2027: elezioni probabili in primavera, con lieve anticipo rispetto alla scadenza della legislatura a fine settembre. I sei milioni e mezzo di italiani chiamati a votare domenica e ieri rappresentano, come si dice in questi casi, un “test” significativo, soprattutto perché ha fotografato la mappa del paese al nord al centro e al sud. Da non sottovalutare, quindi, ma nemmeno sopravvalutare oltre il dovuto. Diciamo che i dati indicano che siamo lontani dal trionfo che le liste del “campo largo” si aspettavano, anche quando tacevano per scaramanzia. Il caso di Venezia è emblematico, visto che tutti erano convinti della facile vittoria del candidato di sinistra. Del resto, si trattava di elezioni sulla carta congeniali all’opposizione progressista, sempre ben attrezzata quando si tratta di un voto locale. E quello per eleggere il sindaco è il voto locale per eccellenza.

Come è ovvio, è stata la parziale rivincita del centrodestra rispetto alla disfatta referendaria di marzo. Se fosse un incontro di pugilato, diremmo che il fronte Meloni, nonostante errori e pasticci vari, ha ottenuto una vittoria ai punti. Un segnale che indica la complessità dello scenario, tale da non registrare uno schieramento in grado d’imporsi con sicuro vantaggio sulla controparte. E se volessimo usare un’altra immagine che rende l’idea, potremmo affermare che quello di ieri è stato una specie di pareggio fra destra e sinistra, con leggera prevalenza della prima. Un pareggio, quindi, che delude la sinistra e accontenta la destra, timorosa fino alla vigilia di un esito ben peggiore.

E quando si accenna al pareggio la memoria corre all’ipotesi che potrebbe diventare realtà con le elezioni del prossimo anno: nessun chiaro vincitore nelle urne, oppure una maggioranza troppo fragile per garantire un esecutivo di legislatura. Sarebbe lo scenario più sgradito alla coalizione di Giorgia Meloni; o almeno alla sua porzione prevalente composta da FdI e Lega (più Vannacci, naturalmente, se alla fine il generale sarà imbarcato). Il segmento di Forza Italia sarebbe invece più attento davanti a un risultato legislativo senza un vincitore netto: per la semplice ragione che Tajani, o se si vuole dietro di lui Marina Berlusconi, avrebbe un margine di manovra maggiore in una situazione post-bipolare.

Quanto alla sinistra, il blocco che si è saldato dietro a Elly Schlein e Giuseppe Conte — pur nella loro rivalità — preferisce senz’altro evitare il porto delle nebbie. Tuttavia anche in caso di pareggio il centrosinistra avrebbe parecchie carte da giocare. Più di quante sarebbero nelle mani del centrodestra.

Per concludere, il voto di ieri ha dato poche risposte e ha sollevato nuovi interrogativi. Il primo riguarda il campo del centrosinistra. Si dimostra che i cosiddetti progressisti non sono ancora pronti per un confronto a viso aperto con una destra che al dunque è meglio radicata di come si pensa. L’infausto esito della “gioiosa macchina da guerra”, condotta a suo tempo da una persona seria come Achille Occhetto, è sempre lì a ricordare che l’eccesso di entusiasmo va sempre tenuto a bada. A sinistra manca ancora un’idea generale e la capacità di parlare a tutti i ceti, non solo a quelli ideologizzati. Quanto alla destra, il voto di ieri spingerà ad accelerare ancora sulla riforma elettorale, così da evitare con l’architettura istituzionale quel che il paese indica nelle urne. Nessuno sa a questo punto se sia una buona idea. O invece solo un modo per fornire all’opposizione nuove armi da usare contro una maggioranza accusata di tendenze liberticide.

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