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Migranti, la politica batta un colpo

(ansa)

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Tredici anni esatti dopo Francesco, Leone XIV torna oggi nel luogo in cui il suo predecessore compì il primo viaggio del suo pontificato. Lampedusa, la “Porta d’Europa” che galleggia nel Mediterraneo, dove cercano fortuna e trovano la morte gli ultimi della Terra. Era l’8 luglio 2013, e Bergoglio appena eletto depose una ghirlanda di fiori bianchi e gialli, tra le onde di quel mare blu che ha inghiottito migliaia e migliaia di vite innocenti. “Cristi invisibili respinti in guanti bianchi”, li chiamava il Papa argentino: per lui i migranti erano “i nostri fratelli e sorelle”, quelli di cui noi non ascoltiamo il pianto, immersi come siamo nella cultura del benessere e nell’illusione del futile, tra “l’anestesia del cuore” e la “globalizzazione dell’indifferenza”. Adesso tocca al Papa americano rilanciare quel grido di dolore nel luogo in cui risuona più forte. Prevost l’ha già fatto più volte, con la stessa intensità. Ai migranti ha detto “mi inchino a voi perché non siete numeri né fas…

Tredici anni esatti dopo Francesco, Leone XIV torna oggi nel luogo in cui il suo predecessore compì il primo viaggio del suo pontificato. Lampedusa, la “Porta d’Europa” che galleggia nel Mediterraneo, dove cercano fortuna e trovano la morte gli ultimi della Terra. Era l’8 luglio 2013, e Bergoglio appena eletto depose una ghirlanda di fiori bianchi e gialli, tra le onde di quel mare blu che ha inghiottito migliaia e migliaia di vite innocenti. “Cristi invisibili respinti in guanti bianchi”, li chiamava il Papa argentino: per lui i migranti erano “i nostri fratelli e sorelle”, quelli di cui noi non ascoltiamo il pianto, immersi come siamo nella cultura del benessere e nell’illusione del futile, tra “l’anestesia del cuore” e la “globalizzazione dell’indifferenza”. Adesso tocca al Papa americano rilanciare quel grido di dolore nel luogo in cui risuona più forte. Prevost l’ha già fatto più volte, con la stessa intensità. Ai migranti ha detto “mi inchino a voi perché non siete numeri né fascicoli, siete persone”.

Ai governanti ha detto “non possiamo abituarci a contare i morti, la dignità umana non ha passaporto e non perde dignità quando attraversa una frontiera”. Ma questo suo pellegrinaggio nel canale di Sicilia, adesso, assume un valore ancora più alto. Non solo per ragioni etiche, ma anche geo-politiche, visto che cade nel momento in cui in America e in Europa esondano i fiumi dell’odio e del rifiuto contro lo straniero.

Il Vicario di Cristo va a Lampedusa a chiedere al mondo di non dimenticare l’umanità che soffre, rilanciando il messaggio evangelico della Chiesa e ricordando a Trump che nella loro storia gli Stati Uniti hanno “sempre aperto le porte a ondate di immigrati”, proprio nello stesso giorno in cui il delegato di Mammona mostra i muscoli dell’Impero, celebrando l’Independence Day tra i petardi e i miliardi delle criptovalute. Ma è un trionfo misero, quello del tycoon. La Corte Suprema gli ha bocciato l’ordine esecutivo che nega la cittadinanza ai nati in territorio Usa ma da genitori immigrati irregolari. Colpisce la motivazione: “La cittadinanza era il diritto di avere diritti, il 14esimo emendamento estese questa promessa a ogni persona nata libera in questa terra, e noi oggi manteniamo questa promessa”. Conforta sapere che nel corpo stremato dell’America trumpiana c’è ancora un sistema immunitario capace di reagire al virus del suprematismo che infetta la democrazia. Ma in Europa? La Ue ha appena scritto una delle sue pagina più buie. Il “Patto europeo su Migrazione e Asilo” è una scorciatoia securitaria concessa alle ultra-destre populiste e sovraniste, cui i liberal-democratici e i progressisti cedono impotenti, non sapendo contrapporre un modello alternativo che non sia la generica “accoglienza”. Eppure, tra il 2014 e il 2024 la quota dei nati all’estero arrivati in Europa è aumentata solo dal 12 al 15,5%. Dov’è la temuta “sostituzione etnica”, cara ai neo-nazi-fascio-leghisti europei? Dov’è il diabolico “Piano Kalergi”, caro agli allucinati teorici del complotto giudo-pluto-massonico?

L’Italia, priva di soluzioni, è parte cruciale del problema. La presidente del Consiglio vanta boriosa il blocco degli sbarchi e il booster dei rimpatri. Mente su entrambi i fronti. Nel 2023 ha un doppio record negativo: 157.650 sbarchi (ora ridotti a 55 mila) e 4.751 rimpatri (ora risaliti a 6 mila). Il corpo dei migranti è un campo di battaglia, come spiegano Mariapia Mendola e Alessio Romarri su lavoce.info. Il paradosso di Meloni è che, per fobia razziale e bulimia elettorale, fa la faccia feroce contro gli stranieri, salvo poi concedere 367 mila permessi di soggiorno l’anno (media più alta dal 2005). Per lo più, sanatorie ex post: dall’86 ad oggi sono state 7, fatte tardi e male. Tra ostacoli burocratici e tempi biblici, il Viminale impiega fino a 4 anni per una pratica. A giugno 2024, su 220.528 domande presentate, il ministero ne aveva processate solo 130.100. Come possiamo lamentarci, poi, se i migranti finiscono a crepare da schiavi nei campi di Rosarno o nei canali di Chioggia?

Il dramma delle destre al comando è che, per nutrire la pancia piena di bile del Paese, amano odiare gli stranieri. I nemici appositi per la propaganda sciovinista dell’Italietta “tradizionale” e patriarcale, che strilla “ci rubano il lavoro e stuprano le nostre donne” e che adesso è ammaliata dalla “Feccia nera” di Vannacci. Il Generale tira il tailleur alla Sciamana Giorgia e la giacchetta a Capitan Matteo, vaneggiando di espulsioni e di remigrazioni. E loro abbozzano, per non perdere i consensi della “trascurabile maggioranza” dei fascisti tricolori (come la chiamava Flaiano). Ma non c’è bisogno dell’influsso mefitico del nazional-futurista erede dei Bombacci e i Farinacci, per spiegare le imposture di un governo che parla solo di respingimenti, apre i lager in Albania e chiude i cantieri dell’integrazione. Viviamo l’inverno demografico, le imprese chiedono un milione di assunti, il welfare non regge più. Dovremmo programmare e gestire le entrate, e invece andiamo avanti con i decreti flussi mai aggiornati dal 1998, tra click-day di massa, adempimenti folli e il “burosauro” kafkiano che stermina fino al 90% delle pratiche.

I profughi che arrivano, in attesa di diritto d’asilo o permesso di soggiorno, continuano a perdersi nel nulla. Mancano percorsi di inclusione anche per chi è in regola, tra barriere linguistiche, carenze di alloggi, negato accesso al credito, esclusione dalle protezioni sociali di base. L’unico esperimento finora riuscito erano gli Sprar gestiti dai comuni: li ha aboliti nel 2018 il Conte Uno, e l’Underdog di Colle Oppio si guarda bene dal reintrodurli. Sulla cittadinanza siamo fermi al vecchio ius sanguinis. Vicepremier Tajani: che fine ha fatto la nobile campagna per lo ius scholae, con cui sfidò i suoi alleati nel luglio caldo di un anno fa? I mitici “moderati” difendono i sacri valori dell’umanità solo a estati alternate? Per chiedere la cittadinanza servono 10 anni di residenza regolare: è uno dei requisiti più lunghi d’Europa, aggrava la precarietà e quindi i rischi di emarginazione, degrado, delinquenza. Perché poi ci indigniamo per l’orribile tragedia di Modena o per le gang criminali dei maranza?

A valle c’è ovviamente un problema di sicurezza reale e percepita, e quindi di repressione. E su questo, mentre la destra illude il popolo bue moltiplicando reati e pene, la sinistra balbetta, rifiutando un Cpr in ogni regione e indisponendo pure il governatore dell’Emilia-Romagna De Pascale, che ne reclama uno da mesi. La rinuncia alle politiche inclusive conviene a chi lucra voti speculando sui suoi effetti, cioè la giungla sociale. Ma a tutti gli altri no. Abbiamo bisogno di buona occupazione straniera: già ora genera il 9% del Pil. Per questo toccherebbe all’opposizione presentare un serio “Piano per l’integrazione”, che però preveda anche di curare l’ordine pubblico e rassicurare i cittadini. Oggi ascolteremo con commossa gratitudine le parole di Papa Leone. La sua autorità spirituale è una luce, in questa lunga notte della civiltà. Ma non può essere l’unico faro dietro al quale ripararsi. Tocca alla politica, come sempre e più di sempre.

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