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La rimozione della morte

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“O pudore d’una infanzia uccisa/perdonami questa indecenza di sopravvivere”. Elsa Morante chiudeva così “l’Addio”, poema che fa da introduzione a “Il mondo salvato dai ragazzini”. Parlava al suo amore, il giovane pittore Bill Morrow, che si era ucciso buttandosi da un grattacielo di New York lasciandola nella disperazione. Abbiamo conosciuto tutti quel sentimento, l’indecenza di sopravvivere. Per questo ci sgomenta chi, come è accaduto nell’incidente di ieri sulla via Aurelia vicino a Savona, non capisce, deride, trasforma la morte di una ragazzina in uno spettacolo degno di essere ripreso e diffuso in rete. Chi ha girato il video di cui parliamo era sulla macchina che ha investito e ucciso Sofia Barberi, ventidue anni, e ferito in modo gravissimo l’amica che viaggiava con lei sul motorino. Come si può non rendersi conto di cosa sta accadendo, non sentire lo strappo, la fine del respiro come qualcosa che ci riguarda?

Sopravvivere è già una responsabilità, anche se non eravamo noi a g…

“O pudore d’una infanzia uccisa/perdonami questa indecenza di sopravvivere”. Elsa Morante chiudeva così “l’Addio”, poema che fa da introduzione a “Il mondo salvato dai ragazzini”. Parlava al suo amore, il giovane pittore Bill Morrow, che si era ucciso buttandosi da un grattacielo di New York lasciandola nella disperazione. Abbiamo conosciuto tutti quel sentimento, l’indecenza di sopravvivere. Per questo ci sgomenta chi, come è accaduto nell’incidente di ieri sulla via Aurelia vicino a Savona, non capisce, deride, trasforma la morte di una ragazzina in uno spettacolo degno di essere ripreso e diffuso in rete. Chi ha girato il video di cui parliamo era sulla macchina che ha investito e ucciso Sofia Barberi, ventidue anni, e ferito in modo gravissimo l’amica che viaggiava con lei sul motorino. Come si può non rendersi conto di cosa sta accadendo, non sentire lo strappo, la fine del respiro come qualcosa che ci riguarda?

Sopravvivere è già una responsabilità, anche se non eravamo noi a guidare la macchina, il motorino, a non avere agganciato la corda che avrebbe dovuto assicurare il salto del bungee jumping. Ma per rendersi conto di questa responsabilità occorre avere sentito nel corpo l’assenza dell’altro, conoscere il vuoto e l’irreversibilità. E in quest’ultima frase ci sono tutte le parole che la virtualità non riesce più a processare. Il corpo per primo, ridotto invece alla sua inconsistenza. Nell’ultimo film di Spielberg, “Disclosure day”, ci sono gli alieni. O meglio ci sono le testimonianze della presenza degli alieni sulla terra che, nascoste per settant’anni da una perfida organizzazione para governativa, vengono rilasciate tutte insieme da un gruppo di attivisti devoti alla verità. Gli alieni, quando finalmente li vediamo, sono proprio come li abbiamo sempre immaginati: pupazzi asessuati con le gambe storte e la testa grande, fratelli maggiori di E.T. I loro corpi sono una specie di riassunto del corpo umano dal quale siano state espunte le faccende più complicate: il genere, appunto, ma anche la mortalità. Sembrano fatti di un materiale plastico, indissolubile. Per avere a che fare con loro bisogno conoscere e praticare l’empatia. Che passa attraverso lo sguardo, che lega tutti gli esseri viventi sulla terra compresi gli uccellini e i cervi, che permette di assumere la vita di chi hai davanti e sapere nel contatto immediato quello che patisce e le sue gioie. Spielberg, che ha ottant’anni, ha visto il mondo trasformarsi e lo sguardo degli umani appannarsi, farsi miope affaticato dalla continua micro-distanza dallo schermo dei telefonini. Che trasformano ogni esperienza nel suo racconto in differita, cancellano l’accadere rendendolo riproducibile, virale e quindi irrilevante. Come ripetere infinite volte una frase qualsiasi, trasformandola in una cantilena senza senso. Del resto internet, la virtualità, tutti i metaversi possibili hanno esattamente questa funzione: cancellare dal nostro orizzonte l’idea della morte. Sono state addirittura inventate applicazioni che servono a farci dialogare coi defunti: grazie all’IA si possono ricreare dialoghi con la persona che non c’è più, con la sua immagine animata, con la sua voce. È questo il rischio che corriamo davvero, quello di immaginare che se una persona scompare sia semplicemente finita da un’altra parte e che smanettando un po’ la si possa far tornare. Lo so cosa state pensando: che è esattamente questo che fanno tutte le religioni. E avete ragione. Ma c’è una differenza, e questa differenza è quella che J.D.Salinger chiamava “la Signora Grassa”. Nel finale di quel capolavoro intitolato “Franny e Zoey”, Zoey spiega alla sorella Franny che quando partecipavano alla trasmissione alla radio “Bambino eccezionale” (lo so che nella nuova traduzione di Matteo Colombo si chiama “Piccoli sapienti” ma io con la traduzione di Romano Carlo Cerrone e Ruggero Bianchi ci sono cresciuta, perdonatemi, fate conto che sia Spielberg con le sue fissazioni da ottantenne) il loro fratello Seymour (poi morto suicida) gli diceva che doveva pulirsi sempre le scarpe, anche se nessuno lo vedeva. Doveva farlo per la Signora Grassa. E che da quel momento lui non solo si era sempre pulito le scarpe, ma aveva immaginato che ogni spettatore che andasse a vederlo a teatro fosse la Signore Grassa, e anche i professori, e anche i cugini dei professori. “Non c’è nessuno, in nessun luogo, che non sia la Signora Grassa di Seymour”, le dice. Ecco, quello che manca là dentro, nell’asfittico mondo che passa attraverso i video del telefonino, è proprio la coscienza della Signora Grassa, chiunque essa sia. Per la quale tenere sempre le scarpe pulite e vivere con dignità, nell’inevitabile indecenza di sopravvivere.

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