✕

2 giugno, la democrazia religione civile

Ascolta l'audio

Ciò che davvero collega il 1946 al 2026 è l’azione comune, come vincolo e come forza collettiva. Un’azione che allora ci fu. E che proprio per questo ancora può e deve esserci
3 minuti di lettura

Che cosa può significare questo 2 giugno? Come unire, oggi, la storia e l’educazione civica, il passato e la ragionevole speranza nel futuro? È la domanda che sta implicitamente alla base dell’iniziativa “Ne parliamo con il Presidente”, il dialogo tra Mattarella e alcuni giovani che si è svolto intorno a problematiche di grande rilevanza, al centro dell’interesse e delle preoccupazioni delle nuove generazioni — la tenuta democratica del Paese, il calo della partecipazione politica, la crisi del diritto internazionale, la questione ambientale e climatica, l’automazione delle attività lavorative, le difficoltà inerenti l’inclusione sociale, la denatalità, la gestione della nuova frontiera dello spazio — .

Il pacato e argomentato ottimismo delle risposte del Presidente si fonda sulla «solidità dei valori nazionali», istituiti appunto nel lontano 1946, che Mattarella comunica e spiega agli interlocutori, mostrando come da quella data discenda una linea politica ancora valida.

…

Che cosa può significare questo 2 giugno? Come unire, oggi, la storia e l’educazione civica, il passato e la ragionevole speranza nel futuro? È la domanda che sta implicitamente alla base dell’iniziativa “Ne parliamo con il Presidente”, il dialogo tra Mattarella e alcuni giovani che si è svolto intorno a problematiche di grande rilevanza, al centro dell’interesse e delle preoccupazioni delle nuove generazioni — la tenuta democratica del Paese, il calo della partecipazione politica, la crisi del diritto internazionale, la questione ambientale e climatica, l’automazione delle attività lavorative, le difficoltà inerenti l’inclusione sociale, la denatalità, la gestione della nuova frontiera dello spazio — .

Il pacato e argomentato ottimismo delle risposte del Presidente si fonda sulla «solidità dei valori nazionali», istituiti appunto nel lontano 1946, che Mattarella comunica e spiega agli interlocutori, mostrando come da quella data discenda una linea politica ancora valida.

Roma, 2 giugno: le Frecce Tricolori sorvolano il Colosseo (reuters)

Ma che cosa hanno in comune l’Italia del passato e l’Italia di oggi? Apparentemente ben poco. Quello di ottanta anni fa era un Paese distrutto, lacerato, miserabile, vinto. Certo non così è l’Italia di oggi: pur con tutti i suoi gravi problemi, pur nell’incertezza del futuro, pur nelle interne divisioni, la società, lo Stato, l’economia, lo stile di vita non sono paragonabili a quelli di allora. E dunque, come può quella data essere eloquente, sensata, espressiva di una riflessione? Per rispondere proviamo a vedere non tanto lo stridente contrasto tra ieri e oggi, e valutiamo piuttosto il significato più profondo di quel remoto referendum istituzionale e di quel voto per l’Assemblea costituente.

Che è stato l’ultimo atto di una fase di radicale discontinuità nella nostra storia, di un sanguinoso discrimine tra due Italie: la caduta del fascismo, il rovesciamento delle alleanze, la funesta divisione del Paese in un regno arreso agli angloamericani e in una repubblica asservita al nazismo, la guerra di liberazione. Un popolo passato attraverso queste forche caudine di lutti e distruzioni, materiali e morali, avrebbe ben potuto essere prostrato, disperato, politicamente inerte.

E invece quel popolo — articolato in partiti, alcuni vecchi ma i principali e i più forti praticamente nuovi — è stato capace di un gesto nuovo e potente. Di attivarsi, con una partecipazione corale, per riscrivere il patto fondativo della propria esistenza — la Costituzione — e di produrre una grande scelta istituzionale, facendo prevalere l’opzione repubblicana (la monarchia, pur protagonista del Risorgimento, era stata irrimediabilmente complice della dittatura fascista).

Quel 2 giugno il Paese ha operato una grande decisione sulla propria forma politica e ha dimostrato di essere capace di azione collettiva, di uomini e di donne: insomma, di possedere un’identità democratica. E di non riceverla da altri, ma da se stesso.

Un esercizio di sovranità popolare, non nel senso di un ottuso egoismo o di un cieco nazionalismo — gli italiani ne avevano avuto abbastanza — ma di autodeterminazione, di fiduciosa assunzione di responsabilità. La forma repubblicana e la Costituzione non ci sono state imposte. Sono opera nostra. Opera di un’unità popolare individuata pur in mezzo alle divisioni — che non erano certo irrilevanti, anche tra i partiti antifascisti — .

Il cauto ma chiaro ottimismo presidenziale per il futuro deriva da qui: dalla consapevolezza della forza della democrazia in quanto “agire comune” — lo si vide anche nella ferma reazione della cittadinanza davanti ai fatti più turpi del terrorismo — e quindi dalla robustezza delle istituzioni allora create.

È questa la consapevolezza trasmessa ai giovani dalle parole di Mattarella. Che evidenziano una possibile e doverosa continuità tra le lontane origini della democrazia italiana, il nostro presente, certo difficile, e il futuro prossimo. Una continuità che è una sorta di “religione civile democratica”, ovvero è la comprensione, la memoria e la sempre nuova riscoperta delle grandi decisioni collettive che ci hanno messo sulla strada che stiamo percorrendo.

Il contenuto di questa “religione civile” non è certo un’investitura divina della nazione, né una particolare “missione” politica che questa debba adempiere. Più semplicemente il messaggio che scaturisce da una riflessione sulle origini della repubblica democratica è che l’esistenza politica del Paese è qualcosa di serio, una dimensione non casuale, non trascurabile né dimenticabile.

Ovvero che la politica rientra nelle grandi esperienze della vita, individuale e comune; che un popolo non è solo un insieme di individualità private, ma è anche un soggetto collettivo che, pur nelle sue fisiologiche differenziazioni, è stato in grado di agire, che lo ricorda, che può quindi riconoscersi in un passato che è suo, e può prospettarsi un futuro altrettanto opera sua, pur nelle mutate circostanze interne e internazionali.

Ciò che davvero collega il 1946 al 2026 è l’azione comune, come vincolo e come forza collettiva. Un’azione che allora ci fu, e che proprio per questo ancora può e deve esserci, purché siamo capaci di una consapevole fiducia in noi stessi.

Leggi i commenti