Bisogna riprenderla daccapo, la questione del lavoro in Italia. Perché oggi sono agli onori della cronaca i quasi schiavi di Milano, lavoratori indiani impiegati dall’azienda americana Caddell nella costruzione del consolato Usa costretti a turni di lavoro giornaliero massacranti e a retribuzioni indecenti, inferiori a tre euro l’ora. Ma ieri c’è stato Satnam Singh, a Latina, lasciato morire con un braccio tranciato da un macchinario agricolo, invece di essere trasportato in ospedale, per nascondere l’irregolarità del rapporto lavorativo.
E prima ancora ci sono stati gli operai di Brandizzo, nel Torinese, travolti e uccisi da un treno mentre effettuavano lavori di manutenzione, scavalcando bellamente norme e procedure (dopo ben tre anni, il rinvio a giudizio è arrivato pochi giorni fa). E sempre, sempre si segnalano truffe e casi di sfruttamento che gridano vendetta al cielo.
Dinanzi alla Commissione parlamentare di inchiesta sulle condizioni di lavoro in Italia, qualche settimana fa…
Bisogna riprenderla daccapo, la questione del lavoro in Italia. Perché oggi sono agli onori della cronaca i quasi schiavi di Milano, lavoratori indiani impiegati dall’azienda americana Caddell nella costruzione del consolato Usa costretti a turni di lavoro giornaliero massacranti e a retribuzioni indecenti, inferiori a tre euro l’ora. Ma ieri c’è stato Satnam Singh, a Latina, lasciato morire con un braccio tranciato da un macchinario agricolo, invece di essere trasportato in ospedale, per nascondere l’irregolarità del rapporto lavorativo.
E prima ancora ci sono stati gli operai di Brandizzo, nel Torinese, travolti e uccisi da un treno mentre effettuavano lavori di manutenzione, scavalcando bellamente norme e procedure (dopo ben tre anni, il rinvio a giudizio è arrivato pochi giorni fa). E sempre, sempre si segnalano truffe e casi di sfruttamento che gridano vendetta al cielo.
Dinanzi alla Commissione parlamentare di inchiesta sulle condizioni di lavoro in Italia, qualche settimana fa, il pm Paolo Storari, titolare dell’indagine che ha portato all’arresto del manager del ramo italiano della Caddell, Ulas Demir, ha particolarmente insistito su un punto: attenzione, ha detto, non si tratta di condotte individuali, delle carognate di capi e capetti, di mere negligenze; si tratta invece di politiche d’impresa, di modelli organizzativi ben radicati nelle prassi aziendali.
Che sappiamo oggi, grazie alle inchieste milanesi, riguardare in particolare i settori della logistica, della moda, del delivery, ma che disegnano, più in generale, un fenomeno vasto e allarmante di reclutamento di manodopera «allo scopo di destinarla al lavoro presso terzi in condizioni di sfruttamento, approfittando dello stato di bisogno dei lavoratori». Così recita l’articolo 603 bis del codice penale introdotto nel 2011 (e irrobustito nel 2016) per arginare il caporalato in uso nelle campagne del Mezzogiorno, ma che trova sempre più larga applicazione anche nelle parti più ricche del Paese.
È un sistema, questo è il punto. Quando, a febbraio, è venuto fuori il caso dei rider di Deliveroo, dopo quello di Glovo, è saltata agli occhi anche la disparità tra l’impiego a titolo di lavoro subordinato dei rider e il loro utilizzo fraudolento come lavoratori autonomi. In breve: se non li inquadri come dipendenti ti costano il 30-35% in meno. La pressione competitiva è troppo forte, e troppo forte la tentazione di aggirare o infrangere norme e disposizioni contrattuali.
Il contrasto giudiziario può dare risultati importanti — in audizione, il procuratore di Milano, Marcello Viola, ha snocciolato numeri che fanno impallidire, tanto sul fronte delle situazioni irregolari quanto su quello dell’evasione contributiva — ma è chiaro che il fenomeno non può essere contenuto solo con indagini e controlli. Quel che occorre è una più ampia e generale presa di coscienza da parte degli attori sociali, dei sindacati di categoria e delle organizzazioni datoriali, ma anche, anzi soprattutto, degli attori politici.
Da questo punto di vista, il decreto-lavoro del governo Meloni sui rider e sul salario giusto è largamente al di sotto del necessario. Non solo perché sembra apparecchiato allo scopo di sfilare al centrosinistra la bandiera del salario minimo — con un’intenzione propagandistica, quindi, e in più qualche resipiscenza dovuta alla necessità di tenere conto delle raccomandazioni europee di cui fino ad allora la maggioranza si era infischiata — ma perché sembra non cogliere un paio di aspetti cruciali.
In primo luogo, va tenuto fermo che, purtroppo, le forme di subordinazione occulte e di sfruttamento non sono solo quelle collegate alle piattaforme, il cosiddetto caporalato digitale; in secondo luogo, quanto a quest’ultimo, perché il decreto non va oltre una mera disciplina generale, senza cogliere il punto. Che non è l’infrastruttura digitale, ma se e come essa intervenga per facilitare l’elusione di norme, per ridurre remunerazioni, per mascherare la natura vera dell’appalto, per vessare i lavoratori, per nascondere i rapporti reali di subordinazione e di eterodirezione.
È una questione posta anche nell’enciclica di papa Leone pubblicata, non a caso, nell’anniversario della Rerum novarum, la prima enciclica sociale della Chiesa. Che è come dire: parliamo pure di tecnologia, di intelligenza artificiale, di innovazione, ma senza mai dimenticare cos’è il lavoro, che cosa richiede la sua regolamentazione ma soprattutto che cosa significa per una società bene ordinata, che fa del lavoro il luogo fondamentale di esercizio e di riconoscimento della cittadinanza.
Il tema non può essere se finirà il lavoro perché le macchine sostituiranno l’uomo, o se invece nasceranno nuovi lavori. La fine del lavoro può essere un incubo, oppure un sogno. I nuovi lavori possono essere luoghi di realizzazione, oppure di schiavitù. Dipende da quale parte della storia ti trovi. Il tema va posto più determinatamente: parliamo del lavoro di chi, delle condizioni e della qualità del lavoro di chi?
Ecco un terreno concreto, misurabile, su cui il campo largo deve riuscire a porsi con forza, a un anno o forse meno dalle elezioni. Passare accanto alla gigantesca questione sociale e del lavoro che la transizione tecnologica in corso pone non si può: sarebbe un’occasione mancata, e anzi un delitto.