Prima la Magnifica Humanitas di Papa Leone XIV, col suo appello alla difesa dell’umano di fronte all’impetuosa ascesa delle nuove tecnologie. Poi le Considerazioni Finali di Fabio Panetta, col suo richiamo a un uso controllato ma sempre più allargato dell’Intelligenza Artificiale. È interessante, ma anche inquietante, che a interrogarsi sul dominio assoluto della Tecnica nelle nostre vite siano la Chiesa di Roma e la Banca d’Italia. E non invece la politica, muta e soverchiata dalla dittatura dell’algoritmo e di chi ne possiede i segreti. Dice bene Massimo Cacciari: le nazioni provano a forzare i confini, gli imperi lottano per l’egemonia mondiale: nel frattempo il titano digitale svuota le une e gli altri di ogni vero potere. I presunti statisti sono a tal punto subalterni che, mentre nella capitale il pontefice scuote le anime e il governatore striglia le imprese, da San Francisco arriva la conferma della supremazia totale di Big Tech, ormai soggetto autonomo nel kombinat militare-i…
Prima la Magnifica Humanitas di Papa Leone XIV, col suo appello alla difesa dell’umano di fronte all’impetuosa ascesa delle nuove tecnologie. Poi le Considerazioni Finali di Fabio Panetta, col suo richiamo a un uso controllato ma sempre più allargato dell’Intelligenza Artificiale. È interessante, ma anche inquietante, che a interrogarsi sul dominio assoluto della Tecnica nelle nostre vite siano la Chiesa di Roma e la Banca d’Italia. E non invece la politica, muta e soverchiata dalla dittatura dell’algoritmo e di chi ne possiede i segreti. Dice bene Massimo Cacciari: le nazioni provano a forzare i confini, gli imperi lottano per l’egemonia mondiale: nel frattempo il titano digitale svuota le une e gli altri di ogni vero potere. I presunti statisti sono a tal punto subalterni che, mentre nella capitale il pontefice scuote le anime e il governatore striglia le imprese, da San Francisco arriva la conferma della supremazia totale di Big Tech, ormai soggetto autonomo nel kombinat militare-industriale globale: grazie a Claude Code, il suo nuovo modello di software linguistico, la Anthropic ha triplicato il suo valore a 1.000 miliardi di dollari, scavalcando Open Ai e diventando la start up più “ricca” della storia. Il suo fondatore, Dario Amodei, urla che “l’intelligenza artificiale è pericolosa e va regolamentata”. Nessuno lo ascolta, a partire da Trump. Così lui, nell’attesa, fa miliardi a palate. Come le magnifiche sette di Wall Street, Apple, Microsoft, Alphabet, Amazon, Nvidia, Meta e Tesla. E come i grandi investitori dell’IA, Altimeter e Dragoner, Samsung e Micron.
Così, nell’attesa che i governanti europei e i politicanti italiani la piantino di sfoggiare la loro stupidità naturale, a ragionare di intelligenza artificiale sono altre due “istituzioni”. Ma con una competenza e un’autorevolezza che chi chiede il voto dei popoli si può anche sognare. Panetta non nasconde i pericoli, ma vede le opportunità che le tecnologie offrono al mondo. Quella del banchiere centrale è ovviamente una visione economicista del progresso, che tuttavia ha radici piantate nei fatti. È un fatto che, nel tempo delle sporche guerre di conquista e delle crisi energetiche e climatiche, la Cina cresce del 5% e l’America di oltre il 2% grazie ai fondi impiegati nei nuovi centri di calcolo, al boom azionario dei colossi del settore e alla ricchezza finanziaria e i consumi che ne sono derivati. È un fatto che l’intelligenza artificiale sostiene gli investimenti e i commerci, e sta ridefinendo il modo in cui si produce, si lavora e si prendono decisioni. È un fatto che il Vecchio continente guarda dalla finestra questo magma di innovazione che ribolle, e vede le prime cinque grandi aziende Usa detenere i tre quarti della capacità di calcolo mondiale e le concorrenti cinesi ridurre rapidamente il divario. Ma non tutto è perduto, perché nelle grandi rivoluzioni tecnologiche “i guadagni maggiori sono spesso andati non a chi le ha originate, ma a chi ha saputo adottarle e applicarle”. E proprio su questo terreno si deciderà la crescita futura: dai servizi alla sanità, dalla manifattura alle catene di fornitura, dalla ricerca biomedica ai nuovi farmaci.
Tutto questo vale prima di tutto per l’Unione Europea: col suo patrimonio di dati, di competenze scientifiche e di riserve di risparmio, Bruxelles vara troppe norme, ma mette a terra pochi investimenti, e continua a non ascoltare né Panetta né Draghi quando sollecitano il varo di un altro strumento di debito europeo, un titolo sovrano liquido e sicuro, sulla scia del Next Generation Eu lanciato ai tempi del Covid: da Costa a von der Leyen, tutti si spellano le mani di applausi, salvo poi rimetterle in tasca dopo aver finito di ascoltare le prediche inutili dei successori di Einaudi. Ma il monito che arriva da via Nazionale vale ancora di più per l’Italia. Ci portiamo dietro eccellenze e deficienze. Tra le prime, i primati nella meccanica, nella farmaceutica, nelle produzioni di qualità. Tra le seconde, tassi di crescita da prefisso telefonico, poca innovazione, bassi livelli di capitale umano, dipendenza energetica. A tutto questo aggiungiamo la glaciazione demografica e la regressione della produttività, con un prodotto per ora lavorata aumentato del 6% contro il 13/34% dell’Eurozona. Per un Paese ridotto così, sarebbe fondamentale ampliare il ricorso all’IA. Secondo Bankitalia, solo il 5% delle imprese ne fa uso intensivo: con una diffusione “rapida e pervasiva” la produttività del lavoro crescerebbe di oltre 1 punto. Ma anche per l’Italietta vale il preambolo che riguarda l’Europa: servirebbe uno Stato, capace di esercitare un ruolo preciso e deciso. Qui sì: non sulle scalate bancarie tipo Mps-Mediobanca. Ma sulla vergogna della merchant bank di Palazzo Chigi, l’unica dove si parla romano, Panetta preferisce tacere, mentre avrebbe fatto bene a parlare.
E il lavoro? E i lavoratori? Che ne sarà della stanca e impoverita working class, nel paradiso terrestre del dio algoritmico? È in vero che oggi il 60% dei lavoratori svolge mansioni che 80 anni fa non esistevano, e che i milioni di posti distrutti dall’automazione prima o poi saranno sostituiti dai “nuovi lavori”. Ma intanto? Per un banchiere centrale che su questo si limita a deprecare le disuguaglianze e ad auspicare più istruzione dei giovani, supplisce l’Enciclica del Santo Padre. Prevost non nasconde le opportunità, ma vede i pericoli cui le tecnologie espongono il mondo. Come la Rerum Novarum di Leone XIII, che nel 1891 affrontava i nodi della Rivoluzione industriale, così la Magnifica Humanitas di Leone XIV cerca oggi di sciogliere quelli della rivoluzione digitale. Il Papa smonta subito la narrazione finta ingenua di chi considera la tecnica neutrale: lo è in astratto, mentre in concreto “non è neutrale, perché assume il volto di chi la pensa, la finanzia, la regola, la usa”. Senza evocare l’Apocalisse: serve un’intelligenza artificiale “disarmata”, in ogni senso. Significa “sottrarla ai monopoli, renderla discutibile, contestabile, quindi abitabile, restituendola alla pluralità delle culture umane e delle forme di vita”. Il cuore del problema non è chi soccombe, ma chi gestisce l’algoritmo. Da agostiniano qual è, il pontefice contrappone due modelli biblici. La Torre di Babele, cioè un progetto dall’alto, di dominio neo-imperiale, totalizzante e disumanizzante. E la Gerusalemme di Neemia, cioè un programma di ricostruzione dal basso e di responsabilità condivisa, dove a ogni famiglia è affidato un tratto di muro.
Questo, oggi, dobbiamo chiederci. In una logica pasoliniana, che sapeva distinguere tra sviluppo e progresso. L’intelligenza artificiale è un motore di crescita con una potenza mai conosciuta: ma è un disegno concepito per l’umanità, o contro l’umanità? E noi vogliamo che sia Babele o Neemia? La scelta è tremenda. E non compete né a Panetta né a Prevost. Ma se non si sveglia la politica, provvederanno loro, i Thiel e i Musk, gli Altman e i Zuckerberg. Multi-miliardari e tecno-feudatari non del nuovo umanesimo, ma del Medioevo prossimo venturo.