Il Donald Trump che stasera arriva al G7 di Evian non è certo un Presidente vittorioso. Il prolungamento del cessate il fuoco per 60 giorni, concordato tra Washington e Teheran, potrebbe essere firmato e poi sfociare in una pace stabile. Oppure no. Nei mercati era subito prevalso l’ottimismo, con il prezzo del Brent sotto i 90 dollari e le Borse in rialzo: scommettevano sulla riapertura dello stretto di Hormuz. Ma col passare delle ore tra i governi è prevalsa una certa prudenza. In fondo tra due paesi che si combattono da decenni verrebbe siglato solo un Memorandum d’intesa, una sorta di cornice che rinvia a successivi negoziati alcune delle questioni più delicate tra cui il futuro dell’uranio arricchito e delle sanzioni. Quanto al conflitto in Libano, che incombe in queste ore sul negoziato, sembra più che mai dipendere dai piani personali del Premier israeliano. Una cosa comunque è certa: questi cento giorni di guerra hanno rafforzato l’Iran, indebolito gli alleati, dato ossigeno a…
Il Donald Trump che stasera arriva al G7 di Evian non è certo un Presidente vittorioso. Il prolungamento del cessate il fuoco per 60 giorni, concordato tra Washington e Teheran, potrebbe essere firmato e poi sfociare in una pace stabile. Oppure no. Nei mercati era subito prevalso l’ottimismo, con il prezzo del Brent sotto i 90 dollari e le Borse in rialzo: scommettevano sulla riapertura dello stretto di Hormuz. Ma col passare delle ore tra i governi è prevalsa una certa prudenza. In fondo tra due paesi che si combattono da decenni verrebbe siglato solo un Memorandum d’intesa, una sorta di cornice che rinvia a successivi negoziati alcune delle questioni più delicate tra cui il futuro dell’uranio arricchito e delle sanzioni. Quanto al conflitto in Libano, che incombe in queste ore sul negoziato, sembra più che mai dipendere dai piani personali del Premier israeliano. Una cosa comunque è certa: questi cento giorni di guerra hanno rafforzato l’Iran, indebolito gli alleati, dato ossigeno all’economia russa e spazio alla strategia cinese. Un bilancio purtroppo disastroso per l’Occidente.
Ha fatto tutto fa solo, il Presidente degli Stati uniti. Prima ha stracciato l’accordo negoziato da Obama nel 2015 (quello non era un Memorandum, ma un accordo dettagliato, 160 pagine), poi si è fatto convincere da Netanyahu ad attaccare in forze sperando che l’attacco provocasse la caduta del regime degli ayatollah, poi ha subito la chiusura di Hormuz e l’allargamento del conflitto al Libano, infine ha cercato disperatamente di porre fine alla guerra prima che producesse conseguenze irreversibili sull’economia americana. I risultati sono davanti ai nostri occhi.
L’Iran, nonostante il primo mese di bombardamenti a tappeto, è sopravvissuto alla guerra. Si mostra perfino baldanzoso, con toni, in alcuni settori del regime, che ricordano gli anni della crisi degli ostaggi di Jimmy Carter o della guerra contro l’invasione di Saddam Hussein. Si preparano purtroppo tempi difficili per l’ansia di libertà del popolo iraniano.
Le monarchie sunnite potranno ora dividersi tra falchi (gli Emirati) e colombe (Qatar e forse Arabia Saudita), ma dovranno rassegnarsi alla nuova realtà: con quel che resta del suo arsenale missilistico e l’arma inedita dello stretto di Hormuz, l’Iran conta più di prima e può anche ostacolare la strategia degli accordi di Abramo con Israele. I paesi del Golfo, all’opposto, hanno subito un colpo in quanto avevano di più prezioso: un mix invidiabile tra risorse finanziarie abbondanti e stabilità unica nella regione. Le loro economie si riprenderanno presto, l’incrinatura del modello potrebbe invece durare più a lungo.
Gli alleati degli Stati uniti, quelli che oggi affiancano Trump al tavolo del G7, non sono mai stati coinvolti nelle scelte di questa guerra e ne sono rimasti lontani, “irrilevanti” ha detto il Presidente Usa. Per fortuna: mai irrilevanza fu più opportuna. Dopo il G7 gli europei parteciperanno al vertice Nato in Turchia, dove c’è da sperare non si ripetano i picchi di adulazione dello scorso anno. Le carte sono del resto tutte sul tavolo, gli Stati uniti si sono fatti precedere dall’annuncio del ritiro di un ulteriore 30% della loro forza aerea dall’Europa, il disimpegno americano dal conflitto in Ucraina è ormai acclarato. Gli europei hanno dunque molto poco da perdere, se non la loro dignità. Si aggrapperanno in ogni modo, giustamente, a quel che resta dell’alleanza atlantica, per contribuire all’attuazione della pace a Hormuz e per limitare i danni fatti da questo conflitto nei rapporti di forza globali.
La Russia, che si trova nel peggior momento dei suoi quattro anni di guerra di invasione in Ucraina, ha potuto far respirare la propria economia per l’aumento dei prezzi dell’energia e grazie alla cancellazione delle sanzioni americane sul suo petrolio. Quanto alla Cina, non sappiamo se Trump avesse chiesto a Xi di intercedere presso le autorità iraniane, ma l’incontro tra il Presidente cinese e il leader della Corea del Nord non ha dato affatto questa impressione.
Sul piano economico, dopo la firma del Memorandum, si potrà certo dire che il peggio è passato. Secondo la Banca Mondiale il conflitto ha comunque ridotto le prospettive di crescita mondiale al 2,5%, il livello più basso dopo gli anni del Covid e per vari analisti la ripresa non sarà immediata, alcune settimane saranno infatti necessarie per ricostituire gli stock e la caduta dei prezzi di petrolio e gas potrebbe essere graduale. Così come non sarà immediato il rientro della fiammata inflazionistica. Ma i paesi europei potranno almeno evitare la stagflazione e tra i paesi asiatici, dove le conseguenze sono state anche peggiori, grandi economie come India e Vietnam vedranno allontanarsi lo spettro di un drammatico rallentamento della crescita.
Sarà vera pace? Tutti se lo augurano e lo scopriremo presto. Certo è che tra le conseguenze della pace avremo una solitudine crescente degli Stati uniti. America First somiglia ormai a America alone.