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Il ruolo dell’Europa al fianco di Kiev

Londra, 7 giugno: Friedrich Merz, Volodymyr Zelensky, Keir Starmer e Emmanuel Macron a Downing Street (afp)

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Per la prima volta Mosca è in difficoltà sul fronte militare e il club dei volenterosi può prendere l’iniziativa. Puntando a sostituirsi agli Usa nelle vesti di mediatori
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Il summit di Londra segna una duplice svolta nella reazione dell’Europa all’aggressione russa dell’Ucraina: per la prima volta Mosca è in evidente difficoltà sul fronte militare e dunque il club dei volenterosi può prendere l’iniziativa, puntando a sostituirsi agli Usa nelle vesti di mediatori, facendo leva sul rafforzamento sul campo delle forze di Volodymyr Zelensky.

Il cambiamento nasce da quanto sta avvenendo nelle trincee: per il secondo mese di seguito gli ucraini hanno strappato all’avversario più territorio di quanto ne hanno perso perché l’uso massiccio dei droni esplosivi che bersagliano i soldati russi prima ha fermato l’avanzata di Mosca, poi ha neutralizzato l’impatto dei rinforzi nordcoreani e quindi sta obbligando Mosca a difendersi.

Non solo, il blitz con i droni a lungo raggio con cui Zelensky ha colpito San Pietroburgo — obiettivi energetici e militari — in coincidenza con la conclusione della “Davos” russa dimostra che Putin non riesce neanche a difendere la …

Il summit di Londra segna una duplice svolta nella reazione dell’Europa all’aggressione russa dell’Ucraina: per la prima volta Mosca è in evidente difficoltà sul fronte militare e dunque il club dei volenterosi può prendere l’iniziativa, puntando a sostituirsi agli Usa nelle vesti di mediatori, facendo leva sul rafforzamento sul campo delle forze di Volodymyr Zelensky.

Il cambiamento nasce da quanto sta avvenendo nelle trincee: per il secondo mese di seguito gli ucraini hanno strappato all’avversario più territorio di quanto ne hanno perso perché l’uso massiccio dei droni esplosivi che bersagliano i soldati russi prima ha fermato l’avanzata di Mosca, poi ha neutralizzato l’impatto dei rinforzi nordcoreani e quindi sta obbligando Mosca a difendersi.

Non solo, il blitz con i droni a lungo raggio con cui Zelensky ha colpito San Pietroburgo — obiettivi energetici e militari — in coincidenza con la conclusione della “Davos” russa dimostra che Putin non riesce neanche a difendere la propria città né un evento strategico per attestare la vivacità della propria economia.

Colpendo senza incontrare resistenza a 1100 km dalle frontiere ucraine, Zelensky ha dimostrato alla Nato che i russi non riescono a proteggere neanche il cuore del Paese. Innescando conseguenze negative a pioggia per Putin perché le élite economiche della Russia bianca, il proprio zoccolo duro, iniziano ad avere timore di essere colpite da un conflitto finora vissuto sempre da lontano.

Putin ha, certo, a disposizione l’opzione di continuare a colpire Kiev con piogge di missili e droni, causando danni sensibili, ma senza avanzare nel Donbass o poter proteggere i cieli di San Pietroburgo lo scenario della vittoria militare si allontana nel tempo.

Da qui la situazione rovesciata, con Zelensky che per la prima volta appare in vantaggio sulla strategia e dunque arriva a Londra non solo per chiedere aiuti ma soprattutto per proporre soluzioni ai tre Paesi europei — Gran Bretagna, Francia e Germania — che guidano il fronte dei volenterosi determinati a difendere la sovranità della democrazia ucraina aggredita il 24 febbraio 2022. E la proposta di Zelensky è di vedere i tre partner europei sostituire gli Stati Uniti nel ruolo di mediatori con la Russia per arrivare alla fine del conflitto.

Da quando Donald Trump è stato rieletto alla Casa Bianca sono stati gli Usa a tentare di negoziare una fine del conflitto, arrivando ad avanzare le proposte più filorusse mai immaginate ma scontrandosi sempre con i niet a raffica di Putin. Tali e tanti fallimenti della diplomazia di Washington spiegano perché Trump fa sapere: «Ho tentato di tutto con Putin e Zelensky, ora provino da soli a mettersi d’accordo». Ovvero, la guerra d’attrito a Hormuz con l’Iran, la ripresa degli attacchi missilistici di Teheran contro Israele, lo scenario di un colpo di mano all’Avana e l’incombere delle elezioni di Midterm suggeriscono alla Casa Bianca di fare un passo indietro in Ucraina e lasciare nuovi tentativi d’accordo ai partner europei.

Questo è il motivo per cui il presidente francese Macron è stato il primo a chiedere di trattare di persona con Putin, seguito da Zelensky nel proporre un inedito summit. Silenzi e rifiuti arrivati dal Cremlino erano prevedibili, per questo ieri sera a Downing Street i volenterosi hanno ragionato sullo scenario di un’offensiva concentrica su Putin: militare degli ucraini e diplomatica degli europei. Lasciando Trump sullo sfondo.

Ma sullo scenario di una mediazione europea pesa l’evidente fase di difficoltà dei tre leader: il britannico Starmer rischia di cadere a causa di una rivolta interna, il francese Macron è in uscita dall’Eliseo il prossimo anno e il tedesco Merz deve vedersela con i sondaggi di popolarità al minimo.

Visti dal Cremlino, non appaiono credibili abbastanza per definire un accordo di lungo termine sull’assetto dei confini dell’Europa. Senza contare che, come osserva da Bruxelles un veterano del negoziato ucraino, non è ben chiaro con quale proposta possano immaginare di fare breccia a Mosca visto che Putin ha rifiutato da Trump offerte assai vantaggiose, a cominciare dalla ridefinizione dei confini del Donbass.

Ecco perché i droni russi caduti in Romania, i jet con la stella rossa che sfidano gli aerei della Raf sul Mar Nero e la minaccia di Medvedev di «non far dormire sonni tranquilli» ai cittadini europei lasciano intendere che lo zar indebolito non abbia intenzione di accettare compromessi, immaginando piuttosto di continuare la guerra d’attrito sul Dnepr.

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