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L’America del diritto

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“Una Nazione, una Costituzione, un Popolo”: con questo motto il deputato repubblicano John Bingham salutò il XIV emendamento alla carta costituzionale Usa, approvato nel 1868, che assicura a chi nasce negli Stati Uniti cittadinanza e pieni diritti: ieri la Corte Suprema, con un voto 6 a 3, ha bocciato l’ordine esecutivo del presidente repubblicano Donald Trump che stracciava, di fatto, lo ius soli, mettendo al bando i figli di gruppi di emigranti. La tradizione del Grand Old Party repubblicano, cara a Lincoln, trionfa 158 anni dopo Bingham, sull’isolazionismo e la stretta ai confini di Trump, che ha portato a un saldo negativo dell’emigrazione, per la prima volta in mezzo secolo, una minore presenza di stranieri negli Usa, turisti e studenti in primis, difficoltà per le aziende di reclutare manodopera sul mercato, secondo i dati dello studioso Stephen Yale-Loher.

Che la Supreme Court, dove i conservatori hanno una robusta maggioranza 6 a 3, con un terzo dei giudici, Neil Gorsuch, Bret…

“Una Nazione, una Costituzione, un Popolo”: con questo motto il deputato repubblicano John Bingham salutò il XIV emendamento alla carta costituzionale Usa, approvato nel 1868, che assicura a chi nasce negli Stati Uniti cittadinanza e pieni diritti: ieri la Corte Suprema, con un voto 6 a 3, ha bocciato l’ordine esecutivo del presidente repubblicano Donald Trump che stracciava, di fatto, lo ius soli, mettendo al bando i figli di gruppi di emigranti. La tradizione del Grand Old Party repubblicano, cara a Lincoln, trionfa 158 anni dopo Bingham, sull’isolazionismo e la stretta ai confini di Trump, che ha portato a un saldo negativo dell’emigrazione, per la prima volta in mezzo secolo, una minore presenza di stranieri negli Usa, turisti e studenti in primis, difficoltà per le aziende di reclutare manodopera sul mercato, secondo i dati dello studioso Stephen Yale-Loher.

Che la Supreme Court, dove i conservatori hanno una robusta maggioranza 6 a 3, con un terzo dei giudici, Neil Gorsuch, Brett Kavanaugh e Amy Coney Barrett, nominati di pugno da Trump, stracci, con una sentenza monstre di 200 pagine, tomo giuridico dal titolo “Donald Trump, presidente degli Stati Uniti contro Barbara ed altri…”, la politica sociale Maga, prova quanto essa contraddica storia, politica e filosofia originarie degli Stati Uniti. Il XIV emendamento di Bingham, parlamentare amico di Lincoln che lesse l’orazione funebre del presidente ucciso nel 1865 da terroristi sudisti, fu concepito dopo la Guerra civile, antidoto ai postumi di schiavitù e repressione contro gli emigranti, e da allora garantisce un paese aperto, come nessuno da noi in Europa. Con un terzo delle aziende innovative di Silicon Valley fondato da immigrati, e uno studio del National Bureau of Economic Research a mostrare come la prima generazione di nati negli Usa eccella a scuola e sul lavoro sui coetanei, gli europei dovrebbero prendere atto di uno storico ritardo, con la popolazione Ue che invecchia fra pochi lavoratori giovani, come illustra un bel documentario della regista nigeriana Ebun Joseph.

Per Trump è una sconfitta in casa, come se la Nazionale Usa perdesse oggi a San Francisco il match mondiale contro la Bosnia. I “suoi” giudici lo hanno smentito ancora, vedi il No ai dazi, e presto magari inveirà dai social media. Invano, lo speaker repubblicano della Camera, Mike Johnson, accusa le toghe di leggere la Costituzione in modo troppo “originalista”, vale a dire fedele alla lettera. Da sempre, i conservatori Usa predicano giusto l’interpretazione “originale” dei Padri Fondatori, per escludere i nuovi diritti, Lgbtq, cittadinanza, famiglia, ed è simbolico della confusione presente che Johnson rivolti la saga e protesti contro lo “Stare Decisis”, la consuetudine di non ribaltare decisioni concordate dalle sentenze del passato.

La Corte ha dato anche l’ok alla Casa Bianca sul licenziamento di funzionari del governo, pur escludendo la Federal Reserve, banca centrale Usa, dagli scatti di umore del presidente, e in altri casi concesso via libera alla sua crociata alle dogane, o contro gli atleti transgender, ma ora, di nuovo con il Si cruciale della Amy Coney Barrett, permette allo Stato del Mississippi di accettare voti postali arrivati dopo la data delle elezioni, altro totem contro cui Trump combatte.

A tre giorni dal 4 di luglio che festeggerà i 250 anni di Stati Uniti d’America dall’indipendenza del 1776 contro Re Giorgio III, Trump allestisce il mega party-comizio a Washington, ma nei titoli dei talk show di Fox e sui social media degli influencer Maga che divora la notte, soffre un bruciante scacco. L’Iran, sottobraccio all’Oman, annuncia pedaggi fissi alla navigazione nello Stretto di Hormuz, il conflitto non ha dato i frutti sognati e infine i detestati immigranti, contro cui si scatenava la polizia Ice a Minneapolis, ispirando la ballata di Bruce Springsteen che cita l’inno nazionale “Alla luce dell’alba precoce, i cittadini testimoniano Giustizia…”, vengono protetti dal manto della Costituzione. La maggioranza di democratici e indipendenti, uniti a un terzo dei repubblicani, approva nei sondaggi la sentenza sull’antico XIV emendamento del patriota John Bingham, regalo dell’America classica per il Fourth of July, due secoli e mezzo di libertà.

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