Ma sarà davvero questa Europa il problema di un’Italia che non cresce? Chi avesse seguito l’assemblea di Confindustria — tra l’affondo del presidente degli imprenditori Emanuele Orsini sull’«Europa che deve cambiare strada e deve cambiare passo» e l’aggettivazione impressionistica della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che parla di «meccanismi burocratici infernali» e di «peso soffocante di oneri amministrativi e regolamenti» — avrebbe avuto esattamente questa impressione.
E avrebbe portato a casa anche l’immagine di una lodevole concordia istituzionale. Il presidente degli industriali che riconosce al governo la sua prudenza sui conti pubblici e annacqua ogni spunto critico in una sorta di seduta di autocoscienza nazionale: «Non serve cercare il colore politico dei governi degli ultimi decenni. La verità è che, collettivamente, non abbiamo fatto abbastanza». La donna a capo del governo ormai da quattro anni che replica spalancando le porte ai suoi interlocutori con proposte …
Ma sarà davvero questa Europa il problema di un’Italia che non cresce? Chi avesse seguito l’assemblea di Confindustria — tra l’affondo del presidente degli imprenditori Emanuele Orsini sull’«Europa che deve cambiare strada e deve cambiare passo» e l’aggettivazione impressionistica della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che parla di «meccanismi burocratici infernali» e di «peso soffocante di oneri amministrativi e regolamenti» — avrebbe avuto esattamente questa impressione.
E avrebbe portato a casa anche l’immagine di una lodevole concordia istituzionale. Il presidente degli industriali che riconosce al governo la sua prudenza sui conti pubblici e annacqua ogni spunto critico in una sorta di seduta di autocoscienza nazionale: «Non serve cercare il colore politico dei governi degli ultimi decenni. La verità è che, collettivamente, non abbiamo fatto abbastanza». La donna a capo del governo ormai da quattro anni che replica spalancando le porte ai suoi interlocutori con proposte da giorno zero della legislatura: «Vorrei proporvi di avviare subito un cantiere comune per arrivare a una riforma radicale della burocrazia in Italia».
Scene edificanti. Ma, oltre a ciò che si dice, in queste occasioni conta anche quello che si decide di non dire. E i silenzi di Confindustria e del governo sono davvero rumorosi, se si pensa a tutto ciò che sta accadendo attorno a quell’isola delle amnesie che è stata l’assemblea degli industriali.
Serve un sunto? L’Italia è in coda nell’Unione europea per crescita prevista nel 2026, con uno scarno +0,5% che si confronta non solo con Polonia e Spagna, date rispettivamente al +3,5% e al +2,4%, ma anche con la media Ue dell’1,1%. Il debito pubblico che quest’anno arriva al 138,5% del Pil dovrebbe salire al 139,2% nel 2027, consegnandoci la poco invidiabile posizione di testa nella classifica europea del fardello più pesante se rapportato all’economia nazionale.
Un mercato del lavoro che, nonostante le fanfare governative, resta fragile; un accesso al lavoro che — certifica l’Istat — vede il tasso di occupazione tra i 20-34enni diplomati 9 punti sotto la media europea e quello dei laureati 5,9 punti sotto. Al ministero delle Imprese ci sono 43 tavoli di crisi aperti, ultimo il caso Electrolux. Il successo di Industria 4.0, che offriva alle imprese incentivi per l’innovazione, è stato replicato con il sequel tragicomico — ma per molti si è trattato di un horror — di Transizione 5.0: norme difficili da applicare, risorse prenotate fino all’esaurimento e poi chiusura anticipata dei fondi.
Ecco, sulla situazione drammatica dell’Italia, sui dati che avete appena letto, si è sentito poco o nulla. E quasi nulla si è detto del fatto che Meloni governa dal 22 ottobre 2022; certo in condizioni internazionali difficili, tra guerra russa in Ucraina, crisi energetica, dazi di Trump e nuove tensioni nel Golfo Persico.
Ma in questo tempo non è cambiato quasi nulla delle strozzature strutturali che pesano sul Paese: burocrazia, giustizia, scuola, produttività, energia, dimensione delle imprese. Giova ricordare, anzi, le battaglie di parte della maggioranza di governo contro qualsiasi venticello di liberalizzazione — dai balneari in su — che spira da Bruxelles.
Non solo. L’Italia che denuncia l’Ue è spesso la stessa che all’Ue chiede margini non per riforme di sistema, ma per misure tampone: trattare le spese energetiche come quelle per la difesa, ottenere flessibilità per finanziare tagli alle accise sui carburanti, crediti d’imposta e sostegni contro il caro-bollette. Interventi talvolta necessari, certo, perché famiglie e imprese non vivono di modelli econometrici. Ma più che riforme strutturali si tratta di cerotti, costosi, applicati su una ferita che continua ad aprirsi.
Quasi nulla si è sentito nemmeno su quel corposo finanziamento arrivato dall’Europa “matrigna”. I 194 miliardi del Pnrr — 72 miliardi a fondo perduto e il resto in prestiti agevolati — sono stati il maggior contributo destinato a un singolo Paese dell’Ue, a causa del mix tra le dimensioni (buone) e le condizioni (cattive) della nostra economia.
Quei fondi, pari a circa un decimo del nostro Pil, sembravano destinati ad avere un ruolo salvifico per l’Italia — e in parte lo hanno avuto, se è vero che senza quella spinta il Paese avrebbe probabilmente rischiato la recessione — e oggi è impossibile dare la responsabilità all’Europa se molti progetti sono stati rivisti, semplificati, spostati o spesi con fatica. Roma ha già ottenuto nove rate per 166 miliardi, ma a fine 2025 aveva speso appena il 57% della dotazione ricevuta.
Non si deve necessariamente difendere l’Europa nel suo assetto attuale. Alcune battaglie per cambiare processi e risultati normativi appaiono condivisibili, specie di fronte a un quadro internazionale che tra dazi, guerre e instabilità riduce gli spazi negoziali classici di un mondo globalizzato. Ma gettare la palla nella sempre disponibile tribuna europea e non affrontare con parole di verità la situazione del Paese, allineandosi alla visione virata di rosa dei comunicati ufficiali del governo, non fa l’interesse di nessuno. In primo luogo, quello delle imprese.