✕

La bandiera nera della destra

Roma, 24 giugno: Roberto Vannacci e Gianni Alemanno (lapresse)

Ascolta l'audio

Si chiude un’epoca, con l’antifascismo come impegno civile condiviso, alla base della Repubblica. E se ne apre un’altra, in cui non c’è un pericolo politico per il sistema democratico, ma sicuramente c’è una confusione culturale che rovescia la storia, ribaltandola, per lasciare il Paese senza radici, dunque esposto a qualsiasi vento
3 minuti di lettura

Come chiamarlo? Nella nostra società, tra l’indifferenza generale, sta circolando un richiamo continuo al fascismo, una citazione quotidiana, con una quantità di riferimenti al ventennio che non ha precedenti in questi ottant’anni ma ha trovato il suo spazio, lo occupa e anzi lo espande, insediandosi stabilmente nel discorso pubblico. Non c’è un progetto fascista esplicito, un programma politico basato su quell’esperienza: e ci mancherebbe altro.

Ma Vannacci che sale nei sondaggi mentre celebra la Decima Mas, il presidente del Senato che cita a modello Almirante, l’invito alle istituzioni a evolvere e adeguarsi oltre la Costituzione, la folla radunata davanti a Rebibbia per festeggiare Alemanno che esce dal carcere e reinsediarlo immediatamente in politica, sono gli ultimi esempi di un fenomeno che soltanto pochi anni fa sarebbe stato impensabile e che chiude un’epoca, con l’antifascismo come impegno civile condiviso, alla base della Repubblica: e ne apre un’altra, in cui non c’è un …

Come chiamarlo? Nella nostra società, tra l’indifferenza generale, sta circolando un richiamo continuo al fascismo, una citazione quotidiana, con una quantità di riferimenti al ventennio che non ha precedenti in questi ottant’anni ma ha trovato il suo spazio, lo occupa e anzi lo espande, insediandosi stabilmente nel discorso pubblico. Non c’è un progetto fascista esplicito, un programma politico basato su quell’esperienza: e ci mancherebbe altro.

Ma Vannacci che sale nei sondaggi mentre celebra la Decima Mas, il presidente del Senato che cita a modello Almirante, l’invito alle istituzioni a evolvere e adeguarsi oltre la Costituzione, la folla radunata davanti a Rebibbia per festeggiare Alemanno che esce dal carcere e reinsediarlo immediatamente in politica, sono gli ultimi esempi di un fenomeno che soltanto pochi anni fa sarebbe stato impensabile e che chiude un’epoca, con l’antifascismo come impegno civile condiviso, alla base della Repubblica: e ne apre un’altra, in cui non c’è un pericolo politico per il sistema democratico, ma sicuramente c’è una confusione culturale che rovescia la storia, ribaltandola, per lasciare il Paese senza radici, dunque esposto a qualsiasi vento.

Sembra che la destra estrema di governo si sia trasformata in una camera dell’eco rispetto al fascismo. Non progetta riedizioni che sarebbero ridicole, anche per la sproporzione dei personaggi: ma propone rivisitazioni, recuperi, allusioni, richiami ormai espliciti e sempre meno ambigui. Le cronache sono piene di attori e di parole che dicono in chiaro quel che fino a ieri si sussurrava a bassa voce, in circoli ristretti, e questa rottura del limite è la vera novità della fase.

Mentre cercava l’egemonia culturale senza trovarla, Giorgia Meloni ha infatti conquistato una casamatta decisiva, in grado di cambiare l’equilibrio culturale del sistema: la fine dell’interdetto nei confronti del fascismo. Non è un risultato di poco conto: eppure non se ne parla, confermando la riuscita della lunga e continua strategia di banalizzazione del fascismo, depotenziato a posteriori nella sua carica antidemocratica, fino a nascondere la sua violenza contro la libertà per poterne spacciare e consumare a piacere i resti sul mercato politico occidentale.

Disattivato come tecnica di presa del potere, questo “fascismo mimetico”, più teatrale che reale, agisce come passaporto per entrare in un’area alternativa al sistema e critica della democrazia, e soprattutto funziona come fondale simbolico delle azioni della destra, a cui assicura una cornice ideologica utile per due rappresentazioni politiche.

La prima esplicita, anzi emblematica, che mette in scena tutte le misure d’ordine estreme, adottate e propagandate dal governo per mostrare il polso di ferro, soprattutto con i migranti; e la seconda implicita, non dichiarata, che è l’autentica interpretazione contemporanea del richiamo al fascismo, la sua traduzione politica: la rottura del quadro costituzionale per fuoruscirne in una vera seconda repubblica, che azzeri i riferimenti morali e storici nati dalla Liberazione e parifichi tutte le tradizioni politiche, portando il fascismo-zero, decaffeinato ma doc, nel concerto delle culture ri-fondative. E trasformando la destra di Giorgia Meloni da erede spuria in nuova madre costituente.

Raggiunto il potere con la vittoria elettorale, la premier aveva un bivio davanti al suo governo: integrarsi nel sistema con il rischio di omologarsi, perdendo la sua carica di underdog ma traghettando definitivamente la destra nella cultura costituzionale per saldare i conti con il suo peccato originale; oppure istituzionalizzarsi necessariamente, ma mantenendo intatta l’anomalia originaria del mondo da cui proviene, estraneo alla fondazione democratica dello Stato.

Ha scelto questa seconda strada, praticando i riti e rispettando le forme repubblicane previste dalla Carta come se intanto incrociasse le dita, con la riserva accesa di quella fiamma che non vuole spegnersi. Nell’ossessione di custodire un’identità, salvandola dalla storia, l’ha in realtà imprigionata, impedendole di liberarsi sfociando infine in una scelta di libertà per tutti, e di chiarezza a destra.

Ora quell’alterità preservata nel passaggio dall’opposizione al governo, invece di sbiadirsi fino a confondersi nella pratica democratica, si rafforza nel momento in cui viene normalizzato il fascismo, reinserito nel paesaggio politico italiano come riferimento culturale innocuo, neutro, e a questo punto tecnicamente innocente: un fascismo-feticcio, segnale e richiamo contro il sistema democratico, bandiera nera. Naturalmente questa operazione può compiersi solo uscendo dalla storia, fuori dal secolo, rifiutando cioè di fare i conti con la natura criminale della dittatura e con le sue tragiche conseguenze per il Paese.

È una distorsione della vicenda nazionale, una patologia storica che inganna i cittadini con l’illusione di pacificare infine la lunga contesa italiana, mentre invece reintroduce dosi di anti-democrazia nella lettura complice del passato. Il contesto intellettuale italiano sta a guardare, senza avvertire il dovere morale di usare nei confronti di questa riserva testimoniale della destra una briciola di quella pedagogia adottata per anni — giustamente — nei confronti della sinistra per spingerla a liberarsi dai demoni del comunismo, scegliendo la democrazia in tutti i suoi aspetti, i suoi obblighi, le sue responsabilità.

Così ci stiamo mitridatizzando, perché abituiamo l’organismo politico e sociale ad assumere piccole ma continue dosi di veleno ideologico, nell’illusione che non lo indeboliscano. Quando qualcuno — ormai raramente — parla di questa tentazione antistorica che persiste, viene accusato di guardare al passato: mentre è evidente che è la destra a essere prigioniera dei suoi miti dell’epoca, e li ripropone devitalizzati come fossero innocui proprio perché non è riuscita a liberarsene emancipandosi.

Oggi che la democrazia non è più un universale, ma si spezza in versioni diverse e interpretazioni controverse, un giudizio compiuto e definitivo sulla dittatura dei vent’anni chiarirebbe per il futuro la concezione della democrazia nella destra di governo, e segnerebbe l’unica vera distinzione da Vannacci: lasciandolo solo con i suoi demoni, che intanto si sono spostati a destra.

Leggi i commenti