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Oltre il limite la polvere sollevata su Garlasco

Andrea Sempio 

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La cosa più probabile è che tutto resti come prima. E che il sottile sussulto autocritico e il lieve aggrottarsi della fronte, perché «questa volta si è proprio esagerato», rientrino rapidamente, sopraffatti dalle parole di un criminologo dall’incerta competenza. E anche da questo mio articolo che, aggiungendosi a migliaia di altri, consente che l’ingranaggio continui a funzionare potentemente. Come diceva il grandissimo Georges Simenon: «Dopo il delitto resta solo il delitto e appena qualche granello di polvere in più».

Pentimento ed espiazione sono parte integrante del circuito mediatico-giudiziario, allestito intorno ai riti del racconto del crimine e alla sua incredibile capacità di creare interesse collettivo e sentimento popolare. Pentimento ed espiazione come processi di emancipazione dal delitto a opera del suo autore, ma anche come passaggi della coscienza del narratore: in questo caso il sistema dei media, affascinato e affascinante sguardo che si lascia catturare e che catt…

La cosa più probabile è che tutto resti come prima. E che il sottile sussulto autocritico e il lieve aggrottarsi della fronte, perché «questa volta si è proprio esagerato», rientrino rapidamente, sopraffatti dalle parole di un criminologo dall’incerta competenza. E anche da questo mio articolo che, aggiungendosi a migliaia di altri, consente che l’ingranaggio continui a funzionare potentemente. Come diceva il grandissimo Georges Simenon: «Dopo il delitto resta solo il delitto e appena qualche granello di polvere in più».

Pentimento ed espiazione sono parte integrante del circuito mediatico-giudiziario, allestito intorno ai riti del racconto del crimine e alla sua incredibile capacità di creare interesse collettivo e sentimento popolare. Pentimento ed espiazione come processi di emancipazione dal delitto a opera del suo autore, ma anche come passaggi della coscienza del narratore: in questo caso il sistema dei media, affascinato e affascinante sguardo che si lascia catturare e che cattura grazie a quel

tanto di misterioso e di sordido che ogni storia di morte contiene nel suo fondo più intimo e oscuro.

Oggi, dicevo, il corpaccione massiccio e dal cuore indurito dell’informazione sembra avvertire una qualche inquietudine. Era già accaduto durante le indagini contro la corruzione politico-amministrativa di oltre trent’anni fa, quando l’esposizione di inquisiti e indagati al ludibrio pubblico provocò più di un suicidio. Ma il turbamento fu di breve durata.

Stavolta — muovendo da quel punto di non ritorno che è ormai il delitto di Garlasco — una certa consapevolezza sembra, infine, emergere: e, insieme, la sensazione che non è possibile in alcun modo scaricare la responsabilità su altri diversi da noi stessi. Certo, se tutti sono e siamo colpevoli nessuno sembra davvero colpevole. Ma da qualche parte bisogna pur cominciare. O ci si rende conto che è stato superato un limite insuperabile oppure non si potrà accusare alcuno per il precipitare di una situazione che rende il mestiere del comunicare sempre più simile a una attività di denudamento e brutalizzazione di tutte le vittime.

Daniela Ferrari, la madre di Andrea Sempio, è stata ricoverata in ospedale e sottoposta a una lavanda gastrica dopo aver ingerito presumibilmente una quantità eccessiva di farmaci. Sia stato un incidente o un gesto consapevole, resta sullo sfondo una condizione di stress intollerabile, dove il logoramento psicofisico non sembra conoscere lenimento, tanto più perché patito sotto gli occhi di tutti. E sono occhi, nella gran parte dei casi, feroci.

Negli atti giudiziari si trova la trascrizione di una frase pronunciata da Ferrari durante una conversazione con il marito: «È colpa mia, gli ho detto io di tenere lo scontrino, gli ho rovinato la vita all’Andrea». Il riferimento è a una ricevuta di un parcheggio di Vigevano intorno al quale ruota ormai da quasi due decenni la controversia su un alibi considerato, di volta in volta, affidabile o traballante o decisamente fallace.

Ma questo è solo un minuscolo dettaglio di una saga infinita, dove una intera inchiesta, i diversi gradi di giudizio, le motivazioni delle sentenze, i ricorsi e le perizie, le indagini difensive e le controdeduzioni, gli interrogatori e le intercettazioni, tutto avviene senza la più esile preoccupazione per la riservatezza individuale e per la dignità personale. E tende a diventare, alla lettera, osceno: qualcosa di offensivo per ciò che possiamo chiamare il comune senso del pudore civile. Più in generale, si può dire che la pubblicità del processo è regolamentata dal codice di procedura penale, che arriva a prevedere la “verginità conoscitiva” del giudice e dunque impone limiti rigorosi alla diffusione di dati e informazioni, mentre la nostra insaziabile voracità viene quotidianamente sollecitata e blandita. E non solo per quanto accaduto a Garlasco il 13 agosto del 2007, ma ormai per tutti i fatti di cronaca nera, diventati true crime ancora prima dell’invio degli avvisi di garanzia.

Qui siamo al parossismo. I soliloqui di Sempio, le fantasie erotiche di più d’uno (protagonisti e comprimari), desideri che diventano automaticamente perversioni, inclinazioni diagnosticate come patologie «davanti al pubblico che ci segue da casa». Tutto ciò non consente valutazioni moralistiche per una ragione elementare: tutto ciò è prodotto né più né meno che da noi stessi.

D’altra parte, il nostro è il paese dove il maggior numero di libri pubblicati e letti tratta di delitti e di indagini. E come già si è ricordato, ogni città d’Italia, ma anche ogni paesello, può vantare il proprio romanzo poliziesco e il proprio investigatore, espressione della cultura locale, dal vernacolo ai gusti enogastronomici.

Poi, nella vicenda di Garlasco si incontrano tanti elementi che forse possono spiegarne la durata nel tempo e il fascino mai sopito. È il trionfo della Provincia e della sua piccola borghesia, la quale — per definizione e per letteratura — vive di virtù avvizzite e di vizi insondabili.Non è la Peyton Place delle periferie statunitensi degli anni Quaranta e Cinquanta, né tantomeno sono le cittadine del “profondo nord” raccontate da Piero Chiara e da Pietro Germi. Qui siamo nel pieno di una delle tante crisi sociali e morali della contemporaneità, dove il delitto può diventare una delle molte forme del consumismo di massa.

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