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Gli Stati Uniti e l’uguaglianza

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Tra poco si celebreranno i 250 anni della dichiarazione d’indipendenza americana: ecco come è cambiata da allora la distribuzione della ricchezza negli Usa
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Tra poche settimane si celebreranno i 250 anni della dichiarazione d’indipendenza americana. Al momento dell’indipendenza gli Stati Uniti erano, rispetto all’Europa, la terra dell’uguaglianza: non solo di diritti e sociale (grazie all’assenza di un ceto nobiliare), ma anche economica. Attorno al 1800, l’1% più ricco possedeva appena il 17% della ricchezza complessiva, contro il 33% degli one-percenters italiani e il 55% dei britannici. Gli americani dell’Ottocento erano consapevoli di questa felice situazione, mentre erano orripilati dalle condizioni di disuguaglianza estrema che osservavano in Europa.

I padri fondatori erano determinati a difendere questa eccezionalità americana. Molti tra loro erano convinti che la disuguaglianza europea fosse, in larga misura, conseguenza di un sistema sociale e politico aristocratico, che consentiva a una ristretta élite di controllare il governo e, per tale via, arricchirsi a spese della popolazione. Anche per questo alcuni, e in particolare Thom…

Tra poche settimane si celebreranno i 250 anni della dichiarazione d’indipendenza americana. Al momento dell’indipendenza gli Stati Uniti erano, rispetto all’Europa, la terra dell’uguaglianza: non solo di diritti e sociale (grazie all’assenza di un ceto nobiliare), ma anche economica. Attorno al 1800, l’1% più ricco possedeva appena il 17% della ricchezza complessiva, contro il 33% degli one-percenters italiani e il 55% dei britannici. Gli americani dell’Ottocento erano consapevoli di questa felice situazione, mentre erano orripilati dalle condizioni di disuguaglianza estrema che osservavano in Europa.

I padri fondatori erano determinati a difendere questa eccezionalità americana. Molti tra loro erano convinti che la disuguaglianza europea fosse, in larga misura, conseguenza di un sistema sociale e politico aristocratico, che consentiva a una ristretta élite di controllare il governo e, per tale via, arricchirsi a spese della popolazione. Anche per questo alcuni, e in particolare Thomas Jefferson, propugnavano uno stato federale “leggero”: con poche tasse, una piccola burocrazia, e competenze limitate. Affamare il Leviatano era, per Jefferson, un modo non solo per difendere le libertà individuali, incluso in ambito economico, ma anche per proteggere l’uguaglianza “originaria” del Paese.

Jefferson però non aveva previsto che col tempo la grande libertà economica americana avrebbe generato una forma di capitalismo dinamico, talvolta aggressivo se non del tutto spregiudicato, ma di notevole successo. La seconda parte dell’Ottocento, l’“Età dorata” (Gilded Age) degli Stati Uniti, fu un periodo di grande crescita ma anche di forte aumento della disuguaglianza. Non a caso, a inizio Novecento l’uomo più ricco del mondo era Andrew Carnegie, un americano, benché immigrato bambino dalla Scozia, a dimostrazione che gli Stati Uniti erano davvero stati, per molti Europei in cerca di fortuna, la terra delle grandi opportunità. A inizio Novecento però altri super-ricchi americani avevano caratteristiche assai diverse da Carnegie: nati facoltosi, appartenevano a una sorta di aristocrazia della ricchezza formatasi nel corso della Gilded Age. Personaggi di questo tipo destavano preoccupazione: se, come si temeva, un piccolo gruppo di super-ricchi, il cosiddetto “cartello del denaro”, già controllava buona parte della finanza e dell’economia del Paese, che cosa sarebbe successo se avessero deciso di controllare anche la politica? La reazione a questa minaccia percepita fu durissima: negli anni precedenti la prima guerra mondiale il Congresso promosse varie iniziative contro il cartello del denaro, inclusa un’applicazione drastica della legislazione antitrust, con la frammentazione forzosa delle grandi concentrazioni industriali. Quando la grande guerra ne fornì la scusa, il potere economico dei super-ricchi americani iniziò a essere smantellato anche a colpi di tasse, su redditi, ricchezza, eredità.

Gli Stati Uniti di oggi sono molto diversi rispetto a un secolo fa. Un tempo egalitari, oggi sono il più diseguale tra i grandi Paesi occidentali: nel 2020, l’1% più ricco deteneva il 63% della ricchezza complessiva, contro il 43% della Gran Bretagna e il 40% dell’Italia. La mobilità sociale è tra le più basse in Occidente, a livelli comparabili, per capirci, a quelli dell’Italia. La politica, a giudicare dall’amministrazione Trump di cui fanno parte una dozzina di miliardari, è dominata dalla grande ricchezza: non è un caso se la fiscalità americana avvantaggia i più ricchi. È difficile spiegare un cambiamento tanto radicale, ma un elemento è chiaro: la società americana tollera relativamente bene una situazione di elevata disuguaglianza e bassa mobilità perché molti continuano a vivere nel mito di un mondo che non esiste più, convinti che il loro Paese sia ancora, come nell’Ottocento, la terra delle opportunità per chi sia disposto a lavorare duramente e a impegnarsi al massimo. Se guardano al passato, dovrebbero però ricordare anche una considerazione avanzata, a metà Ottocento, da Alexis de Tocqueville: la democrazia americana era grande e efficace perché era fondata su una distribuzione egalitaria della ricchezza.

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