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Sopravvivenza di una difesa

Donald Trump con la moglie Melania 

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Nella notte degli Accordi di Maastricht, che sancirono la nascita dell’unione economica e monetaria, la domanda rivolta a molti capi di Stato e di governo nelle conferenze stampa conclusive fu quando, accanto alla moneta unica, sarebbe nata anche una difesa comune. La risposta fu che la politica estera e di difesa dell’Unione sarebbe nata per germinazione spontanea da quella economica e monetaria. Un accessorio, più che una necessità. Dimenticandosi che il primo bozzolo di Unione europea era stato generato nel 1952 da obiettivi difensivi, la Ced (Comunità europea di difesa), naufragata per l’opposizione della Francia.

La risposta sottintesa nella notte di Maastricht era che alla difesa dell’Europa, allora quella occidentale (l’Unione Sovietica sarebbe crollata un anno dopo), ci avrebbe pensato la Nato con l’ala protettrice della sua potenza-guida, gli Stati Uniti. L’euforia da Fine della Storia, titolo di un celebre saggio di Francis Fukuyama del 1992, rese ancora più remota la necess…

Nella notte degli Accordi di Maastricht, che sancirono la nascita dell’unione economica e monetaria, la domanda rivolta a molti capi di Stato e di governo nelle conferenze stampa conclusive fu quando, accanto alla moneta unica, sarebbe nata anche una difesa comune. La risposta fu che la politica estera e di difesa dell’Unione sarebbe nata per germinazione spontanea da quella economica e monetaria. Un accessorio, più che una necessità. Dimenticandosi che il primo bozzolo di Unione europea era stato generato nel 1952 da obiettivi difensivi, la Ced (Comunità europea di difesa), naufragata per l’opposizione della Francia.

La risposta sottintesa nella notte di Maastricht era che alla difesa dell’Europa, allora quella occidentale (l’Unione Sovietica sarebbe crollata un anno dopo), ci avrebbe pensato la Nato con l’ala protettrice della sua potenza-guida, gli Stati Uniti. L’euforia da Fine della Storia, titolo di un celebre saggio di Francis Fukuyama del 1992, rese ancora più remota la necessità di un pilastro europeo di difesa. La creazione di un alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza, ben otto anni dopo Maastricht, rispondeva più a un’esigenza di rappresentanza che di operatività politica. Diventando semmai oggetto di brame di potere, che hanno spesso piagato il cammino europeo, con la presidente della Commissione che aspira a essere sempre di più la faccia dell’Europa nei consessi internazionali.

Ma le minacce di Donald Trump di ritirare soldati e sistemi di difesa da alcuni Paesi, le sue accuse ai membri europei della Nato di spendere troppo poco e di non averlo aiutato nella sua guerra all’Iran, hanno tolto all’Europa l’illusione nella quale si è cullata per tutta la metà del secolo scorso e i primi due decenni di questo. Emmanuel Macron, il presidente della Francia, che nel 2019 aveva decretato la “morte cerebrale” della Nato, ha intitolato l’ambiziosa parata del 14 luglio al “risveglio strategico dell’Europa”. Il 36mo vertice che si apre domani ad Ankara rischia di essere il più drammatico nella storia dell’Alleanza, nonostante tutti i tentativi, al limite del ridicolo, del segretario generale Mark Rutte di addolcire Trump, che aveva addirittura minacciato di non presenziare. Il paradosso è che dopo aver raggiunto il record di adesioni (l’invasione dell’Ucraina ha indotto la Finlandia e la Svezia ad abbandonare la loro storica posizione di neutralità), la Nato potrebbe implodere. Con Putin che coglie l’occasione per attaccare l’Europa: sono di ieri le minacce del Cremlino alla Polonia, uno dei Paesi più esposti. Secondo il portavoce del Cremlino, “farebbe bene a riflettere sulla propria sicurezza”.

In vista del vertice in Turchia gli europei, nel cosidetto “formato E5” (Francia, Germania, Regno Unito, Italia e Polonia) si sono coordinati per un forte sostegno all’Ucraina ed evitare un disimpegno di Trump nei confronti di Zelensky. Un giusto e degno proposito perché l’Ucraina, con la sua esperienza bellica, è diventata di fatto un pilone della difesa europea e lo sarà ancora di più in futuro. Ma il vero problema per i Paesi Ue membri della Nato è come finanziare una difesa europea che possa un giorno prescindere, in tutto o in parte, dell’ombrello americano. I mal di pancia del governo italiano ne sono una prova quotidiana. Le norme restrittive, volute dalla Francia, sulla legittimazione ad utilizzare il Safe, il programma per finanziare la produzione di armamenti in Europa, sono un’ulteriore dimostrazione di come sovente la Ue finisca per legarsi le mani da sola. Ma c’è un secondo paradosso per il vertice di Ankara: che per evitare l’implosione, o almeno ridurne l’impatto, la Nato ha bisogno della Turchia, un Paese considerato fino a ieri indesiderabile dalla Ue per la sua scarsa democrazia (al punto che il vertice Nato del 2018 assegnato ad Ankara fu trasferito in altra sede) e oggi, invece, giudicato un partner indispensabile per la forza militare e produzione di armamenti. Tanto che il presidente autocrate Recep Tayyip Erdogan può permettersi di dire che “l’Europa ha bisogno della Turchia più di quanto la Turchia ha bisogno dell’Europa”.

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