Alla ricerca di qualche capro espiatorio a cui mettere in conto il mediocre e rischioso accordo firmato con Teheran, Donald Trump si è scagliato contro Giorgia Meloni. Non una, ma due volte nell’arco di poche ore. Un gesto privo di logica, figlio della frustrazione. Avrebbe potuto prendersela con Macron, come in altre occasioni, ma stavolta si trattava del padrone di casa e l’ospite americano ha soprasseduto. Tanto più che era abbagliato dal teatrino messo in piedi in suo onore nel palazzo di Versailles: ori e stucchi di qualità eccelsa, tali da suscitare tutta l’invidia dell’uomo che ha rifatto lo studio ovale in puro kitsch e ha edificato una sala da ballo che a prima vista sembra una gigantesca balera.
Per cui l’attenzione si è spostata sugli alleati infidi. E a farne le spese, come ormai tutti sanno, è …
Alla ricerca di qualche capro espiatorio a cui mettere in conto il mediocre e rischioso accordo firmato con Teheran, Donald Trump si è scagliato contro Giorgia Meloni. Non una, ma due volte nell’arco di poche ore. Un gesto privo di logica, figlio della frustrazione. Avrebbe potuto prendersela con Macron, come in altre occasioni, ma stavolta si trattava del padrone di casa e l’ospite americano ha soprasseduto. Tanto più che era abbagliato dal teatrino messo in piedi in suo onore nel palazzo di Versailles: ori e stucchi di qualità eccelsa, tali da suscitare tutta l’invidia dell’uomo che ha rifatto lo studio ovale in puro kitsch e ha edificato una sala da ballo che a prima vista sembra una gigantesca balera.
Per cui l’attenzione si è spostata sugli alleati infidi. E a farne le spese, come ormai tutti sanno, è stata la premier italiana, investita volgarmente perché ancora colpevole di aver negato l’uso della base di Sigonella nei giorni dei bombardamenti sull’Iran. Purtroppo la guerra trumpiana non è andata granché bene, ma non certo per colpa degli europei. Che sono gli stessi, Italia in prima fila, pronti adesso a fare la loro parte per sminare lo stretto di Hormuz. Ma tant’è. Il presidente americano, che si qualifica come “il capo” (di tutto l’occidente, par di capire), non è soddisfatto e ha innescato una seria crisi nei rapporti tra Italia e Stati Uniti. O meglio, un tempo sarebbe stata una frattura di gravità inaudita, oggi potrebbe essere una delle tante baruffe a cui Trump ci ha abituati: frasi inaccettabili e poi, magari fra qualche settimana, una marcia indietro tale da aggiungere perplessità a perplessità.
Quel che più preoccupa oggi è la mortificazione di un presidente del Consiglio che ha sempre tentato fino all’inverosimile di non incrinare il rapporto con Washington, attirandosi per questo critiche di ogni sorta da parte dell’opposizione, e che oggi deve prendere atto della realtà. C’è un’America oltre Trump a cui bisogna guardare, e c’è un Trump che rappresenta una parte di quell’America: ma è il segmento, per quanto largo, con cui è sempre più difficile e forse inutile dialogare o sperare di riconoscersi in un filo comune. Ecco perché è stato tempestivo il presidente Mattarella nel telefonare subito la solidarietà alla premier. Una solidarietà che contiene anche un messaggio implicito al mondo politico, compresa l’opposizione: attenzione a non far prevalere lo spirito di fazione, questo è il momento di essere uniti perché l’offesa riguarda l’Italia nel suo complesso.
Se questa interpretazione è corretta, va riconosciuto che il più lesto a condividerla è stato Pierferdinando Casini. Esperto di lunga data delle istituzioni e di come muoversi all’interno di esse, ha proposto una risposta al “trumpismo” non priva di fantasia. Vale a dire, non cadere nella trappola fino al punto di boicottare la festa nazionale americana. Fra pochi giorni sarà infatti il 4 luglio, tradizionale occasione d’incontro all’ambasciata di via Veneto. Al contrario del boicottaggio, dice Casini, tutti i rappresentanti delle forze politiche dovrebbero presentarsi concordi ai cancelli dell’ambasciata. E non certo per celebrare Trump, bensì per manifestare il fastidio dell’Italia di fronte ai comportamenti della Casa Bianca e di conseguenza per manifestare solidarietà alla premier.
Non ci sarebbe alcuna condivisione delle scelte in politica estera del governo Meloni. Elly Schlein, ad esempio, ha già detto che il centrodestra è stato “troppo remissivo” verso l’amministrazione repubblicana. Tuttavia c’è spazio per una pausa nelle polemiche, se lo scopo è manifestare in modo palese l’unità istituzionale contro un uomo che sta calpestando la migliore tradizione euro-atlantica, ossia l’asse della nostra politica estera nel dopoguerra. Accadrà? Probabilmente no, trattandosi di una mossa di buon senso.