Tutto si può dire, tranne che la nomina di Luca Zaia come vice-segretario della Lega sia normale amministrazione. Salvini ha un certo interesse a farla passare come tale, o meglio come una saggia iniziativa volta a riportare ordine e serenità nel Carroccio dopo il caso Vannacci. Ed è vero, la nomina dell’ex presidente del Veneto è anche questo. Solo che non è un mero ritorno alla normalità. In mezzo c’è il fallimento di un progetto politico, il tentativo di trasformare l’anima profonda del leghismo come l’aveva concepita e messa in pratica Umberto Bossi. Un’anima che poteva piacere oppure no: e infatti dispiaceva parecchio a coloro che ritengono fondamentale il valore dell’unità nazionale. Ma che si fondava sul messaggio genuino rivolto a chi ama le “piccole patrie” e il loro mito: quindi con un valore persino esagerato dato al localismo.
Salvini decise di andare oltre e di fare della Lega un partito di estrema destra, costruito sulla riscoperta di una tradizione mai illustrata con ch…
Tutto si può dire, tranne che la nomina di Luca Zaia come vice-segretario della Lega sia normale amministrazione. Salvini ha un certo interesse a farla passare come tale, o meglio come una saggia iniziativa volta a riportare ordine e serenità nel Carroccio dopo il caso Vannacci. Ed è vero, la nomina dell’ex presidente del Veneto è anche questo. Solo che non è un mero ritorno alla normalità. In mezzo c’è il fallimento di un progetto politico, il tentativo di trasformare l’anima profonda del leghismo come l’aveva concepita e messa in pratica Umberto Bossi. Un’anima che poteva piacere oppure no: e infatti dispiaceva parecchio a coloro che ritengono fondamentale il valore dell’unità nazionale. Ma che si fondava sul messaggio genuino rivolto a chi ama le “piccole patrie” e il loro mito: quindi con un valore persino esagerato dato al localismo.
Salvini decise di andare oltre e di fare della Lega un partito di estrema destra, costruito sulla riscoperta di una tradizione mai illustrata con chiarezza. Il suo Carroccio, nordista solo sul piano retorico, conservava l’obiettivo formale di un’Italia ricomposta nel mosaico delle “autonomie differenziate”, ma di fatto s’ispirava alla Francia di Marine Le Pen: una nazione centralista con orgoglio e un partito che intende tramandarne il retaggio. E poi c’erano i tedeschi di Alternative, accusati di nostalgie neo-naziste e comunque noti per essere una “quinta colonna” in Occidente della Russia di Putin. Questa è stata la Lega salviniana, con un iniziale successo elettorale che presto si è spento insieme al carattere specifico del movimento.
Il connubio con il generale Vannacci, nominato alla vice-segreteria (proprio la carica a cui oggi è chiamato Zaia), aveva segnato il sigillo sulla svolta immaginata dal cosiddetto “capitano”. Ma è stato anche il primo indizio che il vecchio partito non gradiva la direzione di marcia, per cui serviva una forzatura. Il resto è cosa nota. Vannacci è rimasto fin quando gli ha fatto comodo e poi se ne è andato a fondare il suo Futuro Nazionale: temi, slogan e ambizioni tipici di una frangia estremista, compreso l’esplicito sostegno alla guerra del Cremlino in Ucraina. Strada facendo, Salvini ha perso la battaglia. Il generale gli ha sottratto i consensi nazionalisti, quelli guadagnati con la svolta destrorsa, e adesso non rimane che ripiegare. In fretta.
Con Zaia la Lega vuole ritrovare sé stessa, secondo l’inevitabile ritorno alle origini. Non a caso la scelta è caduta sull’ex presidente del Veneto, titolare di un curriculum prestigioso. E di certo non è una figura che arriva per fare il vice come un burocrate qualsiasi. Zaia al momento maschera la disfatta di Salvini, ma tutti sanno che è stato un critico assiduo della linea “vannacciana”. Solo perché manca un anno alle elezioni va in scena l’abbraccio tra il lombardo e il veneto, ognuno interprete di un modo diverso di essere leghisti post bossiani. Ma se il Carroccio riuscirà a guadagnare un po’ di credibilità e dunque di voti, il merito sarà soprattutto del nuovo vice-segretario e della sua esperienza nordista.
Del resto, solo così la Lega sarà forse in grado di ritagliarsi una funzione nell’alleanza guidata da Giorgia Meloni: ritrovando il rapporto con le “piccole patrie” e con un mondo produttivo piccolo e medio che ha necessità di avere punti di riferimento. Alternative non ce ne sono, visto che la sfida a destra non ha funzionato. E adesso è tutto da vedere se riuscirà nella versione Vannacci. Nonostante i sondaggi, peraltro contraddittori, i dubbi sono legittimi.