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Quel ritardo da recuperare

La centrale operativa della Polizia Postale che opera per contrastare le truffe, le frodi e i reati commessi on line, Roma 9 aprile 2024. ANSA/ALESSANDRO DI MEO (intelligenza artificiale, hacker, cyber security, cyber crime, computer) 

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Ormai è diventato un mantra: il divario economico tra Stati Uniti e Europa continua ad aumentare. Sia il Rapporto Draghi che il rapporto Letta sul mercato unico esordiscono dicendo che negli ultimi decenni il reddito reale pro-capite negli Stati Uniti è cresciuto quasi del doppio che in Europa, con un prezzo elevato per le famiglie europee in termini standard di vita più bassi. Lo stesso concetto è ribadito in innumerevoli discussioni da politici, imprenditori e commentatori economici. Ma è davvero così?

Se confrontiamo la crescita della produttività e del reddito pro capite in termini reali, non c’è alcun dubbio che, a partire dai primi anni ’90, l’Europa sia rimasta indietro. Tuttavia, in una serie di recenti articoli su Substack, il premio Nobel Paul Krugman fa notare che questo confronto è fuorviante e che le implicazioni del divario riportato da queste statistiche sono molto meno drammatiche di quanto comunemente si pensi.

Il punto di Krugman è semplice. Dagli anni ’90 la cresci…

Ormai è diventato un mantra: il divario economico tra Stati Uniti e Europa continua ad aumentare. Sia il Rapporto Draghi che il rapporto Letta sul mercato unico esordiscono dicendo che negli ultimi decenni il reddito reale pro-capite negli Stati Uniti è cresciuto quasi del doppio che in Europa, con un prezzo elevato per le famiglie europee in termini standard di vita più bassi. Lo stesso concetto è ribadito in innumerevoli discussioni da politici, imprenditori e commentatori economici. Ma è davvero così?

Se confrontiamo la crescita della produttività e del reddito pro capite in termini reali, non c’è alcun dubbio che, a partire dai primi anni ’90, l’Europa sia rimasta indietro. Tuttavia, in una serie di recenti articoli su Substack, il premio Nobel Paul Krugman fa notare che questo confronto è fuorviante e che le implicazioni del divario riportato da queste statistiche sono molto meno drammatiche di quanto comunemente si pensi.

Il punto di Krugman è semplice. Dagli anni ’90 la crescita della produttività negli Stati Uniti è dovuta principalmente a un settore: quello delle tecnologie informatiche (IT). Sebbene questo settore corrisponda solo all’8% della produzione complessiva, ha contribuito per quasi la metà della crescita della produttività americana. La produzione di IT in Europa invece è quasi del tutto assente, e questa è la causa principale del divario nella crescita della produttività. Tuttavia, nello stesso periodo, il prezzo relativo delle tecnologie informatiche è crollato. Tra fine anni ’80 e oggi, il prezzo dei computers è sceso di quasi il 100% rispetto all’indice generale dei prezzi; quello dei semi-conduttori è diminuito ancora più rapidamente, e lo stesso vale per molti altri prodotti del settore.

Quindi sì, è vero, dal ’90 a oggi gli Stati Uniti sono stati molto più produttivi dell’Europa, ma soprattutto in un settore che produce beni il cui valore è crollato. In termini di beni reali prodotti, gli Stati Uniti hanno dominato l’Europa: con la stessa quantità di lavoro, hanno prodotto più computer, più software, e così via. Ma in termini di valore economico, e quindi di reddito pro capite, il divario cumulato nell’intero periodo è pressoché nullo, perché la caduta dei prezzi relativi ha compensato la crescita della produttività.

Krugman mostra che i dati della Banca Mondiale confermano questa conclusione: se confrontiamo il reddito pro-capite degli Stati Uniti con quello dei principali paesi europei, espressi a parità di potere d’acquisto — cioè in base al paniere di beni e servizi che le valute nazionali possono effettivamente acquistare — il divario è rimasto pressoché invariato. Nel 2024 il reddito pro-capite dell’Italia e della Francia era circa il 75% degli Stati Uniti, più o meno come nel 2000. La Germania era poco sotto l’80% degli Stati Uniti nel 2000, nel 2024 era salita poco sotto il 90%. Cioè lo standard di vita medio europeo non è cambiato rispetto a quello americano, e in alcuni casi è addirittura migliorato.

In altre parole, negli ultimi 30 anni gli Stati Uniti hanno realizzato innovazioni tecnologiche fondamentali. Ciò ha consentito agli artefici di queste innovazioni di diventare plurimiliardari. Ma i benefici della rivoluzione tecnologica non sono rimasti confinati negli Stati Uniti. Grazie alla concorrenza tra imprese americane, la maggiore produttività del settore IT si è tradotta in prezzi più bassi, a vantaggio dei consumatori e delle imprese di tutto il mondo.

Questo ragionamento ha almeno due implicazioni importanti per la politica economica italiana ed europea. Innanzitutto, il catastrofismo ricorrente non è pienamente giustificato. È vero, l’Europa è rimasta in una “trappola delle tecnologie intermedie”: siamo competitivi nei settori tradizionali, ma non siamo presenti nei settori ad alta tecnologia, dove non investiamo abbastanza in ricerca e sviluppo e non riusciamo a innovare. Tuttavia, questo non ci ha impedito di mantenere standard di vita elevati, perché siamo riusciti ad adottare e usufruire delle innovazioni tecnologiche elaborate altrove. Una narrativa troppo pessimista rischia di auto-alimentarsi, scoraggiando investimenti, iniziative imprenditoriali e capitale umano, oltre a indirizzare verso rimedi sbagliati.

La seconda implicazione riguarda come affrontare la sfida dell’intelligenza artificiale (IA). Ormai siamo troppo indietro per puntare alla frontiera dell’innovazione in questo campo. Ma non per questo dobbiamo strapparci i capelli. La vera sfida è l’adozione. Come è successo in passato, la concorrenza tra i protagonisti americani dell’IA li costringerà a tenere bassi i prezzi. Il valore dell’innovazione non verrà catturato tanto dai produttori di IA, quanto da chi saprà usarla con efficacia. Il collo di bottiglia non è l’accesso a questa nuova tecnologia, bensì la riorganizzazione delle imprese per sfruttare le sue enormi potenzialità. È questo che farà la differenza tra chi cresce e chi resta indietro. Ed è sulla sfida dell’adozione che dovrà concentrarsi la politica economica italiana ed europea

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