Nel quartiere milanese di Lambrate, nel sottopasso di un ponte ferroviario, si trova da qualche settimana un murales che ritrae un giovane uomo accompagnato da un cane. Il suo nome è Igor Squeo. Per comprendere meglio la sua storia e la sua morte, torniamo a una vicenda di sei anni fa. Tra le persone che testimoniarono al processo per l’uccisione di George Floyd c’era Martin Tobin, massima autorità scientifica in materia di ventilazione polmonare. Tobin, in aula, affermò che la posizione di Floyd — disteso prono, a faccia in giù, con pressione sulla schiena e sul collo — gli rendeva impossibile la respirazione. Grazie a un video che riprendeva quei fatti, il medico poté segnalare una serie di parametri critici. E individuare il momento in cui la presenza di ossigeno nel cervello scendeva a livelli letali, evidenziando così uno spasmo finale e un cambiamento nell’espressione del volto, che Tobin definì «il momento in cui la vita lascia il suo corpo».
Se per George Floyd questo è stato …
Nel quartiere milanese di Lambrate, nel sottopasso di un ponte ferroviario, si trova da qualche settimana un murales che ritrae un giovane uomo accompagnato da un cane. Il suo nome è Igor Squeo. Per comprendere meglio la sua storia e la sua morte, torniamo a una vicenda di sei anni fa. Tra le persone che testimoniarono al processo per l’uccisione di George Floyd c’era Martin Tobin, massima autorità scientifica in materia di ventilazione polmonare. Tobin, in aula, affermò che la posizione di Floyd — disteso prono, a faccia in giù, con pressione sulla schiena e sul collo — gli rendeva impossibile la respirazione. Grazie a un video che riprendeva quei fatti, il medico poté segnalare una serie di parametri critici. E individuare il momento in cui la presenza di ossigeno nel cervello scendeva a livelli letali, evidenziando così uno spasmo finale e un cambiamento nell’espressione del volto, che Tobin definì «il momento in cui la vita lascia il suo corpo».
Se per George Floyd questo è stato possibile, in Italia, complice l’assenza di telecamere sulle divise degli agenti, molti casi sono rimasti senza verità, o con appena “un po’ di verità”, come — grazie alla Corte europea dei diritti umani — nella vicenda di Riccardo Magherini. Un mese prima della morte di quest’ultimo, nel gennaio del 2014, l’Arma dei Carabinieri aveva diramato una circolare in cui si vietava di tenere per tempi prolungati il soggetto da fermare in posizione prona, per scongiurare eventuali rischi derivanti dalle «immobilizzazioni protratte». La circolare faceva emergere la consapevolezza del pericolo insito in una simile tecnica di fermo. Eppure, quel documento fu presto sostituito da altri, privi di ogni specifico riferimento alla «letalità» di quella modalità di contenimento. E così, negli anni, altri agenti hanno utilizzato quella manovra e altre persone sono morte. Ma la causa del decesso, spesso, viene ricondotta allo stato di alterazione del soggetto fermato.
Esattamente quattro anni fa, la notte tra l’11 e il 12 giugno del 2022, a morire nel proprio appartamento è Igor Squeo, milanese di 33 anni. Racconta la madre Franca Pisano: «Dopo che ho ricevuto quella terribile notizia è arrivato il silenzio. Tutto sembrava ridursi a questo: Igor era in errore perché aveva abusato di cocaina. E per questo sarebbe morto. E invece no! I miei consulenti dicono che no, non è morto per la sostanza. Ma allora avrei potuto ancora parlargli, avremmo potuto litigare, forse difendersi, ammettere? Sarebbe potuto essere condannato e poi, col tempo, riprendere in mano la sua vita? Ma non è successo: è morto, è sparito, cancellato. Uno dei tanti».
Secondo alcune ricostruzioni, Squeo si trovava a casa con un conoscente, e a seguito dei rumori, probabilmente di un litigio, il coinquilino aveva chiamato la polizia. A intervenire, alle 2.45 del mattino, è una prima volante del commissariato di via Mecenate, già conosciuto per la morte di Michele Ferrulli nel 2011 e recentemente al centro delle polemiche per “i fatti di Rogoredo”: quando l’assistente capo Carmelo Cinturrino, dopo aver ucciso Abderrahim Mansouri, avrebbe manomesso la scena del crimine. Nella casa di Squeo, quella notte, in breve tempo arriveranno altre tre volanti e il personale sanitario. Secondo gli agenti Squeo era «fuori di sé» e il contenimento si sarebbe reso necessario per motivi di sicurezza. Ma i sanitari smentiscono e affermano di aver visto l’uomo ammanettato, in posizione prona e con almeno quattro agenti sopra di lui. Nonostante la situazione di evidente stress respiratorio, gli stessi sanitari hanno proceduto ugualmente alla somministrazione di un potente sedativo, il Propofol, che — secondo i protocolli — andrebbe utilizzato esclusivamente in ambienti dotati di idonea strumentazione rianimatoria.
Squeo morirà alle 6.45 dopo tre arresti cardiocircolatori. Per due volte la relativa inchiesta giudiziaria ha rischiato di venire archiviata. Quindi, pochi giorni fa, ecco la svolta: la procura generale di Milano ha deciso di avocare a sé l’indagine, grazie all’opera intelligente della legale Ilaria Urzini. Oggi risultano indagati sei agenti di polizia (quattro per omicidio preterintenzionale e due per falso ideologico) e il medico che ha somministrato l’anestetico (per omicidio colposo e falso ideologico). La procura ha chiesto una nuova perizia medico-legale per accertare le cause del decesso, dal momento che, come si legge negli atti, le indagini avrebbero «totalmente trascurato l’ipotesi investigativa proposta dalle parti civili». Ovvero che «il decesso di Squeo possa essere stato causato da asfissia posizionale determinata dall’impropria contenzione fisica». Ancora una volta, presumibilmente, quel “metodo Floyd” che porta «la vita a lasciare il suo corpo».