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La remigrazione dell’uomo nero

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Federico ha 18 anni appena compiuti, lo incontro in una bellissima biblioteca di Puglia, la Rendella di Monopoli: prepara il suo esame. Viene a studiare qui perché a casa sua non c’è wifi e fa troppo caldo. E poi perché qui ci sono tutti i libri che gli servono e gli amici, così nelle pause si sta insieme. Vuole fare il magistrato, dice, “perché la giustizia è la cosa più importante. Certo insieme alla salute e alla scuola, ma quando hai sperimentato l’ingiustizia ti resta addosso una rabbia enorme, e io questa rabbia la voglio addomesticare. La voglio far diventare quello che mi aiuterà ad aiutare gli altri”. Addomesticare la rabbia, che frase bella. Farla diventare, cioè trasformarla: in un carburante che dia senso ai giorni. Il padre di Federico è tunisino, la madre albanese. È arrivata in Puglia da bambina, con i primi sbarchi. Ha sempre “fatto i servizi” nelle case, nei locali. In un ristorante dove lavorava, ragazza, si è innamorata del pizzaiolo. Si sono sposati in chiesa. Un a…

Federico ha 18 anni appena compiuti, lo incontro in una bellissima biblioteca di Puglia, la Rendella di Monopoli: prepara il suo esame. Viene a studiare qui perché a casa sua non c’è wifi e fa troppo caldo. E poi perché qui ci sono tutti i libri che gli servono e gli amici, così nelle pause si sta insieme. Vuole fare il magistrato, dice, “perché la giustizia è la cosa più importante. Certo insieme alla salute e alla scuola, ma quando hai sperimentato l’ingiustizia ti resta addosso una rabbia enorme, e io questa rabbia la voglio addomesticare. La voglio far diventare quello che mi aiuterà ad aiutare gli altri”. Addomesticare la rabbia, che frase bella. Farla diventare, cioè trasformarla: in un carburante che dia senso ai giorni. Il padre di Federico è tunisino, la madre albanese. È arrivata in Puglia da bambina, con i primi sbarchi. Ha sempre “fatto i servizi” nelle case, nei locali. In un ristorante dove lavorava, ragazza, si è innamorata del pizzaiolo. Si sono sposati in chiesa. Un anno dopo è nato Federico. A Bari, nell’ospedale pubblico. Gli domando se siano stati difficili gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza, lui risponde appena: “Insomma”, dice con un sorriso. Invece, mi scusi, posso farle io una domanda?, chiede. Certo. Secondo lei, se dovessero vincere e governare quelli che vogliono la remigrazione, ha presente? Ho presente. Ecco: io, dove dovrei remigrare? In Albania e in Tunisia non ci sono mai stato, non parlo quelle lingue. Dunque, esattamente: dove mi rimanderebbero?

Che domanda semplice, precisa. Prendiamo il suo punto di vista. Proviamo a immaginare di essere nati qui, o altrove — metti in America, di questi tempi, o in Germania, o in Belgio — da genitori immigrati. Di aver studiato, essere cresciuti, essersi innamorati e ora essere in una biblioteca a preparare l’esame. Dove, esattamente, dovremmo tornare? In che senso tornare?

Ora che l’uomo nuovo della “vera destra” è un militare ogni pericolo diventa possibile. In generale, in un paese democratico, i militari dovrebbero fare un altro servizio: garantire la sicurezza dei cittadini sotto il controllo dei cittadini medesimi, per interposta delega di chi abbiamo scelto per governare. C’è una ragione storica precisa, fondata sull’esperienza dei popoli, se è sconsigliabile che i militari si mettano al comando delle moltitudini, delle folle e dei partiti politici. Il Novecento è un libro di scuola, aperto. È lì, consultabile ancora dalla viva voce dei vecchi. Sarebbe bello, sarebbe giusto ascoltarli, i vecchi: hanno storie da dire.

Esistono militari democratici, certo: civil servant. Molti, per fortuna. Talvolta lasciano la divisa per mettersi al servizio della comunità: fanno volontariato, sostengono diplomazie di pace. Il generale Vannacci no. Non ha dismesso la sua funzione per mettersi al servizio dei cittadini, la utilizza per accrescere consenso: io sono un uomo d’ordine, di disciplina. Io sono un militare, sgominerò gli avversari. Seguitemi.

La remigrazione, lo diciamo dal minuto zero, è deportazione. Risponde al criterio nazista di difesa della razza. L’Italia agli italiani. Le “città modello” da costruire nei deserti, secondo gli ideologi del tema, sono lager. Deportare gli stranieri nei lager. Ma chi sono gli stranieri? Da quante generazioni devi essere italiano per poterti dire italiano? Tre, cinque, dodici? Lo sanno, Vannacci e i suoi fan, che se seguissimo anche la linea materna, nelle genealogie, in cinque generazioni ci scopriremmo tutti stranieri nei nostri paesi, nelle nostre città, nelle nostre nazioni? No, non lo sanno e quei pochissimi che conoscono la storia tacciono. Conviene seguire l’onda, stare dalla parte del più forte. Perché questa è infine la grande questione: come e da dove nasce il consenso. Non importa se sarà il 2, il 5 o il 10 per cento, il risultato elettorale di chi alimenta la paura. È un indicatore di rotta. E non importa nemmeno chi incarna, da leader, quella rotta: importa chi la segue. Voltiamo le spalle a Vannacci. Osserviamo la platea dei suoi potenziali elettori. Ascoltiamo la voce di chi ti infama sui social augurandoti le morte, se civilmente dissenti dal nuovo Duce. Sono voci colme di rabbia e di rancore, alimentate dalla paura. La paura è un progetto politico che non nasce adesso: finisce di succedere, quel che succede. È da lontano che viene la semina. Dell’ignoranza, della cultura che non dà da mangiare, i sapientoni, i competenti uguale élite come se il sapere fosse un privilegio e non una fatica. Poi ecco che uno vale uno, poi vale tutto. Seminare paura è funzionale al potere. La paura genera solitudine. La povertà economica moltiplica la rabbia. La rabbia e la solitudine insieme covano, dietro le tre mandate delle porte di casa, il rancore sociale. Se ne avvantaggia il mercato, più resti a casa più compri on line, e la destra: più diffidi di chi potrebbe toglierti il poco che hai più sei disposto a combattere la guerra fra ultimi e penultimi. I peggiori nemici degli immigrati di ultima generazione sono quelli di penultima.

La rabbia e la paura sono sentimenti primari dell’essere umano. Ci sono voluti millenni di cultura e di storia per, come dice Federico, addomesticarli. C’è stato il Novecento, infine. Le guerre mondiali, il nazismo e il fascismo, i campi di sterminio, i deportati. Sono ancora fra noi gli ultimi testimoni, quasi centenari.Poi è arrivato un altro tempo. La cancellazione della memoria come progetto. Basta parlare del passato, pensiamo al futuro. Che noia la storia. Che fatica i libri. se ti serve qualcosa c’è ChatGPT. Perché mai dovremmo leggere, studiare, ricordare se tanto c’è una macchina che risponde a ogni domanda con un semplice vocale, se basta un tasto per avere quello che chiedi, te lo portano a casa. Ed è vero, indietro non si torna. È una battaglia inutile, dunque la più sciocca delle battaglie, quella contro la realtà. Ma delle conseguenze sì, ci possiamo e ci dobbiamo occupare.

Cosa ne sarà di noi, dei nostri figli, se rinunciamo a governare il processo? Se non investiamo in educazione, comunità, conoscenza e ascolto reciproco? È un tempo cupo, ci convoca a prendere posizione, a prendere di nuovo corpo e parola. Ora però. Non domani: ora. La vecchia politica è finita, la nuova è da scrivere. La buona notizia è che la pagina è bianca. Scriviamola. Facciamo un patto fra generazioni. Facciamo questa fatica.

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