«Del senno di poi son piene le fosse»: così ammoniva un vecchio detto popolare. Ed è quello che è successo anche in questo caso. Il giorno dopo le amministrative tutti sapevano che il candidato del Pd a Venezia era il tipo sbagliato; che gli “alleati” Cinque Stelle non l’avrebbero votato; che in ogni caso il voto per i municipi esprime sentimenti locali e non pregiudica nulla. Peraltro tutti adesso si dichiarano consapevoli che Salvini è un pasticcione; che Vannacci se lo sta mangiando un pezzo per volta; che il cortocircuito può essere l’inizio della fine della coalizione di centrodestra.
Può esserci poco o molto di vero in queste considerazioni dell’indomani, ma la sensazione prevalente è che per il momento nessuno ha le idee chiare sul “che fare”. Sarebbe temerario, certo, trarre conseguenze definitive dai risultati di lunedì 25 maggio. Per la semplice ragione che i dati non permettono a nessuno di esaltarsi o di deprimersi oltre misura.
Prima di domenica 24 maggio, il centro…
«Del senno di poi son piene le fosse»: così ammoniva un vecchio detto popolare. Ed è quello che è successo anche in questo caso. Il giorno dopo le amministrative tutti sapevano che il candidato del Pd a Venezia era il tipo sbagliato; che gli “alleati” Cinque Stelle non l’avrebbero votato; che in ogni caso il voto per i municipi esprime sentimenti locali e non pregiudica nulla. Peraltro tutti adesso si dichiarano consapevoli che Salvini è un pasticcione; che Vannacci se lo sta mangiando un pezzo per volta; che il cortocircuito può essere l’inizio della fine della coalizione di centrodestra.
Può esserci poco o molto di vero in queste considerazioni dell’indomani, ma la sensazione prevalente è che per il momento nessuno ha le idee chiare sul “che fare”. Sarebbe temerario, certo, trarre conseguenze definitive dai risultati di lunedì 25 maggio. Per la semplice ragione che i dati non permettono a nessuno di esaltarsi o di deprimersi oltre misura.
Prima di domenica 24 maggio, il centrosinistra Schlein-Conte era convinto di poter annunciare di lì a poco che Giorgia Meloni stava per essere sfrattata da palazzo Chigi. Adesso, dopo Venezia e Reggio Calabria, qualcuno a destra ritiene che il lutto per il referendum di marzo sia finito e che sia spianata la strada verso le elezioni che contano, tra un anno. S’intende, per vincerle.
Purtroppo la verità è più banale. A parte le suggestioni di una tardiva saggezza, non s’intravedono grandi prospettive per i prossimi mesi. Ovvio che il centrodestra al governo ha vantaggi e svantaggi. Tra i primi c’è la visibilità garantita dall’esercizio del potere, soprattutto quando a gestirlo è una figura di temperamento e dalle evidenti qualità comunicative, come è la premier. Viceversa gli svantaggi riguardano il rischio di logorarsi dopo quasi quattro anni di legislatura. Giorgia Meloni ne è consapevole, tanto che nella campagna per le comunali ha evitato di sovraesporsi.
Tuttavia, ridurre l’ultimo periodo del mandato a una battaglia per la riforma elettorale può essere insidioso agli occhi di un’opinione pubblica pressata da altri problemi. Ed essere giudicato anche come un segno di debolezza. A maggior ragione se il centrodestra affronterà i suoi conflitti interni: a cominciare dalla Lega destabilizzata da Vannacci, il quale anela a essere richiamato a bordo della nave; e ormai trattarlo con sufficienza è complicato, in quanto troppo ingombrante
Va detto che l’impegno più gravoso spetta al centrosinistra. Dove si è visto, ed è inutile ripeterlo, che il “campo largo” è per ora un artificio retorico. I 5S dicono in sostanza di essere disposti a votare per i candidati dell’intesa, ma solo se sono di loro gradimento.
Il che è una perenne spada di Damocle sospesa sul Pd, come si è capito a Venezia. Se vale a tutti i livelli, significa che anche la candidatura a palazzo Chigi ricade nella strategia dell’ostruzionismo. Primarie o non primarie. Peraltro, i 5S di Conte sono usciti in maniera poco brillante dal voto e non è sicuro che i ballottaggi miglioreranno la loro situazione. E quindi la loro capacità di ricatto.
Un aspetto però merita di essere sottolineato. Il tema della sicurezza sarà uno di quelli su cui si decideranno le elezioni del ’27. Forse il principale. Il centrodestra lo considera, è noto, come suo terreno privilegiato. La sinistra ha il compito non semplice, ma fondamentale, di smentire la controparte senza restare appesa all’immagine d’inerzia e irresolutezza che le è stata cucita addosso.
E qui lo spregiudicato Conte ha carte da giocare migliori del Pd. Non sarebbe la prima volta che i Cinque Stelle scavalcano a destra il partito di Elly Schlein. Così come all’occorrenza lo scavalcherebbero a sinistra. Una volta di più ne deriva che il “campo largo” per esistere ha bisogno di una leadership su questioni concrete.