La Nato alla prova di Hormuz
di Maurizio MolinariA undici giorni dall’inizio, il summit di Ankara vede la Nato rischiare l’implosione per i disaccordi su Iran, Ucraina e spese militari ma a evitare il peggio può essere un’intesa sulla missione per proteggere la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz.
Per l’anfitrione turco, Recep Tayyip Erdogan, il risultato più importante è che il vertice avvenga con la partecipazione del presidente americano Donald Trump perché il crescendo di disaccordi degli ultimi mesi ha fatto temere il peggio: prima la volontà di Washington di impossessarsi della Groenlandia danese, poi le forti aperture Usa a Mosca sull’Ucraina e quindi la decisione di molti alleati di non condividere l’attacco israeloamericano all’Iran hanno generato un domino di fratture, politiche e personali, tra i 32 leader che ha innescato dentro la Nato la crisi più seria dalla creazione nel 1949.
Se a questo aggiungiamo la perdurante richiesta Usa ai partner di aumentare le spese militari fino al 5 per cento del pil a dispet…
A undici giorni dall’inizio, il summit di Ankara vede la Nato rischiare l’implosione per i disaccordi su Iran, Ucraina e spese militari ma a evitare il peggio può essere un’intesa sulla missione per proteggere la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz.
Per l’anfitrione turco, Recep Tayyip Erdogan, il risultato più importante è che il vertice avvenga con la partecipazione del presidente americano Donald Trump perché il crescendo di disaccordi degli ultimi mesi ha fatto temere il peggio: prima la volontà di Washington di impossessarsi della Groenlandia danese, poi le forti aperture Usa a Mosca sull’Ucraina e quindi la decisione di molti alleati di non condividere l’attacco israeloamericano all’Iran hanno generato un domino di fratture, politiche e personali, tra i 32 leader che ha innescato dentro la Nato la crisi più seria dalla creazione nel 1949.
Se a questo aggiungiamo la perdurante richiesta Usa ai partner di aumentare le spese militari fino al 5 per cento del pil a dispetto delle obiezioni e proposte sollevate, non è difficile comprendere il nervosismo che circonda la vigilia del summit. Anche perché Trump continua a ripetere di essere «deluso» dalla scelta di «Italia, Gran Bretagna, Germania e Francia» che «ci hanno abbandonato quando avevamo bisogno di loro contro l’Iran».
La decisione del Segretario generale della Nato, Mark Rutte, di affidare alla tv Fox News — con il pubblico più conservatore in America — i numeri significativi dei decolli di voli Usa dagli aeroporti militari alleati durante la guerra in Iran è stato un evidente tentativo di rivolgersi all’amministrazione repubblicana come alla sua base elettorale per far capire che la «delusione» di Trump è infondata. Ovvero, gli alleati hanno consentito agli Usa di adoperare le loro basi per le operazioni militari compatibili con la scelta di non partecipare al conflitto. Ma Trump ha reagito al tentativo di Rutte rilanciando le accuse di «tradimento» agli alleati e lodando uno solo tra loro, Erdogan, per aver accolto la sua richiesta di «non entrare in guerra a fianco dell’Iran».
Questo significa che Trump va ad Ankara per cementare l’intesa con il leader turco ma anche con la volontà di affrontare «l’abbandono» subito dagli altri alleati. Da qui il rischio di un’implosione che, nell’approccio transazionale di Trump, significa l’apertura di una trattativa ponendo sul tavolo una richiesta alla controparte. Per comprendere di cosa si tratta bisogna ascoltare le parole del vicepresidente JD Vance, caponegoziatore con gli iraniani, e del Segretario di Stato Marco Rubio, che in Bahrein ha incontrato il Consiglio di Cooperazione del Golfo, perché entrambi sottolineano l’importanza di «mantenere la libertà di navigazione» e impedire a Teheran di imporre il «pagamento di pedaggi» o qualsiasi condizione capace di violare il principio della libertà di transito nelle acque internazionali.
È un tema incandescente perché il Memorandum di intesa che ha sancito il cessate il fuoco Usa-Iran prevede la riapertura di Hormuz in cambio della fine — già avvenuta — del blocco navale Usa mentre Teheran continua ad affermare che «lo status dello Stretto non tornerà quello precedente al conflitto» e lavora a un’intesa con l’Oman per definire il «nuovo regime di regole».
Ciò significa che su Hormuz c’è il primo, reale, disaccordo nella trattativa Usa-Iran. Da qui il negoziato in corso tra gli alleati per inviare una forza marittima non solo incaricata di sminare lo Stretto ma soprattutto per sancire la libertà di navigazione con una decisione — basata sull’intesa raggiunta a Londra ad aprile tra oltre 40 Paesi e rilanciata dai leader britannico e francese al G7 di Evian — di «fare tutta la nostra parte» per riaprire lo Stretto, dopo la fine delle ostilità.
Anche perché se la Nato si assumesse tale responsabilità, l’impatto sarebbe significativo guardando agli altri snodi del commercio globale teatro di pericolose contese geopolitiche: dallo Stretto di Bab el-Mandeb, da cui dipende il Canale di Suez, agli Stretti di Taiwan, dove proprio i Paesi Nato — Italia inclusa — hanno inviato negli ultimi anni missioni navali a protezione della libertà di navigazione.
La Turchia tenta di giocare un ruolo su questo fronte perché da un lato suggerisce a Teheran di limitarsi a imporre un mini-pedaggio, come fa Ankara nello Stretto dei Dardanelli, ma dall’altro non esclude la partecipazione alla missione a Hormuz, aprendo la strada a simili decisioni di alcuni Paesi del Golfo.
Insomma, è quanto verrà deciso sul Fronte Sud che ci dirà quali sono le condizioni di salute della Nato e ciò significa che l’Italia è chiamata a svolgere un ruolo da protagonista a dispetto delle fibrillazioni Meloni-Trump.
Anche perché fu proprio il nostro Paese a far accettare al summit della Nato di Washington, nel 2024, il Southern Neighborhood Action Plan portando l’Alleanza a considerare il Mediterraneo una priorità strategica. Anticipando l’urgenza testimoniata negli ultimi mesi dagli attacchi di missili iraniani contro la Turchia e di droni di Hezbollah contro Cipro, ponendo l’urgenza di dotarsi di difese antiaeree simili a quelle che più Paesi dell’Est stanno dispiegando per proteggersi dalla Russia.