Come era abbastanza prevedibile, il secondo turno delle elezioni comunali, cioè il ballottaggio, si è svolto nel segno della mestizia. Un’affluenza molto bassa, appena sopra al 50 per cento, un’indifferenza dell’elettorato quasi ostentata. Certo, mancavano quasi tutti i presupposti per innescare un moto di partecipazione civile. Ed è anche difficile ricavare un dato unitario dai municipi dispersi qui e là sul territorio nazionale. Troppo poco in un quadro troppo frammentato.
Alla fine il risultato più significativo delle amministrative viene da Venezia, dove il sindaco era stato eletto già al primo turno: un sindaco di centrodestra, continuatore di Brugnaro, dopo che la sinistra aveva dato per scontata la vittoria. Ossia, come si dice, aveva venduto la pelle dell’orso prima di catturarlo. Difetto politico che non nasce oggi, ma è grave se segnala uno scarso senso della realtà a un anno da elezioni legislative che si annunciano cruciali.
In ogni caso, la mappa che esce da questo…
Come era abbastanza prevedibile, il secondo turno delle elezioni comunali, cioè il ballottaggio, si è svolto nel segno della mestizia. Un’affluenza molto bassa, appena sopra al 50 per cento, un’indifferenza dell’elettorato quasi ostentata. Certo, mancavano quasi tutti i presupposti per innescare un moto di partecipazione civile. Ed è anche difficile ricavare un dato unitario dai municipi dispersi qui e là sul territorio nazionale. Troppo poco in un quadro troppo frammentato.
Alla fine il risultato più significativo delle amministrative viene da Venezia, dove il sindaco era stato eletto già al primo turno: un sindaco di centrodestra, continuatore di Brugnaro, dopo che la sinistra aveva dato per scontata la vittoria. Ossia, come si dice, aveva venduto la pelle dell’orso prima di catturarlo. Difetto politico che non nasce oggi, ma è grave se segnala uno scarso senso della realtà a un anno da elezioni legislative che si annunciano cruciali.
In ogni caso, la mappa che esce da questo spezzatino descrive un sostanziale pareggio, con minimi scostamenti. In termini politici la vittoria ad Agrigento del centrosinistra, che sottrae il municipio alla destra, vale il risultato di Venezia. Per il resto occorrerà attendere nel prossimo futuro dei dati più attendibili circa lo stato d’animo degli italiani. Al momento i sondaggi fotografano un costante vantaggio della destra, sia pure articolato in modo meno lineare che in passato.
Si dimostra che non ha torto chi guarda con preoccupazione alla condizione del Partito Democratico. Non tanto per i casi Picierno e di altri che hanno deciso, o sono sul punto di farlo, l’addio individuale al partito. È tutto da dimostrare che altrove i disillusi da Elly Schlein siano in grado di trovare un approdo confortevole, una formazione liberal-democratica sul 20 per cento.
Al riguardo, il pessimismo di una figura dell’esperienza di Enrico Morando dice molto. Per adesso, anche volendo sommare i voti di Calenda e di Renzi, siamo lontani da un blocco liberal-democratico capace di rimodellare gli equilibri. Può riuscirci l’ipotesi di Renew Europe, l’alleanza riformatrice che nasce nell’Unione e potrebbe mettere radici in Italia? È possibile, ma la strada è lunga.
Ecco perché tutti coloro che non hanno fiducia nel radicalismo della segretaria Schlein, ma non vogliono scivolare nello scissionismo, soprattutto quando è alla spicciolata, tornano al vecchio schema: l’intesa tra un “centro” forte e una sinistra fondata su di una solida identità. È il pensiero, ad esempio, di Romano Prodi e anche, fatte le debite differenze, di Arturo Parisi.
Quest’ultimo, intervistato da Formiche, fa capire che la scena pubblica oggi è molto diversa da quella degli anni Novanta. Quindi anche il centro-sinistra va adeguato ai tempi. In altre parole, sintetizziamo, la leadership di Elly Schlein può essere debole, raramente in grado d’imporsi su un alleato scomodo come Conte, ma quel che conta è riuscire a trasmettere un’idea comune di quello che si vuol fare. Un’idea del paese. La sinistra finora non è stata in grado di farlo. Ed è soprattutto il Pd a dover farsi carico di questa responsabilità.
Parisi introduce una sottile distinzione che non è solo lessicale, bensì molto politica. Nel linguaggio progressista si parla di pensiero «riformista» contrapposto a «massimalista». È una differenza tutta all’interno delle battaglie storiche della sinistra. Tuttavia il termine più idoneo da proporre è «riformatore».
Chi vuole rivolgersi alla società di oggi nel suo insieme, e non solo alla sinistra, dovrebbe riconoscersi in una visione «riformatrice». Era, tra l’altro, la formula prediletta da Ugo La Malfa, che non amava il termine «riformismo». Forse il centro-sinistra, se fosse capace di allargarsi a nuovi ceti, si gioverebbe di un pensiero davvero «riformatore», adeguato a una società complessa.