L’accordo Usa-Iran è un cessate il fuoco di 60 giorni basato su riapertura dello Stretto di Hormuz e fine del blocco navale americano ma è assai vulnerabile perché rimanda a un nuovo negoziato i temi incandescenti: il programma nucleare di Teheran e le sanzioni Usa. La guerra, dunque, si interrompe ma se non porterà ad un’intesa complessiva rischia di riprendere.
Il debole compromesso è frutto della mediazione fra i due suoi “architetti”, il vicepresidente americano JD Vance e il presidente del Parlamento iraniano Mohammed Bagher Ghalibaf, che hanno fatto ricorso ai mediatori pakistani e qatarini per definire l’unico equilibrio possibile fra Washington e Teheran, accomunate dalla volontà di una tregua. Da qui l’importanza di riaprire Hormuz perché per la Casa Bianca significa “far scorrere il petrolio”, come si è affrettato a dire il presidente Donald Trump, spingendo i prezzi al ribasso e dunque togliendo dalla campagna elettorale di Midterm l’irritazione del ceto medio per il rincar…
L’accordo Usa-Iran è un cessate il fuoco di 60 giorni basato su riapertura dello Stretto di Hormuz e fine del blocco navale americano ma è assai vulnerabile perché rimanda a un nuovo negoziato i temi incandescenti: il programma nucleare di Teheran e le sanzioni Usa. La guerra, dunque, si interrompe ma se non porterà ad un’intesa complessiva rischia di riprendere.
Il debole compromesso è frutto della mediazione fra i due suoi “architetti”, il vicepresidente americano JD Vance e il presidente del Parlamento iraniano Mohammed Bagher Ghalibaf, che hanno fatto ricorso ai mediatori pakistani e qatarini per definire l’unico equilibrio possibile fra Washington e Teheran, accomunate dalla volontà di una tregua. Da qui l’importanza di riaprire Hormuz perché per la Casa Bianca significa “far scorrere il petrolio”, come si è affrettato a dire il presidente Donald Trump, spingendo i prezzi al ribasso e dunque togliendo dalla campagna elettorale di Midterm l’irritazione del ceto medio per il rincaro del carburante. Ma anche la Repubblica islamica ha disperato bisogno di porre fine al blocco navale Usa per consentire alle sue petroliere di tornare navigare verso l’Oceano Indiano, garantendo alla casse oramai quasi vuote almeno 500 milioni di dollari al giorno. Insomma, se la mossa di Teheran di chiudere Hormuz in risposta all’attacco israelo-americano del 28 febbraio aveva messo in difficoltà Washington, adesso la ripresa della navigazione suggella un cessate il fuoco dovuto alla necessità convergente di immediati effetti economici.
Puntando su tale intesa minima gli “architetti” hanno deciso di affidare ad un negoziato di due mesi — periodo sufficientemente lungo da essere credibile — il tentativo di superare i seri ostacoli che restano. Washington vuole da Teheran la “rinuncia al nucleare” inclusa la “consegna o diluzione sotto supervisione” dei circa 460 kg di uranio arricchito in suo possesso mentre per la Repubblica islamica è una richiesta che collide con la scelta del fondatore, ayatollah Khomeini, di proteggere con l’atomo la sopravvivenza della rivoluzione. Sul fronte opposto, la richiesta inderogabile degli ayatollah è la fine delle sanzioni Usa con lo scongelamento di centinaia di miliardi di beni iraniani nei Paesi del Golfo, Europa e Usa. Questi fondi hanno un valore strategico per Teheran perché 50 giorni di bombardamenti americani ed israeliani non hanno solo infierito sull’apparato militare ma hanno anche causato seri danni all’industria, facendo venir meno una delle fonti maggiori di entrate per il regime, che ha necessità di liquidi per risollevare l’economia, a cominciare dagli stipendi per centinaia di migliaia di Guardiani della rivoluzione da cui dipende la sua stabilità interna.
Se a questo aggiungiamo la richiesta di Teheran di far allontanare dai propri confini le truppe Usa e di ottenere l’impegno dalla Casa Bianca ad evitare “future intrusioni” non è difficile arrivare alla conclusione che le parti restano lontane. Anche perché la volontà iraniana di includere il Libano nel cessate il fuoco, al fine di salvare ciò che resta della fedele milizia degli Hezbollah, trova debole ascolto a Washington come dimostra che l’intesa non prevede esplicitamente il ritiro delle truppe di Gerusalemme dal Sud.
Tutto ciò spiega perché la firma digitale che sarà sancita dalla cerimonia svizzera di venerdì non segna la fine del conflitto ma solo l’inizio di una finestra di opportunità per concluderlo. “Senza un’intesa fra 60 giorni, la guerra riprenderà” avverte Trump. Da qui l’importanza delle mosse dei protagonisti, a cominciare da Ahmed Vahidi, il comandante dei Guardiani della rivoluzione, nuovo uomo forte del regime, che detta le mosse a Ghalibaf e si considera il protettore del nucleare, la cui priorità è risollevare in fretta l’apparato balistico-militare per non rinunciare al progetto di distruggere Israele ed estendere l’egemonia sciita sull’intero Medio Oriente. Come anche di Trump, che dopo aver celebrato i 250 anni dell’Indipendenza e concluso i Mondiali, farà i conti con i sondaggi di fine estate per decidere su quale terreno puntare in vista di Midterm. Attorno a Washington e Teheran tutto si muove: Israele va verso le elezioni con il premier Netanyahu in difficoltà, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita duellano per la leadership nel Golfo, la Turchia di Erdogan punta a guidare un nascente blocco pan-sunnita e la Cina di Xi vuole sfruttare la tregua per indebolire ancor più il rivale Usa.
Insomma, a conti fatti gli unici che possono agire in fretta per sostenere il vulnerabile compromesso su Hormuz sono gli europei, inviando una missione navale per sminare gli Stretti e garantire la libertà di navigazione da cui dipende una quota importante del loro greggio. Senza contare che può essere l’occasione per ripristinare, grazie alla presenza di Trump al G7 di Evian, un’intesa minima con Washington per scongiurare l’implosione della Nato al summit di luglio in Turchia. Davanti a questo panorama di forti incognite, l’unica certezza è la delusione di tutti quegli iraniani che avevano creduto in Trump per abbattere il regime responsabile della strage di oltre 40 mila civili in neanche 48 ore a inizio gennaio.