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Se la destra si prende tutto

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Una ventata che scompiglia, ma non rinfresca, la torrida atmosfera estiva. Questo sono le dichiarazioni di Giorgia Meloni sulla ormai matura caduta del tabù che esclude esponenti di destra dal Quirinale. E viene da chiedersi perché mai, in un momento di evidente debolezza della sua esperienza di governo, la presidente del Consiglio — disorientata nelle sue linee di politica estera, minacciata dalla crisi della Lega e dall’avanzata di Vannacci, incapace di portare a compimento le tre grandi riforme che dovevano costituire l’asse della legislatura, non particolarmente premiata dai risultati economici, timorosa di un pareggio, se non di una sconfitta, alle prossime elezioni — sente il bisogno di fantasticare sull’elezione del Capo dello Stato, che avverrà nel febbraio del 2029.

Per tre ordini di motivi, che ci dicono che si tratta di una scelta politica abbastanza sofisticata. In primo luogo, com’è nello stile argomentativo della destra, per provocazione. Una mossa d’apertura per iniziar…

Una ventata che scompiglia, ma non rinfresca, la torrida atmosfera estiva. Questo sono le dichiarazioni di Giorgia Meloni sulla ormai matura caduta del tabù che esclude esponenti di destra dal Quirinale. E viene da chiedersi perché mai, in un momento di evidente debolezza della sua esperienza di governo, la presidente del Consiglio — disorientata nelle sue linee di politica estera, minacciata dalla crisi della Lega e dall’avanzata di Vannacci, incapace di portare a compimento le tre grandi riforme che dovevano costituire l’asse della legislatura, non particolarmente premiata dai risultati economici, timorosa di un pareggio, se non di una sconfitta, alle prossime elezioni — sente il bisogno di fantasticare sull’elezione del Capo dello Stato, che avverrà nel febbraio del 2029.

Per tre ordini di motivi, che ci dicono che si tratta di una scelta politica abbastanza sofisticata. In primo luogo, com’è nello stile argomentativo della destra, per provocazione. Una mossa d’apertura per iniziare il gioco dalla posizione prediletta, anche se ormai fuori luogo e fuori tempo, dell’outsider, di chi ha subito una lunga e ingiusta esclusione e ora sfida il mainstream repubblicano, con la speranza di suscitare scandalo, dibattito, anatemi. E così di prendersi il centro del discorso politico. Naturalmente con la certezza che nessuno può formalmente obiettare nulla davanti a un eventuale successo elettorale della destra che le consenta di eleggersi il Presidente della Repubblica più gradito. Per salire al Quirinale si richiede solo di avere compiuto cinquanta anni, di essere cittadino italiano, di godere dei diritti civili e politici.

Ora, a prescindere dal fatto che Gronchi (sottosegretario nel primo governo Mussolini), Segni, Leone, Cossiga, non erano certo ascrivibili alla sinistra, e anche dal fatto che a essere eletto presidente col voto della destra potrebbe essere un liberalconservatore e non necessariamente un ex-missino, una polemica sul livello formale della questione è destinata a fare il gioco di Meloni. Non è concepibile, infatti, una custodia delle istituzioni che preveda che non si possa esseri eletti con i voti di certi partiti, o se si proviene da una certa storia politica.

Se l’ipotesi avanzata dalla presidente del Consiglio si avverasse — un’ipotesi che probabilmente non riguarda lei stessa, ancora troppo ricca di energia e di ambizione politica per immaginarsi sul Colle — si potrebbe solo constatare che la pregiudiziale antifascista, cuore politico della Costituzione, non è più operativa per responsabilità congiunta dei cittadini (come del resto è già avvenuto con le elezioni del 2022) e del ceto politico di centrosinistra, evidentemente poco convincente nel dare seguito alla propria proclamata sintonia con la Costituzione.

Una seconda spiegazione della dichiarazione di Meloni è più concreta. A fronte del rischio che una parte dell’elettorato di destra, deluso da una prestazione politica del suo governo per molti versi opaca, diserti le urne, la Presidente mette sul piatto delle elezioni non solo il potere legislativo, non solo il potere esecutivo, ma anche il Quirinale. Vuole fare vedere, insomma, che la posta è davvero ricca, che l’occasione storica di portare a destra l’intero sistema politico istituzionale è a portata di mano, e che quindi non votare è un clamoroso errore, quasi un tradimento. Al tempo stesso vuole far passare, per questa via, una forte legittimazione della riforma elettorale, che è intitolata alla “stabilità”: che cosa ci sarebbe di più stabile della omogeneità politica tra Montecitorio, palazzo Chigi e il Colle? Non verrebbero così meno frizioni, malumori e compromessi? Un appello al voto così argomentato è una mossa astuta, un rilancio che — anche se in fondo rivela una debolezza, un affanno, un timore — dimostra la combattività di Meloni.

Infine, terza motivazione, è evidente che la prospettiva di un simile bottino deve portare i simpatizzanti della destra a non disperdere il voto in sterili proteste, in velleità punitive, in atteggiamenti intransigenti. Insomma, non si deve votare Vannacci: si deve votare la destra di governo. Un appello al “voto utile”, quindi: eventualmente, a turarsi il naso. L’eterno ritorno, modificato, di uno stereotipo della Prima repubblica: un tempo avanzato in chiave anticomunista, a favore della Dc, oggi in chiave antivannacciana, a favore di Fratelli d’Italia.

Da sinistra tutto ciò deve naturalmente essere letto come in uno specchio, alla rovescia. Ci si deve chiedere che cosa sarebbe un’Italia politica tutta di destra, dal punto di vista dei rapporti fra i poteri istituzionali — un premierato di fatto, a legittimazione plebiscitaria, che estenderebbe il proprio potere anche al Quirinale — . E ci si deve interrogare, dal punto di vista internazionale, su che cosa cambierebbe nelle relazioni con la Ue e con gli Usa. E inoltre, come prenderebbero corpo le tentazioni di modificare radicalmente la Costituzione, e chi la custodirebbe fattivamente? Ci sarebbe ancora un presidente di tutti gli italiani o prevarrebbe uno spirito di rivalsa, di discontinuità? Preoccupazioni concrete, insomma, da spiegare in modo non fazioso ma composto e severo a chi, fra i cittadini, vorrà ascoltare e capire.

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