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Il giusto timer ai processi

Marta Cartabia 

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Alla fine del mese scadrà il termine per il raggiungimento degli obiettivi del Pnrr. Le notizie, sul fronte della giustizia penale, sono buone. Una volta tanto, è il caso di sottolinearlo. L’impegno assunto nel 2019 era di ridurre del 25% i tempi medi di durata dei processi, nei tre gradi di giudizio. Secondo l’ultimo dato disponibile (dicembre 2025) il target è stato raggiunto: i processi penali durano in media il 31,2% in meno rispetto a cinque anni fa (-20.4% in primo grado, — 37.2% in appello, — 26.2% in Cassazione). I meriti vanno condivisi tra governi diversi (Conte, Draghi, Meloni), succedutisi nei cinque anni del Piano: un bell’esempio di continuità dell’azione amministrativa, nell’interesse del Paese. Meriti vanno anche riconosciuti alla riforma Cartabia, sul piano delle modifiche ai codici, e, soprattutto, all’operato della magistratura, che dopo quella riforma, corretta sotto qualche profilo ma non alterata nel suo impianto dal Governo Meloni, ha cambiato modelli organizzat…

Alla fine del mese scadrà il termine per il raggiungimento degli obiettivi del Pnrr. Le notizie, sul fronte della giustizia penale, sono buone. Una volta tanto, è il caso di sottolinearlo. L’impegno assunto nel 2019 era di ridurre del 25% i tempi medi di durata dei processi, nei tre gradi di giudizio. Secondo l’ultimo dato disponibile (dicembre 2025) il target è stato raggiunto: i processi penali durano in media il 31,2% in meno rispetto a cinque anni fa (-20.4% in primo grado, — 37.2% in appello, — 26.2% in Cassazione). I meriti vanno condivisi tra governi diversi (Conte, Draghi, Meloni), succedutisi nei cinque anni del Piano: un bell’esempio di continuità dell’azione amministrativa, nell’interesse del Paese. Meriti vanno anche riconosciuti alla riforma Cartabia, sul piano delle modifiche ai codici, e, soprattutto, all’operato della magistratura, che dopo quella riforma, corretta sotto qualche profilo ma non alterata nel suo impianto dal Governo Meloni, ha cambiato modelli organizzativi del lavoro e ha potuto giovarsi dell’aiuto di nuovi assistenti dei giudici assunti con i fondi del Pnrr.

I risultati migliori, in termini di riduzione dei tempi del processo, si registrano nei giudizi di secondo e di terzo grado. Non è un caso. La riforma Cartabia ha introdotto per la prima volta una regola semplice, che ha evidentemente avuto effetto: un termine di durata massima (due anni per l’appello, uno per la cassazione), decorso il quale scatta l’improcedibilità. Un timer, che i giudici hanno cercato di rispettare per evitare la morte del processo. Secondo i primi dati, le dichiarazioni di improcedibilità, tra il 2024 e giugno del 2025, sono state solo una cinquantina nelle corti d’appello, e cinque in Cassazione. Processi più veloci riducono anche il numero, ben più elevato, dei reati prescritti: 56.000, nel 2024, contro 86.000, nel 2022. Se il processo ha tempi ragionevoli, come impone la Costituzione, i reati si prescrivono di meno (fino al primo grado) e le improcedibilità (nei gradi successivi) sono rare. La fisiologia prevale sulla patologia.

A fronte di questo quadro, andrebbe allora rimeditata la proposta, avanzata in questi giorni in senso alla maggioranza, di riprendere l’iter parlamentare di un disegno di legge, approvato in prima lettura alla Camera un anno e mezzo fa, che abroga le norme della riforma Cartabia sull’improcedibilità e, superando anche la precedente riforma Bonafede, reintroduce la prescrizione nei giudizi di secondo e di terzo grado.

Perché cancellare riforme della giustizia che hanno dati ottimi risultati, proprio quando li si sta conseguendo? Come spiegarlo all’Europa, che proprio grazie a quei risultati — da conservare — stacca gli assegni delle rate del Pnrr ?

C’è chi dice, tra i fautori della proposta, che la prescrizione del reato — oggetto di ben quattro riforme negli ultimi vent’anni (la prima fu realizzata, nel 2005, durante il governo Berlusconi, con la famigerata legge ex Cirielli) — sarebbe necessaria per evitare il rischio di processi infiniti nei giudizi di impugnazione, dopo che la legge Bonafede ha escluso che i reati si possano prescrivere in quelle fasi avanzate del processo.

Senonché la riforma della prescrizione non può essere presentata come una riforma garantista per il semplice motivo che il rischio di un processo all’infinito non esiste. La riforma Cartabia ha messo un timer ai processi di secondo e terzo grado, che non sono infiniti ma hanno oggi, per legge, un termine massimo di durata.

Se gli imputati hanno dunque già la garanzia di un processo di ragionevole durata in secondo e terzo grado (e possono avvalersi della prescrizione in primo grado e durante le indagini), la proposta di legge sulla prescrizione del reato promette invece in un gran numero di casi di frustrare le aspettative delle vittime, che dal processo attendono accertamento di fatti ed eventuali responsabilità. Tornare al recente passato, quando in appello morivano 30.000 processi per prescrizione, mentre oggi le improcedibilità non arrivano a 50, stride peraltro con la solenne declamazione della tutela delle vittime, che un’altra legge appena approvata dalla Camera intende addirittura inserire in Costituzione (senza che, peraltro, se ne avvertisse il bisogno): “La Repubblica tutela le vittime del reato”.

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