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Onoriamo la Repubblica cresciuta insieme a noi

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Il presidente Mattarella ora ha la sua stessa età
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Se la Repubblica italiana fosse una persona, un’anziana signora che domani compie ottant’anni, pensavo. Perché la Repubblica è un organismo vivente, certo. È un corpo collettivo dotato di nervi, muscoli e cuore che tutti noi, insieme, animiamo. Ma non è una persona, certo. Se lo fosse, però, proviamo a immaginare che lo sia, ecco: allora sarebbe coetanea del suo Presidente. Curioso, no? È questa la prima e unica volta dal dopoguerra, probabilmente anche l’ultima, in cui il presidente della Repubblica e la Repubblica hanno la stessa età. Si guardano negli occhi da pari a pari, sono cresciuti insieme, hanno abitato gli stessi anni. Si conoscono fin da bambini, hanno ascoltato le stesse canzoni e vissuto gli stessi dolori, condiviso le stesse conquiste. Si comprendono, si rispettano. E dunque, questo cosa significa? Beh qualcosa significa perché è uno snodo temporale irripetibile. È come quei passaggi generazionali in cui tocca ai più giovani prendere le redini della famiglia (o dell’azi…

Se la Repubblica italiana fosse una persona, un’anziana signora che domani compie ottant’anni, pensavo. Perché la Repubblica è un organismo vivente, certo. È un corpo collettivo dotato di nervi, muscoli e cuore che tutti noi, insieme, animiamo. Ma non è una persona, certo. Se lo fosse, però, proviamo a immaginare che lo sia, ecco: allora sarebbe coetanea del suo Presidente. Curioso, no? È questa la prima e unica volta dal dopoguerra, probabilmente anche l’ultima, in cui il presidente della Repubblica e la Repubblica hanno la stessa età. Si guardano negli occhi da pari a pari, sono cresciuti insieme, hanno abitato gli stessi anni. Si conoscono fin da bambini, hanno ascoltato le stesse canzoni e vissuto gli stessi dolori, condiviso le stesse conquiste. Si comprendono, si rispettano. E dunque, questo cosa significa? Beh qualcosa significa perché è uno snodo temporale irripetibile. È come quei passaggi generazionali in cui tocca ai più giovani prendere le redini della famiglia (o dell’azienda di famiglia) e guidarne le sorti. E, come nelle famiglie: i neonati si allevano, i bambini si educano. I ragazzi si guidano, almeno si prova a farlo, coi coetanei ci si capisce anche quando non si è d’accordo — si convive da pari a pari, medesima è la storia. Gli anziani si onorano ma talvolta controvoglia, figli e nipoti si spazientiscono: il tempo non vedi che è cambiato, che noia quei precetti di cent’anni fa, è ora di cambiare. Sono obsoleti, arcaici. Il rispetto, sì, ma che barba.

Riflettevo sull’insofferenza di chi è oggi al governo verso la Costituzione, la costante tentazione di cambiarla. È un dato politico, certo: questo è un governo di destra che — non in tutte le sue componenti ma in molte, per il momento maggioritarie — ha radici che affondano nel fascismo storico, un dna autoritario e antidemocratico di cui la Costituzione antifascista è l’antitesi. Ma c’è anche un dato generazionale, dentro quello politico. I più giovani, nati o cresciuti quando i diritti e le libertà fondamentali erano già stati da altri garantiti, tendono a darli per scontati. Più facilmente dimenticano le fatiche e talvolta il sangue che sono costati. Considerano la vecchia architrave un relitto: la casa dei nonni, un rudere da ristrutturare. Roba vecchia, pesante, inutile. Il referendum recente ne è stato il termometro. Il Paese ha risposto col rifiuto della riforma: un gesto certamente politico eppure non immediatamente trasferibile alle successive elezioni amministrative, come abbiamo visto. Un gesto di tutela della Costituzione, soprattutto. È come se la società nella sua grande maggioranza avesse detto no, la casa non si tocca. Ma per quanto ancora? La tentazione di chi governa è sempre lì, il fastidio evidente, i tentativi costanti.

In questo irripetibile momento storico, dunque, la Repubblica è nostra coetanea nel senso che noi che votiamo adesso siamo (quasi) tutti nati o stati adulti negli stessi ottant’anni, fra il 1946 e il 2026. Sergio Mattarella e la Repubblica italiana hanno la stessa età. Finisce qui l’epoca in cui Lei era una bambina, poi una ragazzina una giovane donna una signora: d’ora in avanti sarà una ultraottantenne che ospiterà nelle sue stanze un inquilino o un’inquilina più giovane. Lei, la padrona di casa, non sarà più la figlia o la compagna ma la madre, la nonna. A meno che il/la prossimo/a presidente eletto/a non sia ultraottantacinquenne — che è possibile, ma non probabile — a partire dal prossimo settennato il presidente della Repubblica sarà più giovane della Repubblica medesima. Con tutto quello che questo comporta, come si diceva al principio. È solo una suggestione per provare a leggere il futuro ma è anche una buona occasione per ricordare il passato: è stato illuminante fare i conti, ha riacceso memorie. Vediamoli insieme.

Enrico De Nicola (data di nascita: 1877) ha 69 anni quando, nel ’46, diventa capo provvisorio dello Stato: la Repubblica è neonata. Luigi Einaudi (1874) viene eletto a 74 anni nel 1948, la Repubblica ne ha 2: ha appena cominciato a camminare. Giovanni Gronchi (1887) ha 68 anni nel ’55, la Repubblica ne ha 9: una bambina. Antonio Segni (1891) viene eletto a 71 anni nel 1962: la Repubblica è un’adolescente di 16 anni, tumultuosa. Giuseppe Saragat (1898) il primo presidente socialdemocratico, austero torinese, assume la responsabilità di una Repubblica appena maggiorenne, 18 anni. È il 1964, lui ha 66 anni, la ragazza si accinge ad attraversare il ’68. Si capiscono? Giovanni Leone (1908) è il primo presidente nato nel Novecento. Eletto nel 1971, a 63 anni: la Repubblica ne ha 25, attraversa armata gli anni di piombo. Sandro Pertini (1896), socialista, è la storia incarnata: ha fatto la prima guerra mondiale è stato al confino a Ventotene è stato condannato a morte dalle SS, ha vissuto la prigione politica. Eletto nel 1978 a 82 anni, fino a quel momento è il presidente più anziano. La Repubblica ne ha 32. Dal più anziano al più giovane, Francesco Cossiga (1928): eletto a 57 anni nel 1985, la Repubblica ne ha 39.

Poi. Oscar Luigi Scalfaro (1918), il severo magistrato, arriva al Colle nel ’92 a 74 anni: la Repubblica ne ha 46. Carlo Azeglio Ciampi (1920) a 79, nel 1999: la Repubblica ne ha 53. Giorgio Napolitano, (1925) il primo ex comunista, sale al Quirinale nel 2006 a 81 anni, la Repubblica è una splendida sessantenne. Affronta (per la prima volta nella storia) il suo secondo mandato a 87 e toglie il primato del presidente più anziano a Pertini. Siamo nel 2013, la Repubblica è ancora nel suoi sessant’anni: 67. Infine Sergio Mattarella (1941). Eletto nel 2015 a 74 anni e per la seconda volta nel 2022 a 81. La Repubblica ne ha 76. Oggi, quattro anni dopo, sono coetanei, entrambi ottantenni: lui 85, lei 80. Come una coppia di coniugi di lungo corso, si guardano negli occhi alla stessa altezza. Le biografie si intrecciano. Quando il padre di Mattarella, Bernardo, entra a far parte dell’Assemblea costituente (1946) Sergio ha cinque anni, fa la cartella per andare a scuola. È il primo presidente ad aver votato per la prima volta, a 18 anni, in un tempo in cui anche le donne potevano votare. Fino ad allora, solo gli uomini. Il mandato di Mattarella scadrà nel 2029, per i suoi 88. Le Repubblica ne avrà 83. L’augurio, oggi per il compleanno tondo, è che chiunque arrivi dopo la tratti come merita, questa gran Signora. Faremo in modo. Vigileremo.

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