Gli 80 anni della conquista della Repubblica
di Ezio MauroIl calendario civile di un Paese è il percorso della sua storia attraverso le tappe più significative che testimoniano battaglie, sconfitte, conquiste e danno forma a una mappa morale in cui il cittadino si riconosce, mentre riconosce la comunità nazionale attorno a sé. Per questo sarebbe un errore non fermarsi a riflettere sugli ottant’anni della Repubblica, celebrando il 2 giugno come una festa ereditata da un’altra epoca e smarrita oggi nel suo significato originario.
Ottant’anni sono un arco di tempo che raduna tre generazioni nell’esperienza della Repubblica: i padri che l’hanno conquistata, i figli che hanno messo le forme, le regole e le istituzioni repubblicane alla prova della realtà, e i nipoti che incassano i dividendi di libertà e le contraddizioni del secolo nel confronto quotidiano con lo Stato.
Lo Stato era quasi dissolto, in quel 1946 che ha visto nascere la Repubblica. Vent’anni di dittatura fascista, l’alleanza di guerra con la Germania di Hitler, la devastazione de…
Il calendario civile di un Paese è il percorso della sua storia attraverso le tappe più significative che testimoniano battaglie, sconfitte, conquiste e danno forma a una mappa morale in cui il cittadino si riconosce, mentre riconosce la comunità nazionale attorno a sé. Per questo sarebbe un errore non fermarsi a riflettere sugli ottant’anni della Repubblica, celebrando il 2 giugno come una festa ereditata da un’altra epoca e smarrita oggi nel suo significato originario.
Ottant’anni sono un arco di tempo che raduna tre generazioni nell’esperienza della Repubblica: i padri che l’hanno conquistata, i figli che hanno messo le forme, le regole e le istituzioni repubblicane alla prova della realtà, e i nipoti che incassano i dividendi di libertà e le contraddizioni del secolo nel confronto quotidiano con lo Stato.
Lo Stato era quasi dissolto, in quel 1946 che ha visto nascere la Repubblica. Vent’anni di dittatura fascista, l’alleanza di guerra con la Germania di Hitler, la devastazione dei bombardamenti alleati, il peso della sconfitta, l’umiliazione di una resa senza condizioni: è il quadro drammatico di un Paese distrutto in cui mancava il pane, le scuole erano al freddo, non c’erano scarpe, le famiglie facevano i conti con i morti in guerra, i deportati, i dispersi, i prigionieri che non erano ancora tornati in Italia, mentre i banditi occupavano le zone nevralgiche del Paese, rapinavano i treni, assaltavano le caserme, soffiavano sul fuoco del separatismo infiammando il Sud.
Sembra impossibile che a un popolo così stremato, e per di più democraticamente analfabeta per le costrizioni della dittatura, venga chiesta una prova suprema di maturità civile e politica, con la scelta della forma dello Stato attraverso il voto nel referendum.
E invece proprio qui si fonda l’ambizione coraggiosa della ricostruzione: in un atto di fede nella virtù della democrazia, nella sua capacità di riempire di senso il guscio vuoto dello Stato, ricostruendo la sua spina dorsale attraverso il libero concorso dei cittadini, a cui viene restituita la piena sovranità attraverso il voto. Nella fiducia che la democrazia, reinserita nel circuito politico e amministrativo, possa suturare gli squarci aperti dal fascismo nella vita associata: cominciando dai Consigli comunali per arrivare alla Costituente e quindi alla scelta referendaria.
È un azzardo, naturalmente, perché il Paese diseducato alla democrazia manca di tutto, urne, schede, registri, matite, timbri, liste elettorali. Ma è anche una riconquista di autonomia con l’Italia che torna a essere padrona delle sue scelte, mentre ancora è sottoposta alla vigilanza della Commissione Alleata di Controllo guidata da un contrammiraglio americano, presidiata dai vertici militari alleati, sorvegliata dai servizi di intelligence stranieri.
C’è soprattutto la necessità, in quel momento storico, di sciogliere il nodo che ha legato per vent’anni il vertice dello Stato con il fascismo, nella diarchia tra il re Vittorio Emanuele III e Mussolini. Il governo De Gasperi, che dovrà combattere con la Corona sulle conseguenze del referendum, è una proiezione del Cln, con i sei partiti antifascisti accanto al primo presidente cattolico e democristiano, con un socialista repubblicano come Romita agli Interni, Togliatti alla Giustizia e Nenni vicepresidente.
La nuova Italia sceglie di affidare ai cittadini il giudizio sulla Casa reale e in particolare su Vittorio Emanuele, sotto accusa per non aver firmato il decreto di stato d’assedio predisposto dal governo Facta per bloccare la marcia su Roma, per non aver reagito all’assassinio di Matteotti rivendicato dal Duce, per aver sottoscritto le leggi razziali del 1938, per aver appoggiato la guerra a fianco dei nazisti e infine per essere fuggito con i vertici del governo e delle forze armate l’8-9 settembre 1943, uscendo nottetempo dallo Stato e abbandonando Roma al suo destino, con i tedeschi alle porte.
Ecco perché il 2 giugno insieme con il 25 aprile è la data fondativa della democrazia italiana. Il referendum non è un esercizio didattico e astratto dalla vita del Paese, ma il logico passaggio istituzionale dopo la Liberazione. È grazie a quella libertà che i cittadini tornano sovrani ed esercitano qui nelle urne quella democrazia che la Resistenza ha riconquistato con l’opposizione armata alla sopravvivenza del fascismo e all’occupazione del nazismo invasore.
Tutto si tiene, in quell’anno, e tutto andrà a compimento con l’ultimo atto conseguente e necessario, la scrittura della Costituzione, che non per caso è democratica, repubblicana e antifascista. E ogni cosa — istituzioni, diritti, libertà, sovranità, forma dello Stato — è frutto di questo processo unitario che nasce con la Resistenza, si sviluppa con la Repubblica e si realizza con la Carta costituzionale. Nulla è concesso, octroyée, elargito: al contrario, tutto è riconquistato.
Bisogna ricordarsene, oggi che la memoria è un difetto, la coerenza una colpa, la storia un optional. Ottant’anni dopo, possiamo dire che la Repubblica ha garantito l’unità del Paese, la pace e lo sviluppo nella libertà ai cittadini: e in questo senso ha recuperato l’idea di patria, — smarrita l’8 settembre — nella fedeltà alla libertà e alla democrazia costituzionale.