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La Casa bianca è alle corde

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Ieri il presidente Donald Trump e il ministro della Difesa Pete Hegseth, dopo aver giurato di esser pronti a occupare manu militari l’isola corallina di Kharg, da dove transitava il 90% del greggio iraniano prima delle carovane di camion che fanno ora da ponte, hanno ceduto l’iniziativa agli iraniani, annunciando una firma imminente.

Insabbiato nelle acque dello Stretto di Hormuz, cento metri di profondità pattugliati giorno e notte da branchi di squali, Trump sa che le illusioni di un cambiamento di regime in Iran sono perdute, perché gli ayatollah, decapitata la leadership e danneggiati gli apparati militari, sono stati capaci di resistere, minacciare i paesi del Golfo e azzopparne i modelli economici e l’arroganza da nuove potenze, mentre Hamas, Hezbollah e Houthi si riarmano e preparano all’offensiva.

Con media, …

Ieri il presidente Donald Trump e il ministro della Difesa Pete Hegseth, dopo aver giurato di esser pronti a occupare manu militari l’isola corallina di Kharg, da dove transitava il 90% del greggio iraniano prima delle carovane di camion che fanno ora da ponte, hanno ceduto l’iniziativa agli iraniani, annunciando una firma imminente.

Insabbiato nelle acque dello Stretto di Hormuz, cento metri di profondità pattugliati giorno e notte da branchi di squali, Trump sa che le illusioni di un cambiamento di regime in Iran sono perdute, perché gli ayatollah, decapitata la leadership e danneggiati gli apparati militari, sono stati capaci di resistere, minacciare i paesi del Golfo e azzopparne i modelli economici e l’arroganza da nuove potenze, mentre Hamas, Hezbollah e Houthi si riarmano e preparano all’offensiva.

Con media, web e talk show ipnotizzati dal pingpong Tregua-Bombardamenti, Teheran ha fatto scattare giovedì una trappola di guerra asimmetrica per Trump, infinite trattative con improbabili mediatori, dal Pakistan all’Oman, spezzate a tratti da blitz e rappresaglie che concedono prestigio alla dittatura sciita in Medio Oriente. Nel Brief che Trump ha ricevuto di buon mattino, spiccava l’editoriale del Wall Street Journal, organo dei repubblicani classici, che lo invitava ad accettare la proposta dell’ammiraglio Brad Cooper, comandante del Centcom che governa le operazioni Usa nel Golfo, per forzare la serrata di Teheran, e liberare, scortandole in armi, le duemila navi bloccate a Hormuz, a bordo 20.000 marinai. Il rischio spaventa però la Casa Bianca, e, alla fine, Trump ha ceduto. Gli analisti del WSJ lo marcano senza rispetto, mettendo in chiaro quello che analisti dei mercati, generali del Pentagono, studiosi e diplomatici dei think tank ripetono da settimane: “Il presidente non vuole sentirselo dire, ma balla al ritmo della musica iraniana. Deve rompere l’impasse o finirà male, perdendo politicamente una guerra, pur cominciata con successi sul campo”.

L’incertezza della nuova fase di trattativa in corso deriva infatti dalla mancanza di strategia di Trump nell’attaccare, su input del premier israeliano Benjamin Netanyahu, senza un obiettivo finale. Sognava un cambio di regime, come quello ottenuto a Caracas, in Venezuela, con il colpo di mano contro il dittatore Maduro, che pur non avviando un processo democratico ha aperto tuttavia traffici commerciali con Washington, grazie alla nuova presidente Delcy Rodriguez. I miliziani sciiti non sono però gli eredi di Chavez, gang populiste travestite da tardo guevaristi, e avevano un piano di reazione studiato, preparato e imposto, con sprezzo per le sofferenze della popolazione civile.

Così, mentre l’inflazione Usa lievita a ridosso delle elezioni parlamentari di Midterm a novembre, con i democratici in vantaggio alla Camera e la maggioranza repubblicana al Senato a rischio, sale negli Usa il malcontento per benzina e nafta in aumento.

Ieri, in un incontro riservato del Council for The United States and Italy, cui hanno preso parte ex ministri, diplomatici, generali e opinionisti dei due paesi, l’ambasciatore Richard Haass, a lungo presidente del Council on Foreign Relations e già consigliere al Dipartimento di Stato del leggendario segretario Colin Powell e del presidente George Bush padre, ha ricordato come le intese sui mercati, le tariffe e i commerci siano fulcro della politica estera di Trump, dal summit ad Anchorage con il leader russo Vladimir Putin, al vertice di primavera con il presidente cinese Xi Jinping.

Una scelta che il nostro tempo, purtroppo, non riconosce, rispetta, condivide. Lo scacco di Putin in Ucraina, con i droni del presidente Volodymyr Zelensky a fare ogni mese 35.000 vittime, tra morti e feriti, nell’armata russa, mette il Cremlino in una posizione impossibile per interloquire con Trump e Xi, dopo aver reagito con fermezza allo spettro dei dazi, ha liquidato la vecchia guardia dello Stato Maggiore di Pechino, alzando la retorica contro Taiwan e ordinando un riarmo nucleare serrato, per chiudere il gap atomico con l’America entro il 2030.

Donald Trump è consapevole di non poter battere gli ayatollah, miraggio per ogni presidente da Jimmy Carter nel 1979, e neppure di riuscire a stoppare davvero il programma di bombe atomiche di Teheran. Siglerà, magari dopo altri raid e blitz con fuochi di guerra in Medio Oriente, una tregua precaria, sulla falsariga dei trattati di Barack Obama, nulla di più. Potrebbe magari dichiarare vittoria e dirigere i suoi social media contro l’Avana degli ultimi castristi: anche lì non per una Cuba democratica, ma per patti alla venezuelana, turismo, edilizia, magari riapertura dei casinò per anziani americani, come ai tempi del dittatore Fulgencio Batista.

Domenica prossima, 14 giugno, il presidente americano Donald Trump compirà 80 anni, battendo entro fine mandato 2029 ogni record di longevità alla Casa Bianca, da George Washington in avanti. Pochi giorni dopo, il 4 di luglio, gli Stati Uniti celebreranno 250 anni dalla Rivoluzione e fra i due compleanni 343 milioni di cittadini americani e il mondo intero rifletteranno incerti sul destino della superpotenza che dominava il pianeta dal 1945.

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