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Patrimoniale elettorale, le intenzioni e la realtà

Perugia, 30 maggio: la segretaria del Pd Elly Schlein 

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Sentirne parlare suscita inquietudine diffusa. Con il timore di un’iniziativa che parte bene ma poi colpisce più in basso, allargando la platea per la necessità di fare cassa
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Lanciata in modo un po’ estemporaneo da Elly Schlein, l’ipotesi di un’imposta patrimoniale sui grandi ricchi è rimasta a mezz’aria. Dovrebbe essere «europea» e, per quanto riguarda l’Italia, «discussa con gli alleati». Per farla breve: poco sostenuta o ignorata dai maggiori esponenti del Pd; valutata in modo scettico dai Cinque Stelle, dove Conte preferisce riferirsi a tasse sugli «extra profitti» delle banche, la suggestione è difesa a spada tratta solo dalla sinistra più radicale di Bonelli e Fratoianni. Come ha commentato Matteo Renzi, inutile fare «dell’autolesionismo» e regalare alla destra qualche altro argomento per spaventare i ceti medi.

Ma perché i ceti medi? Il preannuncio, per quanto vago, riguarda — si è detto — l’uno o il due per cento della popolazione, titolare di vasti patrimoni, a cui si chiederebbe un sacrificio per aiutare la parte più debole del popolo italiano. Qui si comincia a navigare nella nebbia. Perché un’altra versione dell’imposta fa riferimento a patrimo…

Lanciata in modo un po’ estemporaneo da Elly Schlein, l’ipotesi di un’imposta patrimoniale sui grandi ricchi è rimasta a mezz’aria. Dovrebbe essere «europea» e, per quanto riguarda l’Italia, «discussa con gli alleati». Per farla breve: poco sostenuta o ignorata dai maggiori esponenti del Pd; valutata in modo scettico dai Cinque Stelle, dove Conte preferisce riferirsi a tasse sugli «extra profitti» delle banche, la suggestione è difesa a spada tratta solo dalla sinistra più radicale di Bonelli e Fratoianni. Come ha commentato Matteo Renzi, inutile fare «dell’autolesionismo» e regalare alla destra qualche altro argomento per spaventare i ceti medi.

Ma perché i ceti medi? Il preannuncio, per quanto vago, riguarda — si è detto — l’uno o il due per cento della popolazione, titolare di vasti patrimoni, a cui si chiederebbe un sacrificio per aiutare la parte più debole del popolo italiano. Qui si comincia a navigare nella nebbia. Perché un’altra versione dell’imposta fa riferimento a patrimoni tassabili non inferiori ai cinque milioni di euro. Gente benestante, certo, ma non più solo super-miliardari. E quindi, a voler prendere sul serio queste considerazioni, si entra nel campo scivoloso delle addizioni e sottrazioni. Come si calcolano le ricchezze individuali per arrivare, poniamo, ai cinque milioni?

Si capisce che il tema non è il più adatto a una campagna elettorale, dove servono messaggi stringati e a colpo sicuro. Inoltre c’è l’aspetto su cui a destra hanno già preso a martellare. In sostanza: la sinistra sa solo tassare; la sinistra vuol far fuggire dall’Italia chi ha un po’ di soldi da parte; la sinistra non sa creare ricchezza, ma solo assistenzialismo, eccetera. La risposta è che l’ipotesi della patrimoniale — peraltro tutta da verificare — riguarderebbe i “ricchi” e non il ceto medio che la crisi tende a impoverire.

Questa spiegazione non convince tutti. L’immensa platea degli italiani a reddito fisso o con piccole rendite aggiuntive non dovrebbe sentirsi minacciata. Eppure sentir parlare di «patrimoniale» suscita inquietudine diffusa, come se il timore fosse di un’iniziativa che parte con buone intenzioni (tosare solo le grandi fortune), ma poi colpisce più in basso, allargando la platea per la necessità di fare cassa.

L’Italia, si sa, soffre di una tassazione abbastanza opprimente e l’Imu è già da tempo una patrimoniale che colpisce i redditi medi. Ecco perché, sul piano elettorale, il tema non sembra ben scelto, quali che siano le intenzioni morali prima ancora che politiche.

È vero peraltro che il centrodestra al governo non ha saputo tagliare le tasse, come la sua filosofia avrebbe suggerito. Anzi, tra il governo di destra che non riesce ad abbassare le aliquote e l’opposizione di sinistra che vorrebbe aumentare le entrate, ma non sa come fare, si rischia il solito immobilismo.

S’intende che di una campagna elettorale all’insegna dell’ambiguità non si sente proprio il bisogno. Eppure è quello che annuncia. Sulle politiche fiscali lo abbiamo appena visto. Sulla politica estera il governo, come è noto, ha attenuato il proprio sostegno all’idea di un’Ucraina integrata nell’Unione europea e ha limitato il suo impegno per il riarmo.

Sono tutte mosse elettorali, benché la politica internazionale dovrebbe essere l’ultimo terreno per tentare manovre spericolate. Ma tant’è. A destra la premier Meloni non teme di contraddirsi in parte pur di restringere gli spazi di Vannacci e Salvini. A sinistra c’è Conte che non esita a camminare sullo stesso sentiero del vecchio amico leghista. Una certa sinistra e una certa destra si mescolano. In attesa che il cosiddetto campo largo risolva l’annosa questione della leadership.

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