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Caso Silvestro, quel linguaggio sessista da cancellare

Francesco Silvestro, senatore di Forza Italia 
La frase “io sono bello, lei è normale” non è interessante per quello che ci dice dell’uomo che l’ha pronunciata. Ma per quello che racconta di un Paese in cui la violenza di genere è ancora una piaga. Perché le parole arrivano sempre da qualche parte, hanno una genealogia
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C’è un vocabolario da riformare, ci sono nuove parole da trovare, c’è un frasario da archiviare come lascito di dinosauri non del tutto estinti perché le relazioni, così come i rapporti di potere, sono determinate appunto dalle parole, che sono sempre atti politici, ma ancora di più quando è la politica a usarle.

Il senatore di Forza Italia Francesco Silvestro, accusato da parte di un’imprenditrice di una violenza sessuale che sarebbe avvenuta nel suo studio al Senato, nel corso di un’intervista telefonica con Conchita Sannino di Repubblica ha negato ogni responsabilità e nel contempo si è lasciato andare a commenti deplorevoli nei confronti della presunta vittima: «Io sono un bel ragazzo, mentre lei è una normale». Questa è stata la frase che ha esibito a mo’ di giustificazione, come fosse una prova per scagionarsi. Ovvero: non c’è stata violenza perché io sono bello e lei no.

C’è un vocabolario da riformare, ci sono nuove parole da trovare, c’è un frasario da archiviare come lascito di dinosauri non del tutto estinti perché le relazioni, così come i rapporti di potere, sono determinate appunto dalle parole, che sono sempre atti politici, ma ancora di più quando è la politica a usarle.

Il senatore di Forza Italia Francesco Silvestro, accusato da parte di un’imprenditrice di una violenza sessuale che sarebbe avvenuta nel suo studio al Senato, nel corso di un’intervista telefonica con Conchita Sannino di Repubblica ha negato ogni responsabilità e nel contempo si è lasciato andare a commenti deplorevoli nei confronti della presunta vittima: «Io sono un bel ragazzo, mentre lei è una normale». Questa è stata la frase che ha esibito a mo’ di giustificazione, come fosse una prova per scagionarsi. Ovvero: non c’è stata violenza perché io sono bello e lei no.

Sarà la giustizia naturalmente a indagare su questa vicenda, ma queste frasi restano e ci fanno riflettere su una mentalità ancora troppo diffusa, quella del maschio italico che si crede bello come un apollo e che in base a questa presunzione non sente il bisogno di chiedere il consenso.

Queste parole sono il frammento di una lingua antica che continua a parlare ancora oggi, testimoni di un repertorio simbolico avariato, in cui gli uomini desiderano e le donne vengono desiderate. In cui il valore femminile coincide con l’aspetto fisico e quello maschile con la conquista.

Se ne è accorto poi il senatore Silvestro, o qualcuno glielo avrà fatto notare anche nel suo partito. «Parole sbagliate», ha ammesso successivamente per scusarsi, venute fuori a caldo, sull’onda della sorpresa. Eppure, se è vero che nomina sunt consequentia rerum, come dicevano gli antichi, e che le parole sono la forma che noi diamo alle idee e alle cose, è evidente che quando escono fuori così male vuol dire che sono il precipitato di un mondo di valori e disvalori ancora radicato, in cui l’accusato si difende svalutando la presunta vittima dal punto di vista estetico.

È una frase da cortile, da spogliatoio, da bar di provincia degli anni Cinquanta che affonda le radici nell’immaginario misogino che ancora attraversa la cultura italiana in base al quale la violenza sessuale non è un esercizio di potere, di sopraffazione, di cancellazione della volontà altrui ma una questione di desiderabilità. Se una donna non è considerata abbastanza bella, abbastanza giovane, abbastanza seducente, allora il racconto della violenza appare meno credibile.

La frase di Silvestro non è interessante per quello che ci dice dell’uomo che l’ha pronunciata ma per quello che racconta di un Paese in cui la violenza di genere è ancora una piaga, perché le parole arrivano sempre da qualche parte, hanno una genealogia.

E la genealogia di quella frase è lunga: è la stessa che per decenni ha chiesto alle vittime come fossero vestite, che ha trasformato i processi per stupro in processi alla reputazione femminile e che ancora oggi distingue tra donne credibili e donne meno credibili sulla base dell’aspetto, della vita privata, della rispettabilità sociale.

Non è un caso che l’Italia continui a essere in ritardo nella formulazione chiara di una legge sul consenso mentre molti Paesi europei hanno introdotto una legislazione fondata su principio semplice e chiaro secondo cui «un sì è un sì e un no è un no».

Come si cambia questa mentalità? Come si smina il linguaggio sessista, come si risemantizza il lessico delle relazioni affettive? È evidentemente una questione politica, quella stessa politica che sull’educazione sessuo-affettiva non riesce a produrre che risposte balbettanti e incomplete, tanto è vero che un decreto approvato giovedì 4 giugno in Senato ha aperto alle scuole la possibilità di erogare su questi argomenti corsi facoltativi e non curricolari, destinati esclusivamente agli studenti e alle studentesse della secondaria e, cosa più grave, previo «consenso informato» dei genitori.

Nessuno si scandalizza se la scuola insegna educazione stradale. Nessuno sostiene che il rispetto dell’ambiente o l’educazione alla salute debbano essere lasciati all’iniziativa individuale delle famiglie o che queste debbano essere minutamente informate sui contenuti delle lezioni di algebra o di diritto. Eppure continuiamo a trattare le relazioni affettive come una materia privata, sottratta alla formazione pubblica, proprio mentre le cronache ci ricordano ogni giorno quanto siano fragili gli strumenti culturali con cui le affrontiamo.

Il punto non è mostrare ai ragazzi come fare sesso, ovviamente, né indirizzare il loro orientamento sessuale, come qualcuno non sempre in buona fede paventa. L’educazione sessuo-affettiva come materia curricolare nelle scuole di ogni ordine e grado potrebbe insegnare che nessuno ha diritti sul corpo di un’altra persona, che il desiderio non genera credito, che l’attrazione non crea diritti, che la bellezza non è una valuta di scambio, che il linguaggio è conseguenza delle cose e va usato con rispetto e responsabilità.

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