Sarebbe un esercizio divertente quello di rivedersi una qualunque puntata di un qualunque programma “true crime” — con annessa parata di esperti — sfogliando contemporaneamente il “Codice di autoregolamentazione in materia di rappresentazione di vicende giudiziarie nelle trasmissioni televisive” varato nel 2009 e tuttora vigente: più d’uno spettatore potrebbe essere colto dal sospetto di ritrovarsi in un universo parallelo. Nel Codice si fa riferimento ai doveri di imparzialità, obbiettività e completezza, al rispetto della dignità e onore delle parti coinvolte, alla necessità di evidenziare con chiarezza assoluta quando si stanno citando atti ufficiali e quando si inseriscono, sulla vicenda reale, innesti di fiction. Si sottolinea l’obbligo di spiegare bene al pubblico i ruoli dei soggetti processuali, si richiamano il contraddittorio, la continenza, la buona fede, si enfatizza la presunzione di non colpevolezza, ribadendo che quando si dà a Tizio o a Caio del colpevole, in una vicen…
Sarebbe un esercizio divertente quello di rivedersi una qualunque puntata di un qualunque programma “true crime” — con annessa parata di esperti — sfogliando contemporaneamente il “Codice di autoregolamentazione in materia di rappresentazione di vicende giudiziarie nelle trasmissioni televisive” varato nel 2009 e tuttora vigente: più d’uno spettatore potrebbe essere colto dal sospetto di ritrovarsi in un universo parallelo. Nel Codice si fa riferimento ai doveri di imparzialità, obbiettività e completezza, al rispetto della dignità e onore delle parti coinvolte, alla necessità di evidenziare con chiarezza assoluta quando si stanno citando atti ufficiali e quando si inseriscono, sulla vicenda reale, innesti di fiction. Si sottolinea l’obbligo di spiegare bene al pubblico i ruoli dei soggetti processuali, si richiamano il contraddittorio, la continenza, la buona fede, si enfatizza la presunzione di non colpevolezza, ribadendo che quando si dà a Tizio o a Caio del colpevole, in una vicenda ancora in via di risoluzione, si sta esponendo il punto di vista dell’accusa, e non dichiarando una verità accertata. Il Codice rappresenta una fonte preziosa per gli operatori dell’informazione (e anche per i giuristi) e si articola lungo un elenco di principi sacrosanti nell’intento di contemperare i diversi interessi coinvolti e le tutele specifiche di legge, dal diritto di cronaca a quello alla riservatezza, senza dimenticare la presunzione di non colpevolezza. È un bel testo. È un testo democratico, nel senso che presuppone l’adesione volontaria dei sottoscrittori e il rispetto dei principi comunemente accettati. Eventuali sanzioni, di carattere economico, sono considerate l’extrema ratio.
All’epoca, su impulso di Giorgio Napolitano, fu istituto un Comitato che avrebbe dovuto vigilare sull’applicazione dei principi. Ebbe vita breve, e non si può certo dire luminosa. Del resto, quanto il Codice abbia permeato dei suoi sani principi la “nera” televisiva e giornalistica degli ultimi anni è sotto gli occhi di tutti. Per non parlare dell’universo “social” e simili. Per questo va salutata con un notevole interesse la notizia della ricostituzione del “Comitato per la corretta rappresentazione mediatica delle vicende giudiziarie”, insediatosi nei giorni scorsi su impulso del Consiglio dell’Agcom, l’autorità per le garanzie nelle comunicazioni. Lo presiede una magistrata di eccezionale valore e autorevolezza come Margherita Cassano. Vi aderiscono Rai, Mediaset, La 7, Articolo 21, Aeranti-Corallo, Consiglio nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, Federazione della Stampa, Confindustria Raitv( anche qui, nomi eccellenti, da Ferruccio de Bortoli a Alessandro Casarin, da Barbara Scaramucci a Vittorio Di Trapani, passando per Francesco Giorgino). Nelle parole del presidente dell’Agcom Giacomo Lasorella, il Comitato ha il compito di assicurare “nel mutato ecosistema mediatico, un presidio coerente ed efficace dei principi di corretta rappresentazione delle vicende giudiziarie, a tutela del diritto all’equo processo, della dignità delle persone coinvolte e della qualità dell’informazione”. Riparte dunque la nobile contesa avviata nel 2009. Ottime forze scendono in campo: verrebbe da dire, giornalisti e giuristi uniti nella lotta. Fra i primi obbiettivi, allargare la base dei partecipanti, e, soprattutto, stimolare l’adesione del maggior numero di attori mediatici al Codice di autoregolamentazione del 2009. Ancora una volta, si ripropone il tema della natura del Codice (e relativi, potenziali effetti sanzionatori). In un regime democratico, è impossibile — e sarebbe delittuoso — imporre uno “stile” di comunicazione. La strada è stretta: si dovrà convincere qualche cronista a rinunciare a uno scoop, il direttore di rete a ridimensionare eccessi di morbosità che fanno impennare lo share, persino politici d’assalto a rinunciare a capitalizzare il senso di paura che può essere indotto da un “fattaccio”, magari a base etnica. E si dovrà monitorare con grande scrupolo la galassia social. Ma proprio perché la via dei divieti non è percorribile, bisogna accordare la massima fiducia a questo neo — Comitato, e agevolarlo nel suo lavoro. Si potrebbe, a esempio, ipotizzare un accesso libero, totale, gratuito agli atti giudiziari desecretati, in modo da evitare il “fai-da-te” nel procurarsi la notizia. Ma la vera battaglia è — sarà — una battaglia deontologica, una battaglia di coscienze: la vinceremo quando il mostro sbattuto in prima pagina tornerà a essere solo una cattiva memoria del passato.